“Ecco perché pagheremo nella Tari i troppi abiti usati. Dai cassonetti ai selezionatori, una lunga strada”
Andrea Fluttero, presidente nazionale Unirau (Unione Imprese Raccolta Riuso e Riciclo Abbigliamento Usato): “Sarà un valore simbolico. In attesa che si istituisca il cosiddetto regime di responsabilità estesa dei produttori”

Roma, 26 ottobre 2025 - Abiti usati, una marea. Cosa ci aspetta? “Oggi il materiale si vende a 100-150 euro a tonnellata, quindi meno del costo della raccolta. Per i prossimi 12 mesi come minimo questa differenza sarà pagata dalle collettività attraverso la Tari. Parliamo di centesimi a testa, una cifra simbolica. Quando entreranno in campo i consorzi e si stringeranno accordi con l’Anci, l’unione dei Comuni, si definirà la quota che i produttori gireranno alle amministrazioni per compensare questo delta”. La previsione è di Andrea Fluttero, presidente Unirau (Unione Imprese Raccolta Riuso e Riciclo Abbigliamento Usato).
- Raccolta differenziata e donazioni: facciamo chiarezza
- Gli abiti usati e le regole europee
- Dagli strofinacci alle imbottiture
- Perché il meccanismo si è inceppato?
- Gli abiti usati e le prospettive
Raccolta differenziata e donazioni: facciamo chiarezza
L’esperto parte da un chiarimento: “Distinguiamo: una cosa sono le donazioni e un’altra le raccolte differenziate. Perché di solito scatta l’equivoco, le persone ritengono che i cassonetti servano a donare. Invece la donazione è disciplinata dall'articolo 14 dalla legge contro lo spreco alimentare. Per farlo, bisogna consegnare alle sedi delle associazioni caritatevoli. I prodotti a fine vita in questo caso non sono classificati come rifiuti, quindi il legislatore ha voluto aiutare e sostenere questa attività, altrimenti servirebbero autorizzazioni e si dovrebbero affrontare tanti costi. Le raccolte caritatevoli, dunque, non si possono fare con i cassonetti. La legge è molto chiara. Quello che non si riesce a donare deve essere gestito dalle associazioni ai sensi del codice ambiente. Se ricevo 100 e riesco a donare 50, il resto diventa rifiuto, devo chiamare un'azienda autorizzata a trasportarlo e gestirlo".

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Gli abiti usati e le regole europee
"Fino al 2022 la raccolta degli abiti usati non era obbligatoria in Italia – ricorda Fluttero -. Che ha un mercato, perché a valle ci sono le aziende cosiddette della selezione, che poi rivendono ai grossisti in giro per il mondo, i criteri sono quelli fissati dal decreto ministeriale 5 febbraio ‘98, ancora Ronchi. I rifiuti tessili urbani, quindi abbigliamento e calzature, lenzuola e asciugamani, vengono selezionati e igienizzati. Quel che è riusabile alimenta i mercati second hand e viene venduto nei paesi che hanno un potere d'acquisto più basso del nostro. Alla fine, per loro, la scelta è tra un usato europeo o un super fast fashion cinese”.
Dagli strofinacci alle imbottiture
Tutto quello che invece non è riusabile, come si diceva, “di solito rappresenta la metà di quel che si trova nei cassonetti. Lo smaltimento ha costi importanti, per una tonnellata oscilla tra le 250 e le 300 euro. Così la parte restante non riutilizzabile intera viene selezionata per materiale. Se è puro cotone si possono fare strofinacci per la pulizia, si chiama tecnicamente pezzame industriale. Se invece è un misto acrilico e non asciuga, il materiale viene sfilacciato, ci sono aziende ah hoc, creano una sorta di ovatta che può diventare imbottitura, pannello fonoassorbente, ad esempio nei cofani delle auto per attutire i rumori del motore, o rotolo di tessuto non tessuto che usano gli imbianchini per i pavimenti. Questo è un modo per non spendere troppi soldi e riusare i materiali. C’è infine un 10% che finisce in discarica”.
L'abbigliamento, chiarisce il presidente, va a riuso non a riciclo, elemento che si trova “al secondo posto nella gerarchia europea che è anche di buon senso dopo la riduzione e prima di riciclo, recupero energetico e discarica”.
Perché il meccanismo si è inceppato?
"Il mercato dell'usato non è illimitato – mette in evidenza Fluttero -.
A livello europeo si stimano 11 chili di abiti usati per abitante all'anno.
La Ue ha scelto di provare a costruire un modello più sostenibile. Nel 2022 è stata approvata la strategia per un tessile circolare. Entro il 1 gennaio 2025 tutti i paesi membri dovevano istituire l'obbligo di raccolta differenziata. Anche per questo da allora sono aumentati i quantitativi di raccolta. Il secondo problema riguarda il fast fashion. Dieci anni fa i prodotti erano più durevoli. Oggi abbiamo maggiore quantità e minore qualità".
Gli abiti usati e le prospettive
Ma alla fine, perché ci siamo trovati in questa situazione? "Perché si è deciso di passare all'obbligo della raccolta prima di aver risolto il problema di cosa ne facciamo dell'eccesso di vestiti, prima di aver sviluppato tecnologie di rifiuto e il cosiddetto eco design. La prospettiva a medio termine? Quello che non si riesce a raccogliere, finisce nell'indifferenziata. A metà settembre la Ue ha pubblicato sulla Gazzetta ufficiale la revisione della direttiva quadro sui rifiuti. Sul tessile si prevede che entro un paio d’anni tutti gli stati membri devono adottare una regolamentazione che istituisca il cosiddetto regime di responsabilità estesa dei produttori. Come per i rifiuti elettronici, gli pneumatici o le batterie. Tutte le aziende dovranno aggiungere al prezzo del prodotto il cosiddetto eco contributo. Oggi i costi di raccolta finiscono nella nostra Tari. Fino a quando il mercato non era in crisi, il valore di quello che si raccoglieva era superiore ai costi di raccolta. Oggi, da sei mesi, il valore è sceso, anche perché c'è più offerta che domanda”.
Ultimo aggiornamento: Sabato 21 marzo 2026, 15:49









