Morte di Andrea Prospero, il tormento del padre: “Mio figlio poteva essere salvato. Resta il mistero”
Michele Prospero, 70 anni, partecipa a tutte le udienze del processo che si celebra a Perugia. Imputato un 19enne coetaneo della vittima accusato di “aver rafforzato” il proposito suicidiario. “Perché dopo un anno e mezzo non è stata ancora identificata la seconda persona in chat?”

Lanciano (Chieti), 13 giugno 2026 – Suo figlio Andrea Prospero si è tolto la vita a 19 anni. Emiliano Volpe, un coetaneo, è a processo a Perugia per “avere rafforzato” quel proposito “mediante l’assunzione di farmaci”, così c’è scritto nelle carte. Che cosa si aspetta?
“La non verità e la non giustizia. Non ho fiducia”.
Michele Prospero, 70 anni, risponde al telefono con gentilezza dalla sua Lanciano (Chieti) ma non annacqua quello che pensa. Lo dice in modo netto, sopraffatto dal dolore. Impossibile dimenticare la chat tra giovanissimi, la morte in diretta, quel “vai / ammazzati”. Sullo sfondo, il mistero delle ricette mediche false, usate per procurarsi un mix di farmaci assunti in dosi letali.
Andrea, scomparso il 24 gennaio 2025, è stato ritrovato 5 giorni dopo, cadavere, in un appartamento affittato vicino allo studentato dove viveva.
“In questa inchiesta continuano ad esserci lacune, nessuno fino ad oggi mi ha dato i chiarimenti che chiedevo”.
A che cosa si riferisce?
“Si sta processando una persona sola. Dopo un anno e mezzo non è stato ancora individuato il secondo soggetto che stava in quella chat”.
Intanto la polizia ha sequestrato 5 telefonini e decine di sim card nell’appartamento affittato da Andrea. Sono riconducibili a lui.
“La prima volta che ho parlato con il vice procuratore gli ho fatto due richieste: di farmi conoscere il figlio che non conoscevo perché mi venivano dette cose che ignoravo. E di sapere la verità, tutto quello che era successo davvero. Fino ad oggi non ho avuto risposta”.
Nelle indagini è emersa l’ipotesi che suo figlio fosse coinvolto in un giro di truffe online.
“Ma nessuno mi ha dato certezze, su questo. Si è parlato anche di Andrea come di una persona espertissima in campo informatico. Cosa che è stata smentita da un tecnico di computer, arrivato alla conclusione che non poteva avere quella preparazione, con il tempo che ha avuto a disposizione”.

Lei è stato sempre presente alle udienze del processo.
“Voglio vedere in faccia quel ragazzo, voglio la verità. L’ultima volta ho perso la calma. Perché in sede di udienza è stata mostrata una fotografia dove si vedeva il corridoio con il letto e Andrea, riverso. In quel momento Matteo, il mio primogenito, si è sentito male”.
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Suo figlio poteva essere salvato?
“Sì, poteva essere vivo, lo hanno dichiarato anche i medici. C’era tutto il tempo che serviva per intervenire, da tre a sei ore”.
Questa tragedia vi ha sconvolto la vita.
“Qui a casa non si vive più, è un sopravvivere. Sono certo che dietro la morte di mio figlio ci sia un’organizzazione. Può darsi che lui abbia fatto qualcosa ma è stato condannato o istigato a farlo. Magari ha saputo cose che non doveva sapere e quindi dava fastidio a qualcuno. Oppure probabilmente si voleva tirare indietro. Continuo a pensare che in quella stanza non fosse da solo”.
Che cosa gli aveva insegnato?
“I miei tre ragazzi, Andrea e la sua gemella Anna, come Matteo, sono persone corrette, educate. Nel quartiere dove stavo e in quello dove mi sono trasferito non c’è mai stato qualcuno che mi abbia detto, sono maleducati”.
Che cosa vorrebbe dire al magistrato che si occupa di questa inchiesta?
“Vorrei chiedergli se è un padre, spero nel massimo della pena. Anche se niente mi riporterà indietro mio figlio. Spero che si facciano indagini molto accurate”.
Quando vi eravate sentiti l’ultima volta?
“La sera prima che sparisse, e non ho mai avuto la percezione che volesse suicidarsi. Aveva già organizzato diverse cose, doveva tornare giù a Lanciano il lunedì. Aveva appuntamento dal dentista, si era messo d’accordo con i suoi amici per andare a mangiare la pizza. E aveva chiesto alla madre di tagliargli i capelli. Non solo, aveva fatto già il biglietto di andata e ritorno Perugia-Lanciano”.
Non ha mai avuto la percezione che vivesse un momento di sconforto?
“No. E poi basta guardare l’ultimo video, lui che esce dallo studentato e torna indietro quando incrocia un altro ragazzo, per aprirgli la porta. Una persona che si comporta in quel modo non ha intenzione di uccidersi. Quello era esattamente il suo modo di fare, il suo modo di agire. Anche a scuola, c’era un cancelletto piccolo, se aveva qualcuno dietro faceva prima passare gli altri. Lui era così, educato”.
Il suo desiderio di verità.
“L’unica persona che potrebbe spiegare cosa è successo davvero è l’indagato. Che invece si è rifiutato di parlare. Anche su questo la legge italiana ha delle pecche. Perché stato mandato agli arresti domiciliari ed è pure evaso. Ma la legge non glieli ha revocati, ha solo spostato il domicilio, a casa del fratello”.
Com’era Andrea, cosa gli piaceva fare?
“Gli piaceva giocare a calcio, poi a un certo punto ha capito che non faceva per lui perché non era aggressivo, aveva timore dello scontro fisico. Ha fatto un po’ di piscina, gli piaceva andare in bicicletta, lo faceva molto spesso con la sorella. Tante volte preferiva stare a casa rilassato. Era amante della Roma, era un ragazzo tranquillo. L’avevo detto a tutti e tre, andate all’università e se non dovesse andare bene tornate qui tranquilli a casa che si troverà un’altra strada. Lui si teneva la possibilità di fare il camionista. E invece...”.
Ultimo aggiornamento: Sabato 19 settembre 2026, 19:26









