Carlo Messina e l’asse anti-francese che piace a Palazzo Chigi. Ma il Mef sogna il polo con Bpm
Il paradosso: la soluzione “di sistema” Intesa-Unipol poggia sulle coop emiliane legate alla sinistra. L’argine sovranista di oggi sarebbe anche la cordata meglio posizionata per un’Italia post-Meloni

Roma – Il giorno dopo il lancio della doppia operazione su Mps, da Palazzo Chigi e da Via XX Settembre arrivano ufficialmente formule di circostanza, lungo il leit motiv “sarà il mercato a decidere”. Ma la realtà è ben diversa. Dietro le due cordate non c’è solo finanza: c’è una maggioranza divisa che riflette due idee opposte di interesse nazionale.

Da una parte il Ministero dell’Economia di Giancarlo Giorgetti, padre putativo del “terzo polo” (bancario). È un progetto che il ministro coltiva da anni: Mps è stata risanata e riprivatizzata proprio per fare da perno aggregante e la fusione con Banco Bpm ne sarebbe lo sbocco naturale. Quando Castagna, patron di Bpm, si è mosso – formalmente di propria iniziativa – a via XX Settembre non hanno dovuto alzare un dito: la proposta arrivava nel momento e nella direzione giusti, dopo mesi in cui la sponda del Tesoro per quel disegno non era un mistero.
Per Giorgetti il polo Mps-Bpm è la chiusura di una partita personale e politica, di marca leghista, prima della fine della legislatura. E, in questo senso, conta relativamente poco il suo commento sulle sue preferenze: “Chi paga di più. Io l’avevo detto già tre mesi fa”. Ha più valore, invece, per capire gli umori del Carroccio, quello che ha risposto Salvini al numero uno di Intesa, Carlo Messina, che minimizzava i nuovi annunci di tassazione sulle banche: “Non commento Messina, commenteremo con i fatti e non con le dichiarazioni. I numeri sono evidenti”.
Quel che conta ancora di più, però, è che dall’altra parte, pro Intesa, sono Palazzo Chigi e gli ambienti vicini a Fratelli d’Italia, dove l’operazione del Banco viene guardata con sospetto per un motivo preciso: il primo azionista di Banco Bpm è il francese Crédit Agricole, salito al 22,9% e già autorizzato dalla Bce a spingersi fino al 29,9%. Una fusione Mps-Bpm consegnerebbe di fatto a Parigi il ruolo di socio di riferimento del nuovo gruppo e, risalendo la filiera Mediobanca-Generali, un’influenza indiretta sulla “cassaforte” del risparmio. In questa luce, la cordata tutta italiana Intesa-Unipol-Bper appare a Chigi come l’argine “domestico” preferibile. Non è un caso che il Crédit Agricole abbia approvato senza esitazioni la mossa di Castagna: i francesi sanno bene quanto valga la posta. Sul piano più strettamente tecnico la partita assume contorni differenti, ma nella narrazione pubblica i tecnicismi finanziari valgono meno.
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Di certo assume un peso quello che sostiene il presidente di Unipol, Carlo Cimbri, sui rapporti con il governo: “Conoscendo la perizia e la professionalità con cui Intesa opera e la sensibilità del mio collega (Messina, ndr), penso che qualche interlocuzione l’abbia avuta”. Il punto è che a questo capitolo della storia scatta il primo paradosso. Unipol e Bper, i soci di Intesa nell’operazione Mps, sono il cuore della finanza cooperativa emiliana, storicamente legata al mondo della sinistra e delle Coop.
Il dettaglio che rende la cosa quasi ironica è recente: nell’autunno 2024 l’ingresso di Unipol nel capitale di Mps era stato di fatto sbarrato, anche perché il gruppo guidato da Cimbri – partecipato in larga parte dalle coop emiliane – veniva considerato troppo «rosso» per Siena. Oggi quello stesso gruppo è il pilastro su cui Chigi si appoggia per tenere fuori i francesi. Da qui la suggestione, da maneggiare con prudenza ma difficile da ignorare: l’alleanza Messina-Unipol-Bper, benedetta anche dal presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, somiglia a una scommessa sul “dopo”.
L’operazione si perfeziona a fine 2026 e si integra negli anni successivi, oltre l’orizzonte di questa legislatura. Il suo baricentro sociologico – il mondo cooperativo emiliano – è un asset che vale poco con la destra al governo e moltissimo se il vento dovesse cambiare. Messina, del resto, è il banchiere dell’establishment per eccellenza, erede di una tradizione (quella dell’Intesa di Bazoli) più vicina all’area cattolico-progressista che alla destra. Letto così, l’argine “italiano” che oggi piace a Meloni è anche, paradossalmente, la cordata meglio posizionata per un’Italia in un eventuale post-Meloni. Anche se Cimbri è prima di tutto un pragmatico, un king maker che da anni ha allargato a destra la sua rete di rapporti. E Messina ha sempre coltivato buoni rapporti con qualunque esecutivo.
Ultimo aggiornamento: Martedì 9 giugno 2026, 21:41



