Dopo il Premio Nobel, cosa è e come funziona in Italia la flat tax
Da Berlusconi a Salvini, dal Governo Renzi alla Meloni, regole e prospettive della “tassa piatta” che ha fatto vincere il Nobel per l’Economia a Robert E. Hall, 83 anni

Milano, 12 ottobre 2026 – Hanno studiato come le decisioni delle singole persone e delle imprese influenzano l'intero sistema economico. Una rivoluzione copernicana che ha portato Michael Woodford e Robert E. Hall, 83 anni, il padre della flat tax, con dottorato di ricerca al Mit, professore alla Stanford University, a incidere il loro nome sul prestigioso elenco dei Premi Nobel per l’Economia. Hall, insieme al collega Alvin Rabushka, negli anni '80 ha infatti proposto un modello di riforma fiscale ad aliquota unica per gli Stati Uniti. Ha studiato come le persone decidono quanto spendere e quanto risparmiare in base non solo al reddito di oggi, ma anche a quello che prevedono di guadagnare domani.
Cosa è la “Flat Tax”
La "Flat Tax" è una proposta di riforma del sistema fiscale finalizzata a ridurre le attuali aliquote Irpef ad una sola aliquota valida per tutti i contribuenti. La progressività dell'imposta (e la costituzionalità della proposta fiscale) sarebbe garantita dal riconoscimento di detrazioni per i redditi più bassi. Secondo i sostenitori di questo modello fiscale, porterebbe ad una maggiore equità, all'emersione dell'evasione fiscale e, persino, ad un aumento complessivo del gettito per lo Stato.
L’applicazione in Italia
Ma la “Flat Tax” è anche, da sempre, tema dibattuto da esperti e politici. A maggior ragione nel nostro Paese, dove da sempre i cittadini rischiano di restare impigliati nella perenne giungla fiscale delle aliquote dove fino a 28mila euro di imponibile l’aliquota è fissata al 23%, da 28.001 a 50mila euro al 33% (ridotta dal precedente 35%) e 43% oltre i 50mila euro. Al momento, in Italia la “Flat Tax” è in vigore attraverso il regime forfettario per i lavoratori autonomi e le partite Iva. Prevede un'imposta sostitutiva con aliquota al 15% (o al 5% per i primi 5 anni per le nuove attività) fino a un limite dei ricavi di 85mila euro, soglia alzata nel 2023 dal Governo Meloni dopo che già il Governo Conte I aveva innalzato le soglie di accesso al regime forfettario.
La spinta del centrodestra
Il prossimo grande passo, secondo la Lega, è portare a 100mila euro la soglia entro la quale si applica la “Flat Tax” per le partite Iva. Non a caso, a poche ore dopo la comunicazione ufficiale del Nobel, la Lega ha messo nero su bianco una nota ufficiale: «Il premio Nobel per l’Economia a Robert E. Hall, uno dei padri della “Flat Tax” moderna, dovrebbe far riflettere chi in Italia ancora si oppone a questa riforma. Grazie alla Lega, la “Flat Tax” è già una realtà in Italia per milioni di partite Iva. Ora serve un ulteriore passo avanti, portando da 85mila a 100mila euro la soglia per accedere alla tassa piatta al 15%, allargando la platea dei beneficiari e continuando a ridurre le tasse per chi lavora e produce. Avanti tutta». Una battaglia di centrodestra. Silvio Berlusconi la propose in Italia già nel 1994, al tempo della sua entrata in politica. Il fronte dei sostenitori faceva capo al professor Antonio Martino. Ma anche all’interno della cerchia ristretta di consiglieri dell’allora premier Berlusconi, c’era chi frenava. Oggi a opporsi è quasi tutto il centrosinistra. Per timori legati ai mancati introiti fiscali oltre che l’esposizione a polemiche di possibile iniquità della misura.
La misura per attirare i ricchi e i risultati
C’è un’altra forma di Flat Tax, applicata in Italia per la prima volta dal Governo Renzi (allora del Pd) con l’obiettivo di attirare nuovi residenti ricchi residenti fiscalmente almeno per 9 anni nei precedenti 10 all’estero. Nulla di nuovo in assoluto, ma una formula già sperimentata negli anni da Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna per attirare potenziali ricchi investitori o pensionati benestanti. L’allora premier Matteo Renzi ha fissato allora un’imposta “piatta” da 100mila euro, poi salita a 200mila e spostata a 300mila dal Governo Meloni. Da aggiungere a 25mila euro a figlio (oggi innalzati a 50mila) per ogni familiare a carico. I risultati? Secondo Assonime, l’impatto sul gettito è tutt’altro che marginale. Tra il 2017 e il 2025 l’imposta sostitutiva ha generato complessivamente 771 milioni di euro, di cui 238 milioni nel solo 2025. A questo si aggiungono altri 225 milioni di Irpef, prodotti dal 33,8% dei neo-residenti che dichiara redditi imponibili in Italia.
Milano, la nuova Londra per i “nomadi” del Fisco
L’imposta forfettaria è salita da 100mila a 200mila euro annui per i trasferimenti effettuati dopo il 10 agosto 2024, fino a raggiungere il tetto di 300mila euro dal 1° gennaio 2026. Nonostante questo, le proiezioni elaborate da Assonime indicano che entro il 2040 i beneficiari potrebbero raggiungere quota 7mila, con un gettito annuo da imposta sostitutiva pari a 1,6 miliardi e un totale cumulato dal 2017 di circa 16,5 miliardi di euro.
Sempre secondo lo studio di Assonime, finora quasi il 40% dei neo-residenti proveniva fiscalmente dal Regno Unito prima del trasferimento in Italia grazie alla misura. Il fenomeno riflette gli effetti della Brexit e, di recente, la revisione del regime britannico dei “non-dom” entrata in vigore nell’aprile 2025, insieme all’inasprimento della tassazione successoria sui residenti di lungo periodo e sui trust offshore. La certezza è che l’Italia sta intercettando contribuenti di molte nazionalità che avevano scelto la “City” quale base internazionale. Tra questi spiccano francesi e italiani di ritorno, che rappresentano rispettivamente il 15% e il 14% dei beneficiari. E la calamita più potente, per questi “expat del Fisco”, resta sempre Milano, la città più internazionale d’Italia che attira il 40% dei neoresidenti.
Ultimo aggiornamento: Lunedì 12 ottobre 2026, 22:51