Marposs cresce negli States: "Non solo export ma radici sul territorio"
AMERICA e mercati europei, nell’era dei dazi non vanno più così d’accordo. A meno che in America tu non sia...

AMERICA e mercati europei, nell’era dei dazi non vanno più così d’accordo. A meno che in America tu non sia da sempre. Questione di lungimiranza, soprattutto se gli anni erano ancora quelli della ricostruzione economica del paese. Nel 1963 l’ingegner Mario Possati da Bentivoglio, hinterland bolognese, aveva 41 anni e la sua azienda, la Marposs, non ne aveva che undici. Progettava e realizzava sistemi di controllo qualità in ambiente di officina, avendo fin da subito il mondo dell’automotive come principale contesto d’applicazione. E in quegli anni l’auto, negli States, era per forza Detroit. "Quando arrivammo, ricorda oggi Francesco Possati, presidente dell’azienda, terza generazione, decidemmo di pensare in grande e di insediarci nella zona dei grandi costruttori di auto". L’idea era visionaria: "non volevamo semplicemente esportare tecnologia italiana, ma costruire in un mercato strategico come gli Stati Uniti un’azienda locale capace di offrire vendita, engineering, applicazione e assistenza post-vendita in casa del cliente".
Possati, partiamo dai numeri: oggi Marposs in America che dimensioni ha?
"Il mercato Usa è nella nostra top 3 insieme alla Germania e alla Cina. Negli Usa abbiamo 130 dipendenti e abbiamo chiuso il 2025 con 63 milioni di dollari di fatturato e prevediamo di chiudere il 2026 a 75 milioni, un +19%".
Cosa incide sulla crescita?
"Sul trend positivo incide un ritorno degli investimenti sul motore endotermico".
E i dazi, dove li mettiamo? Essere presenti sul territorio Usa non lascia immuni dal problema.
"La nostra presenza diretta in USA non solo non ci lascia immuni, ma essendo la nostra sede locale diretta importatrice dei prodotti Made In Italy, la totalità del dazio ricade sulla nostra struttura. Va detto che i dazi impattano maggiormente il mercato del B2C. Nel B2B la logica è dividersi il problema con i propri clienti. C’è una maggiore congruenza che nei mercati in cui il cliente è l’acquirente finale".
Si dice: il mercato Usa è diverso da tutti gli altri. Ma cosa c’è di vero oltre questo refrain?
"Il mercato Usa ha peculiarità macroeconomiche e culturali ben definite. Nel primo caso l’essere lì da così tanti anni aiuta: ormai conosciamo le peculiarità e le necessità del cliente americano".
E nel secondo caso?
"Gli Usa sono sempre più un Paese di utilizzatori: non ci sono molti costruttori di macchine utensili, ma molte aziende che le usano. L’approccio commerciale è perciò più capillare, non ci si può concentrare su pochi grandi attori. È un mercato che sta vivendo una crescita, anche a partire dal ritorno al ’Manufacturing Made in America’. Questo, per noi, che siamo lì da anni, è stato un vantaggio. Per coglierlo bisognava allinearsi sul loro sforzo riguardo a nuove tecnologie".
Dell’Italia si dice: il successo della nostra manifattura sono le competenze, il saper fare. Essere in Usa comporta rivolgersi alle competenze locali. Tradotto: gli operai americani sanno usare le macchine che installate?
"Anche negli States, come ormai in Europa e in Italia, si fa fatica a trovare competenze di alto livello. È il motivo per cui negli ultimi tempi stiamo spingendo sull’intelligenza di macchina, puntando sul controllo automatico della lavorazione".
Tradotto in pratiche produttive concrete?
"All’ultima fiera di Chicago abbiamo coniato la metafora della ’manifattura a luci spente’. Ovvero: riusciamo a sensorizzare la macchina per farla lavorare in totale autonomia. La macchina, attraverso i sensori, vede le anomalie e corregge il processo, per il cliente che vuole operare 24 ore su 24 con un solo operatore di macchina per isola".
Senta, ma è così vero il valore del Made in Italy in Usa, anche quando non si parla di moda?
"Più che vero. Gli americani apprezzano la nostra manifattura. Per loro siamo un Paese amico e alleato che ha sviluppato negli ultimi decenni un’altissima competenza tecnologica adattata alla classica peculiarità italiana del saper adattare i propri prodotti a ogni contesto. Non basta dire: questa è la macchina e funziona bene. Il vantaggio italiano è saperla adattare a ogni circostanza. In questo non abbiamo molti rivali. L’americano è pragmatico: vuole lavorare bene e vuole che gli sia permesso di farlo nel modo in cui ritiene opportuno. Con queste premesse la relazione instaurata sarà duratura".
Ultimo aggiornamento: Lunedì 5 ottobre 2026, 06:50