Braccio di ferro fra Powell e Trump, quando la politica sfida le banche centrali. Inchieste, inflazione e tassi d’interesse: cosa c’è in gioco
Lo scontro tra Donald Trump e il presidente della Federal Reserve Jerome Powell entra in una fase inedita, con un’indagine giudiziaria e accuse di pressione politica sulla banca centrale. In gioco non ci sono solo i tassi di interesse, ma l’indipendenza della Fed, la stabilità dei mercati e l’equilibrio dei poteri negli Stati Uniti

Roma, 14 gennaio 2026 – Il numero uno della Fed Jerome Powell ha scelto di esporsi come mai aveva fatto prima. Dopo l’apertura di un’indagine che potrebbe portare a conseguenze penali nei suoi confronti, il presidente della Federal Reserve americana ha accusato apertamente l’amministrazione Trump di usare lo strumento giudiziario come leva politica.
- Il braccio di ferro Trump-Powell
- L’onda di solidarietà internazionale e la risposta di Trump
- L’inchiesta sui costi della sede Fed
- Tassi, inflazione e due letture opposte degli stessi dati
- Cos’è la Fed e perché la sua indipendenza è in gioco
- Successione, Senato e rischio istituzionale
- Il precedente che resta anche dopo Powell
Il braccio di ferro Trump-Powell
"Questa azione dovrebbe essere vista nel contesto più ampio delle minacce e delle continue pressioni esercitate dall’amministrazione", ha dichiarato, parlando di un tentativo di "limitare l’indipendenza della Fed". Powell ha aggiunto che la banca centrale viene colpita perché "stabilisce i tassi in base alla nostra migliore valutazione di ciò che è utile alle persone, invece di seguire le preferenze di un presidente". Una presa di posizione inedita, rafforzata dalla decisione di rendere pubblica lui stesso l’esistenza delle citazioni in giudizio e di diffondere un messaggio video ufficiale, rompendo la tradizionale neutralità comunicativa della Fed.
L’onda di solidarietà internazionale e la risposta di Trump
Alle parole di Powell ha fatto seguito una reazione altrettanto senza precedenti sul piano internazionale. Undici governatori delle principali banche centrali mondiali, guidati dalla presidente della Bce Christine Lagarde, hanno firmato un comunicato congiunto di sostegno. "Esprimiamo piena solidarietà al Federal Reserve System e al suo presidente Jerome Powell", si legge nel testo, che definisce l’indipendenza delle banche centrali "un pilastro fondamentale della stabilità dei prezzi, finanziaria ed economica". Sul fronte opposto, Donald Trump non ha arretrato. Pur sostenendo di non essere a conoscenza dell’indagine, ha rilanciato l’attacco politico, tornando a chiedere un taglio deciso dei tassi e colpendo Powell anche sul piano personale, segnalando che lo scontro resta aperto e destinato a intensificarsi.
L’inchiesta sui costi della sede Fed
Formalmente, il caso riguarda la ristrutturazione della storica sede della Fed a Washington, un progetto da 2,5 miliardi di dollari con costi aumentati di circa 700 milioni rispetto alle stime iniziali. L’indagine si concentra su una testimonianza resa da Powell al Congresso nel giugno scorso, nella quale avrebbe fornito informazioni incomplete o fuorvianti sull’entità degli interventi. Il fascicolo, autorizzato dalla procuratrice di Washington Jeanine Pirro, prevede l’analisi dei documenti di spesa e delle dichiarazioni pubbliche dei vertici della banca centrale. Powell ha respinto ogni accusa di opacità, definendo l’iniziativa "senza precedenti" e sostenendo che si tratti di "pretesti" legati al suo rifiuto di piegare la politica monetaria alle richieste della Casa Bianca. È questo l’aspetto che rende il caso davvero senza precedenti nella storia americana recente: mai prima d’ora uno scontro tra Casa Bianca e Federal Reserve, legato alla politica dei tassi, era stato portato sul terreno giudiziario mentre il presidente della banca centrale è ancora in carica. In passato Trump aveva già attaccato Powell duramente, ma sempre sul piano politico e mediatico.
Tassi, inflazione e due letture opposte degli stessi dati
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Il conflitto nasce dai tassi di interesse. Dopo tre tagli consecutivi, la Federal Reserve ha segnalato l’intenzione di fermarsi, temendo che un allentamento eccessivo possa riaccendere l’inflazione. Trump interpreta invece i dati di dicembre – inflazione stabile al 2,7% – come un segnale per intervenire subito. "Grandi numeri sull’inflazione. Questo significa che Jerome 'Too Late' Powell dovrebbe tagliare i tassi di interesse, in modo significativo!!!", ha scritto il presidente Usa. Per la Fed, però, la stessa fotografia suggerisce cautela. La distanza non è tecnica ma politica: da una parte la ricerca di benefici immediati per famiglie e imprese, dall’altra la difesa della stabilità nel medio periodo. È su questo terreno che Powell rivendica l’autonomia delle sue decisioni.

Cos’è la Fed e perché la sua indipendenza è in gioco
La Federal Reserve è la banca centrale degli Stati Uniti e ha il compito di tenere sotto controllo l'andamento dell’inflazione, garantire la stabilità finanziaria e sostenere l’economia. Per farlo deve essere indipendente dal potere politico, così da evitare che le decisioni sui tassi vengano influenzate dal ciclo elettorale. Quando i governi intervengono direttamente sulla politica monetaria, l’esperienza internazionale mostra spesso un aumento dell’inflazione e una perdita di fiducia dei mercati. È per questo che l’indagine su Powell viene letta come qualcosa che va oltre il profilo giudiziario: mette in discussione un equilibrio istituzionale costruito per tenere separata la moneta dalla politica.
Successione, Senato e rischio istituzionale
Lo scontro si intreccia con la scadenza del mandato di Powell, prevista per maggio. Trump sta valutando i possibili successori, ma l’escalation rischia di complicare il percorso. Il senatore repubblicano Thom Tillis ha annunciato che bloccherà qualsiasi nomina alla Fed finché la vicenda non sarà chiarita. Il presidente degli Stati Uniti può indicare il vertice della Fed, ma la nomina deve essere ratificata dal Senato. Se una parte dei repubblicani decidesse di fare muro, la Casa Bianca rischierebbe una fase di stallo proprio mentre cerca di riorientare la politica monetaria.
Anche Wall Street guarda con preoccupazione. Jamie Dimon, ceo di JPMorgan Chase, ha avvertito che "qualsiasi cosa che intacchi l’indipendenza della Fed non è una buona idea" e che un’interferenza politica porterebbe "l’esatto contrario" di quanto auspica Trump. In gioco non c’è solo il futuro di Powell, ma la credibilità della banca centrale americana e la fiducia dei mercati. Il timore non riguarda Powell come persona, ma il segnale che l’inchiesta invia al sistema: se i mercati iniziano a pensare che la Fed non sia più pienamente libera di decidere, si aspettano più inflazione nel futuro. E quando l’inflazione attesa sale, gli investitori chiedono rendimenti più alti già oggi. Il risultato può essere paradossale: pressioni politiche nate per abbassare i tassi rischiano di farli salire.
Il precedente che resta anche dopo Powell
Anche se il mandato di Powell scadrà a maggio, la questione non si esaurirà con il suo nome. L’indagine crea un precedente che pesa su chiunque guiderà la Fed in futuro. Il messaggio implicito è che resistere alle pressioni politiche può avere un costo personale e giudiziario. È questo che preoccupa osservatori e banche centrali straniere: non il singolo caso, ma l’erosione di una linea di confine costruita per tenere la politica monetaria al riparo dal ciclo elettorale. Se quel confine viene indebolito, la credibilità della Fed rischia di essere compromessa ben oltre questa crisi.
Ultimo aggiornamento: Mercoledì 14 gennaio 2026, 10:30

