Il paragone con il Sudafrica. Se a evocare l’apartheid sono anche gli israeliani
Il quotidiano Haaretz denuncia l’isolamento dello Stato ebraico: troppe sanzioni. Nel Paese aumentano le voci di dissenso interno alla vigilia del voto politico

Roma, 13 ottobre 2026 – Se il blocco di Benjamin Netanyahu dovesse vincere le elezioni del 27 ottobre e i Repubblicani perdessero la maggioranza alla Camera e al Senato nelle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, Israele rischierebbe di diventare ufficialmente lo stato paria del mondo: un nuovo Sudafrica dell’epoca dell’apartheid. A calare nella realtà un parallelo in passato derubricato a semplice suggestione, è il quotidiano israeliano liberal-progressista Haaretz sulla base delle preoccupazioni espresse dal capo del Jewish People Policy Institute, Shuki Friedman.
Il paradosso, tra corsi e ricorsi storici, è che lo stesso Hendrik Verwoerd, primo ministro sudafricano e architetto della visione del ‘grande apartheid’ dei bantustan, vedeva nella frammentazione della Palestina e nel sistema di controllo e separazione operato da Israele, un modello e una necessità geopolitica giustificabile. Tanto che quando nel 1961 Israele votò la risoluzione Onu di condanna del regime di segregazione razziale del Sudafrica, saltò sulla sedia: "Israele, come il Sudafrica, è uno stato di apartheid" disse a chiare lettere evidenziando l’incoerenza.
Oggi la situazione è ribaltata. Di fronte a convenzioni internazionali puntualmente disattese, il Sudafrica è stato il primo paese a presentare, nel 2023, alla Corte internazionale di Giustizia dell’Aja un’istanza contro Israele con l’accusa di genocidio a Gaza e violazione del divieto di segregazione razziale e apartheid previsto dall’articolo 3 della Convenzione Cerd. E, nell’attuale scenario, non sembra un caso che il Nobel per la Pace quest’anno sia andato alla magistrata sudafricana, simbolo del riscatto dall’apartheid, presidente della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori Palestinesi Occupati che nel 2025 ha formalizzato l’accusa di genocidio.
Stando ai calcoli di Friedman, che tiene una mappa costantemente aggiornata, sono 110 le sanzioni attualmente in vigore nei confronti di Israele da parte di 54 paesi: alla Spagna, in testa con 10 sanzioni, seguono Gran Bretagna, Belgio, Turchia, Italia, Irlanda, Paesi Bassi, Canada, Francia e molti altri. Ragionando per continenti, l’unico che attualmente non impone sanzioni a Israele è l’Antartide. Un isolamento frenato solo dal supporto di Donald Trump e dal potere di veto degli Stati Uniti usato sistematicamente in sede Onu per bloccare risoluzioni critiche o sanzioni contro Israele. Sebbene le cinque sanzioni volte a limitare la vendita di armi e munizioni a Israele, proposte dai democratici negli Usa siano destinate a rimanere lettera morta, anche oltreoceano il vento potrebbe cambiare.
Attualmente a essere prese di mira da Gran Bretagna, Francia e Canada sono le aziende che operano negli insediamenti israeliani in Cisgiordania, ma il timore è che le sanzioni vengano estese al sistema finanziario. Dopo l’Irlanda, recentemente anche il Lussemburgo ha revocato l’autorizzazione all’emissione di obbligazione israeliane. Una prima avvisaglia, secondo gli analisti, di un possibile boicottaggio finanziario su ampia scala.
Sul fonte interno, intanto, – secondo quanto ha riferito ieri Ynet citando fonti della Knesset – in assenza di una maggioranza chiara dopo le elezioni, il presidente israeliano Isaac Herzog sarebbe pronto alla formazione di un governo di unità nazionale guidato da Netanyahu ed Eisenkot. Un’iniziativa volta a favorire un governo di unità tra i due maggiori partiti, che lascia aperti, tuttavia, diversi interrogativi riguardo alla postura internazionale del Paese.
Ultimo aggiornamento: Martedì 13 ottobre 2026, 08:04







