L’ossessione di Trump per Ilhan Omar. Giustizia piegata alla propaganda
La retata all'alba in casa della deputata somala un colpo ad effetto a tre settimane dalle elezioni. È solo l’ultima provocazione di una lunga campagna denigratoria

Washington, 13 ottobre 2026 – Donald Trump ha detto che la deputata democratica Ilhan Omar è “totalmente corrotta”, un “disastro”, una “persona terribile” che si lamenta sempre “e viene da un paese che è un non-paese”, ma poi ha rassicurato tutti – si fa per dire – garantendo che lui non ha nulla a che fare con la perquisizione della sua casa di Washington condotta dagli agenti anti immigrazione del dipartimento della Sicurezza nazionale lunedì prima dell’alba. Il dipartimento di Giustizia ha agito in modo indipendente, ha detto Trump, che da anni attacca in tutti i modi la deputata di origine somala che insieme ad Alexandria Ocasio-Cortez, Rashida Tlaib e Ayanna Pressley forma il nucleo originario della Squad, l’avamposto democratico-socialista alla Camera.

“Per dieci anni Trump mi ha preso di mira con bugie senza fondamento e campagne diffamatorie”, ha scritto Omar sui suoi profili social, “questa è soltanto l’ultima escalation nella sua campagna intimidatoria. Non mi farò zittire”. Il dipartimento di Giustizia ha comunicato di avere eseguito “un ordine di perquisizione autorizzato” che è parte di una “inchiesta federale in corso” di cui si rifiuta di dare altri dettagli. Ma non c’è bisogno di dettagli legali per afferrare il senso politico della vicenda.
L’indagine sulla deputata del Minnesota è all’incrocio fra tutte le storture, le paranoie, gli abusi e le ossessioni di questa amministrazione. In questa storia ci sono la lotta anti-immigrazione, le pulsioni etnonazionaliste, i complotti confezionati nell’infosfera della destra MAGA e la torsione del sistema giudiziario al servizio dei fini politici di Trump.
L’accusa: immigrati clandestini in famiglia
L’immigrazione, innanzitutto. Il dipartimento di giustizia non dà dettagli, ma diversi funzionari dell’amministrazione, fra cui lo zar del confine, Tom Homan, avevano già spiegato che Omar è sotto lo sguardo degli agenti federali per una questione di immigrazione clandestina che potrebbe riguardare dei membri della sua famiglia. Il mese scorso il segretario per la Sicurezza nazionale, Markwayne Mullin, aveva predetto al podcaster conservatore Benny Johnson, che “qualcosa sarebbe successo” a Omar di lì a poco, e aveva lasciato intendere chiaramente dove si andava a parare: “Se riusciamo a dimostrare che originariamente non avresti dovuto essere qui, ti rimpatriamo”.
Omar è nata in Somalia e nel 1995, in fuga con la famiglia dalla devastante guerra civile somala, ha ottenuto asilo negli Stati Uniti e si è stabilita, come la gran parte dei rifugiati somali, in Minnesota. E’ diventata cittadina americana a 17 anni.
La campagna denigratoria
Da anni Trump porta avanti una campagna denigratoria contro di lei e in generale contro la comunità somala insediata in uno stato solidamente democratico come il Minnesota, e questa campagna lo scorso anno si è saldata a una serie di truffe ai danni dello Stato che hanno scosso proprio la comunità di cui Omar è parte, creando nell’immaginario repubblicano un mostro a due teste: gli stranieri sciaguratamente accolti dalle politiche democratiche si appropriano dei fondi dei contribuenti. Lo scandalo ha costretto il governatore, Tim Walz (già candidato vice nella disgraziata campagna di Kamala Harris) e non ricandidarsi.
Su questo sfondo la macchina della propaganda MAGA ha amplificato e rimesso in circolazione una diceria messa in giro da un blog già nel 2016, quando Omar era nella politica locale, secondo cui avrebbe sposato suo fratello per ottenere la cittadinanza. Non c’è alcuna prova della circostanza, e Omar ha presentato in tutte le sedi possibili le prove della sua storia coniugale, ma quando a Trump hanno raccontato questa vicenda, nel 2019, lui ha iniziato a ripeterla e non ha più smesso, aiutato in modo decisivo e ossessivo da una deputata repubblicana, Nancy Mace, che si è messa con incredibile dedizione a diffondere la bufala.
Fino al giorno in cui gli agenti federali hanno fatto irruzione a casa della deputata, mossi da un’inchiesta che molto probabilmente si basa su questa storia senza fondamento.
L’uso politico della giustizia
Infine, c’è l’uso politico della giustizia, un classico dell’amministrazione Trump che qui viene riproposto nella sua versione elettorale più spericolata. Per consuetudine consolidata, il dipartimento di Giustizia non fa azioni investigative pubbliche su eletti e candidati nei sessanta giorni che precedono il voto, proprio per evitare di interferire con la campagna elettorale.
Gli agenti, in questo caso hanno agito tre settimane prima del voto, sulla base di un’inchiesta di cui non si sa nulla, mettendo nel mirino una delle avversarie che Trump detesta nel modo più appassionato e ossessivo, tanto da farne una specie di feticcio per il mondo MAGA sempre in cerca di nemici. Quel mondo oggi è frantumato e in rivolta, e il presidente spera di ricompattarlo con qualche colpo ad effetto a poche settimane dal voto.
Ultimo aggiornamento: Martedì 13 ottobre 2026, 21:24







