Il prezzo del petrolio è fuori controllo, ma perché Trump non attacca gli Houthi? “Hanno frantumato il piano di The Donald”
L’Arabia Saudita ha chiesto agli Usa di intervenire contro le forze filo-iraniane, ma il presidente ha risposto picche. Dietro il no, i calcoli sul logoramento delle forze americane e la speranza nell’effetto “cascata”

Roma, 14 settembre 2026 – Il prezzo del petrolio è fuori controllo. E molti, in questi giorni, si stanno chiedendo perché Donald Trump non abbia deciso di attaccare gli Houthi, nonostante l’appello diretto dell’Arabia Saudita. Il Brent, il principale riferimento internazionale per il prezzo dell’oro nero, ha superato i 107-108 dollari al barile e il Wti, il suo equivalente americano, si muove stabilmente sopra i 100. Le interruzioni nello Stretto di Hormuz, gli attacchi all’oleodotto saudita Est-Ovest e l’avanzata degli Houthi lungo la costa yemenita stanno soffocando due delle principali rotte energetiche del Medio Oriente. La produzione saudita è già scesa ai minimi dal 1990 (solo 6,2 milioni di barili al giorno) e le esportazioni crollano. Ma gli Usa, per il momento, non ne vogliono sapere di attaccare gli Houthi. Perché?
La mappa

Sul campo le forze americane sono già profondamente impegnate contro l’Iran. La guerra, iniziata a fine febbraio, assorbe risorse navali, aeree e di intelligence. Aprire un secondo fronte in Yemen richiederebbe di dirottare munizioni, aerei e asset di sorveglianza già sotto pressione. Un funzionario dell’amministrazione, citato da Abc, ha spiegato che Washington “si concentra sulla protezione degli interessi nazionali fondamentali, come la libertà di navigazione nel Mar Rosso, mentre rafforza i partner regionali affinché assumano la guida”. Reuters ha riportato il commento di un ex ufficiale del Pentagono: “Entrare in un conflitto con un avversario che ha resistito per anni agli attacchi sauditi e americani sarebbe una missione pericolosa per un esercito già stiracchiato”.
Cosa spera The Donald
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La scommessa di Trump è l’effetto a cascata. Il presidente ripete quasi a ogni intervento che la guerra con l’Iran finirà “immediatamente dopo” le elezioni di midterm di novembre e che, una volta piegata Teheran, crollerà anche la capacità degli Houthi di mantenere la pressione. In un post su Truth Social di inizio settembre ha previsto che i prezzi del petrolio “cadranno precipitosamente” e che la benzina arriverà a tre dollari al gallone, poi sotto i due.

Nel frattempo offre all’Arabia Saudita intelligence e dati di targeting, ma rifiuta gli attacchi diretti chiesti da Mohammed bin Salman. “Gli Houthi ci hanno chiamato e non vogliono combattere con noi”, ha dichiarato Trump a Dublino. “Tutto andrà bene”, ha ribadito il presidente. Insomma, per The Donald il rischio di un attacco non è bilanciato dai potenziali benefici. Già nel 2025 l’America aveva scatenato una costosa offensiva (l’operazione Rough Rider) contro gli Houthi, ma le forze yemenite filo-iraniane avevano incassato il colpo e si erano riprese rapidamente. Un precedente che pesa enormemente nella decisione della Casa Bianca.
I rischi dell’immobilismo

Questa strategia, però, non è priva di rischi. Secondo Stephen Wertheim, senior fellow del Carnegie Endowment for International Peace, “gli Houthi hanno frantumato il piano di Trump”. Lasciare che il gruppo consolidi il controllo su Bab el-Mandeb mentre l’Arabia Saudita rimane esposta, mette in pericolo sia le esportazioni saudite sia la stabilità dei prezzi globali. E tutto questo proprio mentre Washington scommette su una risoluzione rapida del fronte iraniano. Un analista di energia citato da Arabian Gulf Business Insight ha aggiunto che “quando non puoi esportare e gli stoccaggi sono pieni, a un certo punto la produzione deve fermarsi”. Uno scenario che Riyadh sta già sperimentando e che potrebbe accelerare se gli Houthi intensificassero gli attacchi.
Ultimo aggiornamento: Venerdì 9 ottobre 2026, 20:05









