Lago d’Orta, il più romantico d’Italia: acqua limpida e scorci incantevoli
I pesci sono tornati e una piccola cozza d’acqua dolce fa da sentinella all’ambiente. Viaggio alla scoperta della rinascita di un ecosistema che sembrava perduto e dei borghi che lo costeggiano

In molti lo chiamano il lago più romantico d'Italia: dimensioni ridotte, borghi e giardini, grandi ville, e boschi che lo stringono in un abbraccio d'acqua e di verde.
Il lago d'Orta, o Cusio, il più occidentale dei grandi laghi prealpini, è ancora una gemma poco nota tra Novara e Verbano-Cusio-Ossola, a meno di un’ora da Milano. A guardarlo oggi dalla riva di Orta San Giulio, dall’alto del Castello di Buccione o dalla spiaggia di un lido, con l’acqua immobile sotto il sole e le montagne a fare da quinta, è difficile immaginare che fino a pochi decenni fa fosse considerato un lago morto. Quella stagione di inquinamento e acidificazione appare oggi lontanissima.
Per capire che cosa è successo bisogna incontrare chi ne conosce ogni dettaglio: il racconto comincia da qui, a tavola, tra un risotto, un coregone alla griglia pescato quel giorno e un panorama che incanta. “Il Lago d’Orta è sempre stato pescosissimo”, chiarisce Andrea Del Duca, direttore dell’Ecomuseo del Lago d’Orta e Mottarone, nato nel 1997 per raccontare il territorio tra musei, memoria, acqua e biodiversità.

Il lago più acido di sempre
Per capire quanto sia stata straordinaria la rinascita del Lago d’Orta bisogna tornare indietro di un secolo, agli anni Venti, quando a Gozzano arriva la Bemberg, industria tessile che produce seta artificiale. Per farlo ha bisogno di molta acqua, e quella del lago è particolarmente adatta: dolce, povera di calcare. Al termine del processo, le acque di lavorazione, fortemente inquinate da solfato di rame e di ammonio, vengono sommariamente depurate e scaricate nel lago, con le immaginabili conseguenze. Nel giro di pochi anni il pesce scompare “gli scarichi contenenti rame e ammoniaca colpiscono il plancton e, con il plancton, l'intera catena alimentare”.
Il Ragionier Pesce del Cusio e gli altri
Contro il suo declino, il lago ha avuto anche alleati illustri. A denunciare il disastro ambientale è Rina Monti, “prima donna con una cattedra universitaria in Italia, ma la sua voce resta isolata: la fabbrica dà lavoro ai pescatori in una zona dove c'era fame di lavoro”, racconta Del Duca. Con le rubinetterie, le cromature e gli scarichi fognari il lago diventa sempre più acido, fino a raggiungere un pH di circa 4 negli anni Settanta: il più grande bacino acidificato al mondo, dove “neppure un'anguilla tenta di sopravvivere”, scrisse Montale nel 1975.
Tre anni dopo Gianni Rodari, nato a Omegna e legato al territorio, scrisse Il ragioniere-pesce del Cusio, immaginando di incontrare sul pontile di Pettenasco una creatura metà pesce e metà uomo. È il ragionier Pesce, che ha deciso di combattere una battaglia solitaria, trasformandosi egli stesso in pesce, contro l’inquinamento che ha ucciso il lago. Rodari morì nel 1980, senza vedere quello che sarebbe accaduto poco tempo dopo.
Una miscela miracolosa

L’impossibile impresa del Ragionier Pesce del Cusio avrà invece un lieto fine, quasi a dimostrare che la fantasia può essere un’arma potentissima.
Alla fine degli anni Ottanta viene avviata un’imponente azione di risanamento del lago, coordinata dall’Istituto Idrobiologico di Pallanza, sul Lago Maggiore. Una volta interrotti gli scarichi più inquinanti, arriva il momento più difficile: capire come ripulire un lago che ha accumulato per decenni sostanze tossiche. “Lasciato a se stesso, avrebbe impiegato circa 25 anni per recuperare naturalmente”, chiosa Del Duca.
La soluzione arriva dalla Scandinavia: è il liming, una tecnica che utilizza il carbonato di calcio per contrastare l’acidificazione. Sul Lago d’Orta l’esperimento assume dimensioni enormi. Per neutralizzare la gravissima acidità, si decide di somministrare al lago carbonato di calcio: a tonnellate, finemente macinato.
Tra il 1989 e il 1990, sull’acqua compare una grande piattaforma con una betoniera che prepara la miscela e la distribuisce nel lago secondo un preciso piano di intervento. Il carbonato, oltre 10.000 tonnellate, arriva da una cava di Erba: “Per noi è materiale di scarto. Se venite a prenderlo, ve lo regaliamo”, dicono dalla cava. “Invece - precisa il direttore dell’Ecomuseo - quel materiale di scarto diventa parte centrale della bonifica”. In circa due anni il pH torna verso i valori naturali, la salute del lago migliora rapidamente e, negli anni successivi, l’ecosistema torna in condizioni ottimali. Oggi i pesci abbondano ed è facile vederli anche dalle rive.
Le nuove minacce e una sentinella speciale
Tra le protagoniste inattese della nuova stagione del lago c’è una piccola cozza di lago, Unio elongatulus, specie protetta tornata a colonizzarlo dal 2014. “No, non si mangia: filtra l’acqua e accumula ciò che vi trova. La usiamo come biosentinella”, spiega Del Duca.
È il principio alla base di Integrare, progetto dell’Ecomuseo del Lago d’Orta e Mottarone con l’Università degli Studi di Milano e l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri-IRCCS, sostenuto da Fondazione Cariplo. Ora la minaccia non arriva più dalle grandi industrie, ma da contaminanti invisibili: farmaci, prodotti per la cura della persona, microplastiche, sostanze che i depuratori non riescono a eliminare del tutto. Le cozze aiutano a capire che cosa arriva davvero nell’acqua. Attraverso sensori, il progetto ne monitora il battito cardiaco: una piccola creatura del lago trasformata in uno strumento di ricerca sofisticato.
Conservare, valorizzare e sostenere
La sfida non è finita. Dagli anni Settanta a oggi la temperatura dell’acqua del Lago d’Orta è aumentata di oltre due gradi. Un cambiamento che, insieme alla scarsità di predatori naturali, ha favorito la proliferazione di specie aliene invasive come il gambero della Louisiana, il cosiddetto gambero ‘killer’, dannoso per l’ecosistema lacustre.
È una delle evidenze emerse da Cusio 2030, progetto di ricerca avviato nel 2023 per proteggere la biodiversità acquatica del lago. La rinascita, infatti, non ha significato il ritorno automatico di tutte le specie: alcune devono essere aiutate.
Da qui il lavoro sul ripopolamento di specie come agone, pigo, trota marmorata e luccio italico e sul ripristino degli habitat. Tra gli interventi ci sono le legnaie sommerse: grandi piramidi di rami posate sul fondo per ricreare gli ambienti che un lago naturale avrebbe a disposizione e che un territorio antropizzato tende a perdere. Il persico, per esempio, depone le uova su queste strutture. “Senza rami e legname, il fondale rischia di diventare un deserto – spieda Del Duca -. Non possiamo pensare che la natura debba fare tutto da sola”.
La scienza sale a bordo
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È questa attenzione continua che ha portato l’Ecomuseo a occuparsi anche del monitoraggio. L’idea nasce quando gli studiosi del Cnr di Pallanza spiegano quanto sia complicato e costoso controllare un lago in modo continuo: bisogna uscire in barca, prelevare campioni, portarli in laboratorio e analizzarli. La soluzione arriva ancora una volta dalla Scandinavia, dove alcune navi di linea sono dotate di sonde capaci di rilevare in continuo temperatura, ossigeno e clorofilla.
“A quel punto entra in scena Walter Zerla, fotografo che ha deciso di trascorrere due anni navigando tra il Lago Maggiore e il Lago d’Orta a bordo della sua barca a vela: la coincidenza perfetta”. Zerla mette a disposizione la barca, che diventa il primo mezzo di monitoraggio itinerante del lago, in un progetto finanziato da Fantini, azienda con sede a Pella. Le sonde raccolgono dati durante la navigazione e restituiscono anche mappe visive del lago.
Quando Zerla conclude il suo viaggio, l’esperienza non si interrompe: viene installata una boa per continuare il monitoraggio in tempo reale. Poi un’imbarcazione la danneggia e la boa finisce sul fondo. Anni dopo, l’Ecomuseo trova un finanziamento della Fondazione Giacomini per recuperarla e restaurarla. Adesso è di nuovo in funzione: basta uno smartphone per vedere in diretta alcuni dei dati che raccoglie, dalla temperatura al vento, dal pH alla clorofilla.
Raccontare il bacino del Cusio

La rinascita ambientale è diventata anche un modo per raccontare il territorio. L’Ecomuseo del Lago d’Orta e Mottarone lavora infatti non soltanto sulla conservazione della memoria locale, ma anche sulla divulgazione ambientale e sull’educazione.
La base associativa dell’Ecomuseo è un insieme di musei e punti visitabili (qui la mappa), associazioni e Comuni, sparsi su un territorio che va dalle tranquille rive del lago d’Orta, fino ai rilievi montuosi della Valle Strona e Mottarone. Durante l’estate vengono coinvolti nelle attività giovani collaboratori, spesso studenti universitari, che lavorano nei musei e nei progetti.
E poi ci sono le scuole. Il territorio è fatto di piccoli paesi e piccoli plessi scolastici, a volte con classi minuscole con “sette bambini in una terza elementare”. I bambini vengono portati fuori, nei boschi e sul lago con il coinvolgimento dei circoli velici. Anche una lezione sull’acidità dell’acqua e sull’inquinamento può diventare un gioco, qualcosa da capire mentre si impara ad andare in barca.
E poi un tuffo nel blu

A questo punto viene naturale chiedere: ma oggi, nel Lago d’Orta, si può fare il bagno? “La risposta è sì, ma il lago va rispettato. Gli abitanti raccontano una sensazione comune: quando si impara a conoscerlo, il lago diventa familiare” dice del Duca. Anche il nuoto è ormai parte della sua nuova identità: il Lago d’Orta ospita una tappa dell’Oceanman, competizione internazionale di nuoto in acque libere, con percorsi che arrivano fino alle lunghe distanze.
Sul fronte balneare, il Lago d’Orta ha anche un riconoscimento ufficiale: la Bandiera Blu 2026 della FEE al Lido di Gozzano, unica località premiata sull’intero bacino e in tutta la provincia di Novara. Una parte della spiaggia è attrezzata e a pagamento, mentre una parte è area pubblica e verde dove stendere l'asciugamano gratuitamente. Davanti la vista si apre sull’Isola di San Giulio e sulla Torre di Buccione, che domina dall’alto austera e magnetica.
Il Cusio da scoprire

Lasciato il lago, il viaggio prosegue tra boschi, borghi e antiche dimore. La Torre di Buccione è una delle tappe da mettere in cima alla lista: i resti della fortezza, costruita alla fine del Duecento, sorgono nella Riserva Naturale del Colle di Buccione e si raggiungono con circa venti minuti di salita nel bosco. Da quest’anno la fortezza è visitabile su prenotazione nei fine settimana di giugno, luglio e settembre e la domenica ad agosto. L’ingresso costa 5 euro, si ammira dall’alto uno degli scorci più spettacolari sull’intero lago e sul paesaggio del Cusio.
A Miasino, borgo circondato da boschi di castagni dove non è raro avvistare caprioli e volpi, si trova Villa Nigra. Nel Seicento Miasino era il paese più ricco del lago, e la villa ne conserva ancora il segno: una dimora costruita tra il XVI e il XVIII secolo, oggi di proprietà comunale, con facciate affrescate tra Sei e Settecento. Gli interni sono visitabili soltanto in poche occasione e alcune sale sono ancora in restauro. Vale comunque la sosta per ammirare l’esterno e il loggiato a cinque campate che si affaccia sul cortile. Nel parco c’è anche un ristorante, le visite organizzate insieme al Comune cercano di restituire alla villa una nuova vita, oltre la semplice conservazione.

Poco distante, ad Armeno, la chiesa romanica di Santa Maria Assunta custodisce un affresco raro: un Cristo tricefalo, un unico volto con tre facce che rappresenta la Trinità. È una delle pochissime immagini di questo tipo sopravvissute in Italia alle censure ecclesiastiche del Settecento.
Dal Mottarone, spartiacque tra il Lago d’Orta e il Lago Maggiore, nelle giornate limpide lo sguardo abbraccia entrambi i bacini. Sulle sue pendici, verso Stresa, il Giardino Alpinia offre uno dei belvedere più suggestivi sul Verbano, tra rododendri e azalee. Aperto da aprile a ottobre, è facilmente accessibile anche con carrozzine e passeggini.

Dove dormire e dove mangiare
Ad Ameno l'Albergo Monterosa, tre stelle semplice e accogliente, guarda dalla terrazza dritto sul Monte Rosa. Per un soggiorno gourmet, Orta San Giulio ospita due indirizzi stellati: Villa Crespi, il ristorante di Antonino Cannavacciuolo, tre stelle Michelin in una villa in stile moresco. E la Locanda di Orta dello chef Andrea Monesi, una stella, a due passi da Piazza Motta.
Chi prolunga il viaggio verso il Lago Maggiore può fermarsi a Stresa all’Hotel Luina, piccolo albergo storico rilevato di recente da una nuova gestione familiare che lo sta rinnovando senza tradirne l’autenticità: sette camere, cani di piccola taglia ammessi. Oppure concedersi un’ultima sosta alla Cambusa, storica enoteca affacciata sulla piazza, attiva da quarant’anni e con oltre 1.500 etichette. Qui si organizzano ottime degustazioni.

Ultimo aggiornamento: Venerdì 21 agosto 2026, 07:51