Val Gardena d'estate: l'arte contemporanea entra nei boschi, nei castelli e nei paesi
A Ortisei, Santa Cristina e al Pilat il lavoro di 28 artisti trasforma edifici dimenticati e prati d'alta quota in un percorso a cielo aperto. Tra un castello abitato, un concerto a sorpresa, e un burro al limone da ricordare

Immaginate vicoli e case affrescate, boschi e pascoli, un albergo chiuso da quasi trent'anni e sentieri che conducono a installazioni nascoste tra gli alberi. Fino al 13 settembre 2026, la decima edizione della Biennale Gherdëina porta l'arte contemporanea fuori dagli spazi espositivi tradizionali e la intreccia ai paesi e ai paesaggi della Val Gardena, da Ortisei a Santa Cristina fino al Pilat.
Il tema scelto per il 2026, (Future) Paradise Gardens, curato da Samuel Leuenberger, invita a riflettere sul rapporto tra uomo, natura e futuro. Ventotto artisti firmano ventisette installazioni disseminate tra piazze, edifici dismessi e prati: un percorso da vivere lasciandosi sorprendere tanto dalle opere quanto dalla valle che le accoglie.
Fondata nel 2008 dalla gallerista Doris Ghetta (la stessa che custodisce anche la ricetta di uno dei sapori più sorprendenti di questo viaggio) la Biennale Gherdëina intreccia da anni arte contemporanea e vita della valle. Le opere affrontano temi che qui sono realtà quotidiana: spopolamento, cambiamento climatico, perdita dei saperi tradizionali, turismo e trasformazione del paesaggio.
“Le Dolomiti offrono un contesto ideale per esplorare il concetto dei Giardini del (Futuro) Paradiso: luoghi di rifugio, possibilità e rinnovamento”, spiega Samuel Leuenberger.
Ortisei, dove le streghe abitano tra due case

Il viaggio comincia a Ortisei, dove il paese si lascia leggere attraverso l'arte tanto quanto attraverso le sue strade.
Nella Sala Trenker il video di Yuyan Wang alterna immagini ipnotiche di plastica e petrolio, seducenti quanto inquietanti. Ma è nel centro storico che si incontra una delle opere più sorprendenti: la strega lignea di Sandra Knecht, sospesa tra due edifici. Richiama il folklore alpino e gioca sul confine tra protezione e minaccia. Basta tirare la corda che scende dalla veste nera perché apra le ali e riveli il suo doppio volto.
In piazza Sant'Antonio, Pedro Abu Wirz trasforma la fontana in un giardino vivente. Figure umanoidi realizzate con rami, terra e vegetazione sembrano emergere direttamente dalla pietra, mentre l'artista le mantiene vive con uno spruzzino, raccontando il ciclo continuo di crescita e trasformazione.
Poco distante, in una bottega sfitta, Gabriela Oberkofler allestisce una sorta di infermeria botanica. Germogli di antiche colture locali crescono sotto lampade a infrarossi, in un'opera che parla di biodiversità e della cura con cui la valle continua a custodire il proprio patrimonio agricolo.
Il percorso conduce poi a una galleria ferroviaria in disuso, trasformata da Masatoshi Noguchi in uno spazio sospeso tra gioco e contemplazione. Rotaie di legno, matite colorate, piccoli giardini di pietra e una candela che sembra sciogliersi nel ghiaccio invitano a riflettere sul tempo, sulle stagioni e sulla memoria. È impossibile non pensare a Frederick, il topo di Leo Lionni che, invece del cibo, raccoglie colori, luce e parole per affrontare l'inverno.
L'Hotel Ladinia: 1998
C'è un luogo che racconta forse meglio di ogni altro lo spirito della Biennale: l'Hotel Ladinia, storico albergo di Ortisei chiuso dal 1998. Qui Lydia Ourahmane riapre simbolicamente il vecchio bar, invitando i visitatori a portarsi qualcosa da bere e a sedersi ai tavoli da scacchi allestiti per l'occasione. Un gesto semplice che restituisce vita a stanze rimaste sospese per quasi trent'anni.
Nelle sale dell'albergo, le opere di Evelyn Taocheng Wang e Giulia Cenci convivono con mobili, corridoi e oggetti rimasti intatti. Il tempo sembra essersi fermato, ma l'arte riesce a rimetterlo in movimento.
Api di marmo e semi per i prossimi cento anni

A Santa Cristina le installazioni si stringono attorno al piccolo centro abitato, quasi a misurarsi con le sue dimensioni raccolte. I Bee Memorials di Ana Prvački: quattro alveari di marmo che evocano lapidi, parlano della scomparsa degli insetti impollinatori e si inseriscono con naturalezza davanti al cimitero del paese, in uno dei dialoghi più diretti tra arte e luogo di tutta la Biennale. Qualche gradino più giù, le fotografie in bianco e nero di Kelly Tissot trasformano vecchi oggetti e ambienti dismessi in una malinconica memoria collettiva.
Al piano superiore di una scuola dismessa si trova Dormancy, l'opera di Jacopo Belloni: grandi alambicchi in rame distillano essenza di cirmolo, diffondendo aroma e quiete nell'ambiente, lo stesso profumo di legno e resina che si respira salendo tra i boschi. Intorno, "molli" contenitori in vetro custodiscono semi autoctoni destinati a essere sepolti nella valle e riportati alla luce nel corso dei prossimi cento anni. Rinasceranno tutti?
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Il Pilat: 45 minuti di salita fin dove arrivava la neve

Per raggiungere il Pilat bisogna camminare. Qui il territorio diventa parte dell’opera. La salita richiede tempo e gambe, ma il panorama sul massiccio del Sella ripaga ogni passo. E arrivare fin lassù, con il fiato corto e la vista che si apre sulle Dolomiti, è già un’esperienza artistica.
L'installazione di Bas Smets ed Eliane Le Roux utilizza i pali impiegati per misurare l'altezza della neve per fotografare l'innalzamento progressivo della linea del gelo: inequivocabile, e sconvolgente, soprattutto guardata da chi la neve su questi pendii l'ha vista scendere molto più in basso. Mentre nel bosco, duecento frammenti di vetro sospesi tra i rami si mimetizzano tra gli alberi: i testi e i disegni graffiati sulla superficie diventano visibili a seconda dei riflessi di luce che filtrano tra le foglie, del tempo atmosferico, dello sguardo di chi sa fermarsi. Il lavoro di Judith Neunhäuserer richiama la storia di Laura ed Enrico Fermi, che trascorsero un’estate in Val Gardena: una memoria legata alla ricerca scientifica e alle sue ambivalenze. Un'opera che si fa scoprire tintinnando, complice il vento che muove i rami.
Il castello. Come nelle favole

Un passo dopo l'altro, a volte è proprio quello che non ti aspettavi a sorprenderti. In Val Gardena ci sono ancora castelli abitati: in uno di questi una bambina dai capelli lunghi e biondi corre scalza sui prati, mentre il giovane signore della fortezza ci fa da guida tra le antiche stanze.
Poi la musica di Tuttifenomeni, arrivato apposta da Roma, risuona fuori le mura per un pubblico di soli ospiti seduti sull’erba, qualcuno con un calice in mano, altri in piedi ad ammirare il panorama spalancato sulla valle. È la conferma che la Val Gardena, oltre l'arte, i sentieri e la natura, sa regalare anche una sera così: tra i giardini di un castello, le parole cantate e le stelle sopra le torri.
Il segreto che porti a casa
Un giorno dopo l’altro, si assaggiano anche sapori della tradizione, del km 0 e quelli inaspettati come il buon burro di montagna mantecato con il limone. Questa è la mia versione (replicata a Milano): vado a occhio con le misure, abbondo con il burro, utilizzo mezzo succo di limone e aggiungo una certa quantità di pepe rosa dell'Himalaya. Per mantecare a mano ci vuole pazienza. Dopo aver lasciato il composto in frigo lo spalmo su una grande fetta di pane nero, e lo servo semplicemente così. Per la ricetta originale, bisogna chiedere alla gallerista visionaria (e buongustaia) Doris Ghetta, che ne conosce dosi e segreti.
Quello che resta
L'arte contemporanea non si avvicina facilmente: l'estetica da sola non basta a comprenderla, serve contesto, a volte mediazione. Ma qui, tra il profumo del cirmolo in un vecchio sottotetto, i germogli salvati dall'oblio, i frammenti di vetro che tintinnano tra gli alberi del Pilat, le parole di un cantautore, un sapore inatteso, arte e territorio finiscono per raccontare la stessa cosa: una montagna che vive e si trasforma, promuovendo un modello di arte contemporanea che mette la rigenerazione al centro.

Dove dormire
Biennale e Valle vanno vissute senza fretta. Una visita completa, tra opere e paesi, richiede almeno quattro o cinque ore, meglio se distribuite su più giornate. L’edizione 2026 è accompagnata da visite guidate, workshop, atelier, escursioni, incontri e performance.
Per una base semplice nel cuore di Ortisei, l’Hotel Dolomiti Madonna ha camere essenziali, senza sfarzi, un’atmosfera autentica e una cucina legata ai prodotti della montagna.
Info: www.biennalegherdeina.org
Ultimo aggiornamento: Domenica 2 agosto 2026, 18:10