Lambrusco e motori, a Modena il cuore del made in Italy all’ombra dell’Acetaia d’Italia
Un viaggio tra i profumi delle botti antiche e dei tortellini nella città che ha cullato i miti di Enzo Ferrari e di Luciano Pavarotti. E che nasconde un centro storico entrato nel Patrimonio Unesco

E’ la città di Enzo Ferrari e Luciano Pavarotti, delle Acetaie famose in tutto il mondo e del Lambrusco, ma anche un centro storico che, con piazza Grande, Duomo e Ghirlandina, si è conquistato un posto al sole nella lista del patrimonio Unesco. Tanti miti che si incrociano in una città unica: Modena.

L’Acetaia d’Italia
Cinquemila persone in una sola domenica (ma ben 200mila ogni anno) hanno varcato le porte di 43 acetaie per scoprire dove nasce l’oro nero di questa città. È il bilancio della 24esima edizione di Acetaie Aperte, la manifestazione promossa da Le Terre del Balsamico, realtà che riunisce i due Consorzi di tutela dell’Aceto Balsamico di Modena Igp e dell’Aceto Balsamico Tradizionale di Modena Dop.
L’Aceto Balsamico di Modena Igp nasce dall’incontro fra mosto d’uva e aceto di vino secondo quanto stabilito dal disciplinare e viene affinato in contenitori di legno per almeno 60 giorni; per la tipologia ‘Invecchiato’ il periodo minimo sale a tre anni.

Il Tradizionale Dop appartiene invece a una dimensione più lenta e familiare. L’unico ingrediente è il mosto d’uva cotto, sottoposto a concentrazione e maturazione naturale. Per ottenere il marchio Dop occorrono almeno 12 anni per l’Affinato e almeno 25 per l’Extravecchio (capsula oro), entrambi riconoscibili dalla famosa bottiglietta preziosa disegnata da Giorgetto Giugiaro. Una produzione in quantità molto limitata: si parla di circa 160mila bottigliette da 100 millilitri.
Una giornata di visite guidate, degustazioni, incontri con i produttori, laboratori, abbinamenti gastronomici e intrattenimento che hanno raccontato un’arte fondata sul tempo e sulla pazienza. Pochi giorni prima, a fare da apripista alla manifestazione, la cerimonia delle Chiavi dell’Acetaia d’Italia, con la consegna del riconoscimento al ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida.

Nella stessa occasione Le Terre del Balsamico hanno ricevuto il titolo onorifico di Ambasciatore della Cucina Italiana nel Mondo – Patrimonio Unesco per il lavoro di tutela, valorizzazione e promozione internazionale delle due denominazioni.
Una tradizione antichissima
L’origine risalirebbe ai tempi dei Romani nella cottura del mosto delle abbondanti produzioni di uva dei territori oggi corrispondenti alle province di Modena e Reggio Emilia. Probabilmente per questo motivo solo qui si è sviluppato il processo per ottenere aceto direttamente dal mosto cotto dell’uva, anziché dal vino, seguendo un insieme di usanze, lente procedure e sapere antico. Del mosto prodotto in questi territori che veniva cotto per essere trasformato in risorsa alimentare di grande importanza strategico militare ed economica, hanno parlato nei secoli Cicerone, Plinio e Virgilio. Oggi seimila famiglie fanno l’aceto balsamico nelle soffitte e negli scantinati della città. Persino in municipio c’è l’Acetaia del sindaco. E nel frattempo è partito un progetto ambizioso: ottenere il riconoscimento di bene immateriale dell’Umanità da parte dell’Unesco.
Una delle tradizioni più suggestive racconta che una batteria potesse essere avviata alla nascita di una figlia, perché il suo contenuto sarebbe cresciuto insieme a lei fino a diventare, molti anni dopo, una sorta di dote matrimoniale.

Accade all’Acetaia di Giorgio, ospitata nelle soffitte di una villa ottocentesca appartenuta ai fratelli Barbieri. Giorgio, Giovanna e Carlotta Barbieri continuano a seguire le batterie di famiglia e ad accogliere i visitatori che arrivano da tutto il mondo. In questa casa del 1860 l’aceto balsamico invecchia in botti di sei diverse tipologie di legno: il 60 per cento del prodotto va negli Stati Uniti.
A Solara di Bomporto, Monari Federzoni 1912 rappresenta l’anima industriale e internazionale del Balsamico. Fondata nel 1912 da Elena Monari, l’azienda ha trasformato una tradizione locale in una realtà capace di raggiungere numerosi mercati internazionali, con vigneti, strutture produttive e grandi spazi dedicati all’affinamento in legno.

In realtà l’aceto balsamico di Modena è uno dei prodotti più contraffatti al mondo. Per spiegare al consumatore come riconoscerlo il consorzio ha prodotto una mostra dai contenuti molto intuitivi, Supermerkaos, e alcuni giochi interattivi.
Il Lambrusco
La provincia di Modena, con 27 Dop Igp e Stg è la prima in Italia per numero e seconda a Parma per impatto economico con 836 milioni di euro. Conta 27 prodotti agroalimentari e gastronomici tutelati dal marchio Tradizione e Sapori di Modena e vanta quattro Lambruschi Dop. Sotto il nome Lambrusco c’è una famiglia di dodici vitigni a bacca nera declinati in un universo di sfumature e colori. Con i suoi vini freschi e piacevoli, grazie alle differenti varietà, ai territori e ai diversi metodi di produzione, il Lambrusco ha la versatilità fra i suoi punti di forza. Dal frizzante, che rappresenta il 90 per cento della produzione, fino agli Spumanti metodo Martinotti o metodo Classico, dal secco alle versioni amabili, ce n’è per tutti i gusti.
La cantina Settecani a Castelvetro è nata nel 1923 dall’unione di 48 proprietari terrieri. Oggi conta 150 soci e produce ogni anno 2 milioni di bottiglie. Qui, dove oggi corre la ciclabile, un tempo passavano i binari della ferrovia, fondamentali per lo sviluppo del territorio. Siamo nell’alveo del Lambrusco Grasparossa e di un bianco frizzante che promette allegria, il Pignoletto.

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Prezzi democratici, dai 5 euro in cantina del Pignoletto fino ai 18 del Lambrusco più raffinato, il Settimo Cielo, prodotto col metodo Classico. E poi un vanto, legato alla linea Vini del Re: “Siamo stati i primi a ottenere i tre bicchieri del Gambero Rosso col Lambrusco Grasparossa”, spiegano in cantina parlando di un altro vino alla porata di tutte le tasche (5 euro).
La buona tavola
Tortellini in brodo di cappone, gnocco fritto, Parmigiano Reggiano, salumi e tigelle sono i protagonisti dell’antico mercato Albinelli, che sotto le campate in stile liberty in ferro battuto ospita ancora il meglio della tradizione, attirando i modenesi per la spesa del mattino e i turisti per acquisti e pranzi veloci. Quest’anno ha ricevuto il premio dell’Accademia della cucina italiana.

Per chi desidera una colazione alternativa al dolce, la pasticceria Cathedrali a due passi dal Duomo propone tutte le mattine una colazione modenese, a base di gnocco fritto e cappuccino. Cene più raffinate all’Erba del re dello chef Luca Del Re, una stella Michelin. Ospitata in un edificio del 1600, l’osteria Stallo del Pomodoro è un’altra tappa imperdibile del panorama gastronomico di Modena: sotto un pergolato spettacolare propone piatti pregiati legati alla tradizione. La tradizione sale in cattedra all'osteria Santa Chiara, nel cuore della città.
Il centro storico patrimonio Unesco
Modena oggi è la Città dei festival, del museo della Figurina (dalla famiglia Panini), dei tanti portici e del sito Unesco. La sua storia è profondamente legata agli Este, che nel 1598 trasferirono qui la capitale del Ducato dopo la devoluzione di Ferrara allo Stato Pontificio. Da quel momento Modena conobbe una nuova stagione politica e culturale e divenne il centro di uno Stato destinato a lasciare una traccia profonda nella storia dell’Emilia.

Ma le origini risalgono ai romani e alla costruzione della via Emilia, che la attraversa, e ancora al Medioevo. Oggi i suoi viali corrono sulle antiche mura, mentre nella toponomastica si trova ancora il riferimento agli antichi canali che la attraversavano: in tre giorni di navigazione si poteva arrivare al mare Adriatico.
Il viaggio nel patrimonio Unesco comincia da piazza Grande, cuore civile e religioso della città. Il Duomo, iniziato nel 1099 sotto la guida dell’architetto Lanfranco e impreziosito dalle sculture di Wiligelmo, è uno dei massimi capolavori del romanico europeo.
Accanto si innalza la Ghirlandina, la torre pendente alta 89 metri simbolo di Modena. Duomo, torre e piazza Grande formano insieme il sito Unesco che racconta la straordinaria stagione medievale della città. Con una ricchezza d'arte e di tesori che testimonia il ruolo della città in quel peridio.
Da qui si raggiunge piazza Roma e il Palazzo Ducale, costruito dagli Este a partire dal Seicento sull’area dell’antico castello. Oggi sede dell’Accademia Militare, la grande residenza racconta il periodo nel quale Modena divenne capitale di un ducato.
Di mito in mito: Enzo Ferrari

La Casa Museo Enzo Ferrari racconta un altro mito della città. Qui convivono i due volti di Modena, quello rassicurante della tradizione e quello più proiettato al futuro. Varcato l’ingresso attendono il visitatore la casa natale del fondatore, ospitata nell’officina del padre Alfredo, che il Drake vendette per comprare la prima auto da corsa, dando origine a un mito senza tempo. Accanto, la grande struttura contemporanea, con il caratteristico tetto giallo, dialoga con l’edificio ottocentesco e con le automobili che hanno trasformato il nome Ferrari in un simbolo planetario.

Sotto il tetto avveniristico le Ferrari di star come Mick Jagger e Madonna, o miti come Maria Callas (protagoniste della mostra Hits fino al prossimo febbraio), dialogano a distanza con le linee più rigide dello studio di Enzo Ferrari, rimasto intatto così come i documenti che raccontano l’origine del simbolo del cavallino rampante, strettamente legata all’eroe dell’aviazione Francesco Baracca.
L’eredità di Luciano Pavarotti

La Casa Museo Luciano Pavarotti, poco fuori dal centro, conserva la memoria del grande tenore modenese. La casa di campagna di Stradello Nava custodisce fotografie, costumi, oggetti personali, documenti e ricordi che raccontano l’uomo oltre il personaggio che portò Modena sui più grandi palcoscenici del mondo senza spezzare mai il legame con la propria terra. Qui il maestro visse i suoi ultimi anni con la moglie Nicoletta e la figlia Alice. E qui la Fondazione ha realizzato un museo nel cui giardino vengono ospitati rassegne e piccoli concerti. Dentro, accompagnato dalle più famose arie cantate da Pavarotti, il visitatore percorre un viaggio emozionale che si snoda su quattro piani. Dal grande salone al pianterreno, con il frak indossato nei concerti insieme all’immancabile fazzoletto bianco antristress e portafortuna fino ai chiodi che il tenore si metteva in tasca durante le sue performance, al pianoforte regalatogli dalla prima casa discografica col quale accompagnava e dava lezioni gratis ai giovani talentuosi.

E poi, salendo di pani in piano, foto e cimeli, i grandi della terra con cui si è rapportato, gli amici di Pavarotti & Friends coinvolti nelle iniziative di solidarietà, le ricette realizzate nella grande cucina, i concerti benefici, i i filmini di famiglia, il cappello e le sciarpe colorate, i quadri dipinti in un’esplosione di gioia che lo ha sempre accompagnato. Fino ai momenti più bui, ma sempre seguendo un’aria che risuona in ogni angolo della casa come la colonna sonora di una vita straordinaria: “Voglio vivere così, col sole in fronte”.
Ultimo aggiornamento: Martedì 13 ottobre 2026, 13:31