Marianna Florenzi Waddington, la filosofa che rubò il cuore di Ludwig I di Baviera
L’UMBRIA ROMANTICA E MISTERIOSA (1) – Una storia d'amore durata quasi una vita intera tra lettere, balli e baci rubati tra le colline

«Quando ti miro fiso
Mi sembri visione di paradiso
E vision mi pare
Che tu mi sappi amare»
Ludwig I di Baviera, 1824
Castello di Ascagnano, primavera 1832 – La luce entrava obliqua dalla finestra alta e cadeva sullo scrittoio come una stoffa chiara, fermandosi sulle dita della marchesa, sull’anello, sul margine della carta già piena di una grafia fitta, regolare, quasi ostinata.
Marianna teneva il busto diritto, ma la mano correva con un’agitazione che il resto del corpo smentiva. Da fuori arrivava un silenzio di campagna nobile, appena mosso da passi lontani, da porte socchiuse, dal fruscio di chi preparava le stanze per un arrivo atteso con troppa cura perché fosse soltanto una visita.

Ascagnano, alle porte di Umbertide, aveva il raccoglimento e il capriccio delle dimore che sembrano nate più per custodire un segreto che per difendere un casato. Sale raccolte, corridoi in penombra, finestre aperte sull’Umbria verde e quieta; e soprattutto quelle camere comunicanti, volute perché tra una porta e l’altra non ci fosse più la distanza imposta dai nomi, dai titoli, dai mariti, dalle corti.
Ludwig lo aveva fatto suo anche così, quel luogo: comprandolo da Ettore Florenzi, ormai travolto dai debiti e dalla propria remissiva umiliazione, e trasformandolo in una dimora dove l’attesa potesse avere stanze, chiavi, abitudini. Marianna sollevò per un momento gli occhi. Aveva ancora la bellezza che tutti le riconoscevano, ma più ancora colpiva la precisione del volto: la fronte limpida, lo sguardo vigile, la bocca pronta a farsi severa e subito dopo dolcissima.

Era una donna che pensava mentre amava e amava senza rinunciare a pensare. Forse era questo che teneva il re di Baviera legato a lei da anni, più di ogni grazia, più di ogni rischio. Si chinò di nuovo sul foglio e lasciò scorrere le ultime parole, come se, scrivendole, potesse già avvicinare il rumore della sua carrozza sul viale: «Ti amo con trasporto e con passione (...). Spero che tu mi amerai sempre come lo farò io».
Molti anni prima, a Roma, non c’era stata nessuna certezza: dapprima solo vergogna, poi tanto altro, del tutto inaspettato. A Villa Torlonia si festeggiava il carnevale del 1821 e lei non avrebbe dovuto essere lì. Lo sapeva mentre attraversava quelle sale troppo grandi, illuminate da un fasto che non le apparteneva. Era stata presentata da una conoscente: abbastanza perché le porte si aprissero, ma senza che venisse accolta con il benvenuto desiderato.

La padrona di casa, la duchessa di Bracciano, non aveva nascosto il fastidio, così Marianna si era ritirata ai margini del salone. Sentiva gli sguardi scivolarle addosso senza fermarsi, come se fosse trasparente. Aveva appena diciannove anni, un matrimonio già siglato e quell’improvvisa consapevolezza di non essere dove avrebbe dovuto.
Le lacrime le salirono senza preavviso. Fu in quell’istante che lui le si fermò davanti. In seguito, Marianna ricordò sempre il modo in cui la guardò: non con curiosità, ma come se l’avesse già riconosciuta. Ludwig I di Baviera non era un uomo perfetto nei tratti, ma era acceso da qualcosa che bastava a imporsi su ogni altro volto: il gusto, la sicurezza, l’abitudine a guardare il mondo come se dovesse ancora sorprenderlo.
Portava con sé quel fascino degli uomini colti che conoscono molte lingue, ma nessuna abbastanza per dire tutto. Le si avvicinò, vide la sua umiliazione e le asciugò una lacrima con un gesto semplice. Poi le tese la mano.

I saloni di Villa Torlonia si aprirono allora come un teatro: gallerie vaste, muri dipinti, luci rovesciate sugli stucchi, sete che si sfioravano, ventagli, profumi, il suono del valzer che prendeva possesso dei corpi. Marianna sentì la mano del principe stringere la sua e capì, con uno stupore quasi infantile, che da quel momento nulla sarebbe più rimasto al suo posto. Ballarono: lui le parlò come se lei fosse già diversa dalle altre; lei lo ascoltò con quella docilità apparente, dietro cui aveva sempre nascosto il proprio orgoglio. Quando la serata finì, rimase una scarpetta nelle mani di Ludwig, come un pegno che aveva l’innocenza della fiaba e il peso di una promessa.
Marianna Bacinetti aveva avuto fino ad allora una vita composta: Ravenna, il maestoso palazzo di famiglia, l’educazione severa ma colta, i libri, le conversazioni. Figlia del conte Pietro e della contessa Laura Rossi, nipote di donne che pensavano e leggevano, era cresciuta abituata a ragionare, e tuttavia dentro un ordine che sembrava già scritto. A diciassette anni aveva sposato Ettore Florenzi e si era trasferita a Perugia, imparando presto che il matrimonio poteva essere un obbligo, non una scelta. A dire il vero non si era mai adattata del tutto. Studiava, osservava, cercava. L’università a Perugia prima e la filosofia poi non erano per lei un ornamento, ma una necessità: voleva capire. Quando incontrò Ludwig lui aveva trentacinque anni, ma la differenza di età non la spaventò; fu anzi come se colmasse un vuoto che lei sentiva già esistere dentro di sé.
In quel pomeriggio del 1832 ad Ascagnano, mentre scriveva attendendolo con fremiti sempre più intensi, i ricordi si intrecciavano a ciò che era diventata. Aveva imparato il tedesco per lui, e poi per sé. Aveva trascorso lunghi periodi a Monaco di Baviera, dove aveva scoperto Schelling, e nelle sue pagine aveva trovato qualcosa che le somigliava: un pensiero vivo, in movimento, difficile da fissare. All’incirca un decennio dopo lo avrebbe tradotto, portando in Italia in doppia edizione la sua opera Bruno, mentre più tardi sarebbe arrivata a sua firma anche la Monadologia di Leibniz. Nel frattempo leggeva Kant, Spinoza e già stavano nascendo in nuce i suoi saggi, che più volte sarebbero stati respinti dalla censura e inviati all’Indice.
Per decenni il Papato l’avrebbe guardata con sospetto, poi con aperta ostilità, senza che mai lei arretrasse di un passo; al contrario, la sua casa perugina, Villa Colombella, diventava a poco a poco rifugio di patrioti, cenacolo di studiosi, luogo dove una donna pensava ad alta voce in un secolo che lo concedeva malvolentieri. Nel Saggio sulla filosofia dello spirito avrebbe inserito, nel 1867, una frase in grado di descriverla meglio di qualunque ritratto: «Lo studio dello spirito quanto più è eccellente tanto più è difficile, e richiede maggiore capacità d'intendimento».
Marianna si fermò di nuovo, il pennino sospeso. Pensò a quanto fosse cambiata da quella sera a Roma, a quanto fosse mutato anche il loro amore. Non meno profondo, ma diverso. Dietro di lei c’erano già Ravenna, Palazzo Bacinetti, Perugia e la calda accoglienza di Umbertide, il matrimonio con Ettore, due figli, gli studi e una quantità spaventosa di lettere spedite o ricevute da Ludwig, che in totale alla fine della loro vita sarebbero arrivate a circa 5000. Un amore immortalato in eterno sulla carta e sugli schizzi ribelli dell’inchiostro.
Eppure davanti a lei, in quella primavera del 1832, c’era ancora molto ad attenderla: la vedovanza imminente, le seconde nozze con Evelyn Waddington, le battaglie politiche al fianco di Mazzini, l’ammirazione di Rosmini, Mamiani, Cousin. E in tutto questo Ludwig sarebbe sempre rimasto: non presente ogni singolo giorno al suo fianco, ma necessario. «Il tempo passa presto anche quando passa male. Eccoci di nuovo a Natale. Si può dire che ieri eravamo giovani ed oggi siamo vecchi» (Marianna Florenzi, 1845).
Quando seppe della sua morte, nel 1868, Marianna non pianse subito. Il pacco arrivò giorni dopo consegnato da un servitore fedele, e lei lo aprì con una calma che in realtà non sentiva. Dentro trovò la scarpetta: la stessa, attraversata dal tempo ma ancora intatta nel suo significato. La prese tra le mani e rimase immobile: era stata conservata per quasi mezzo secolo come si fa con una reliquia privata. Il biglietto che la accompagnava portava la grafia di Ludwig I di Baviera: «Scarpetta della Marchesa Marianna Florenzi, ricordando il primo ballo a Palazzo Torlonia».
Marianna Florenzi Waddington si spense a Firenze nel 1870, dopo una vita piena che non l’aveva mai vista ferma un istante. Dietro di sé lasciò libri, carteggi, scandalo, pensiero; e quell’amore lunghissimo, che aveva navigato sulle onde del desiderio, della filosofia, del potere, persino della vecchiaia, senza mai ridursi a una sola definizione.
«Mi ricordo benissimo di quanto ci promettemmo, e se muoio prima e se fosse permesso (cosa che io non credo), ma se tu lo brami, ti apparirò».
Itinerario nei luoghi di Marianna Florenzi Waddington in Umbria
Non si può che iniziare da Perugia, città dove la “celeste marchesa” visse intensamente la sua stagione politica e intellettuale. Tra i vicoli del centro storico si distinguono i palazzi che ospitarono il suo celebre salotto letterario, mentre poco fuori città sorge Villa della Colombella, un tempo rifugio per i patrioti liberali e oggi sede universitaria.

Spostandosi verso nord incontriamo Umbertide, cittadina che conserva ancora il fascino dell’epoca grazie alla sua imponente Rocca medievale e al pittoresco centro storico, con la Collegiata di Santa Maria della Reggia dalla caratteristica pianta ottagonale. A breve distanza dall’abitato, incastonato tra il verde laddove il torrente Nese confluisce nel Tevere, sorge il Castello di Ascagnano; la struttura, caratterizzata da una torre cilindrica e merlature guelfe, fu acquistata dal sovrano bavarese nel 1832 per donarla a Marianna, che ne fece il suo buen retiro. Sebbene oggi il castello sia una proprietà privata chiusa al pubblico, il paesaggio circostante invita a ripercorrere i passi della marchesa lungo le sponde del Tevere.

In questi luoghi, dove un tempo Marianna e Ludwig venivano traghettati per i loro incontri segreti dal barcaiolo locale – di cui resta ancora visibile la rustica abitazione –, oggi è possibile vivere l’esperienza dinamica del kayak o della canoa, scivolando sulle acque che un tempo videro passare il re di Baviera. La passeggiata si estende fino alla confluenza del torrente Reggia, offrendo scorci naturalistici di una bellezza non sfrontata tra le colline umbre.
Non lontano, l’itinerario si può concludere al Castello di Civitella Ranieri, una sontuosa residenza nobiliare che domina la valle e che, visti gli stretti rapporti tra le aristocrazie dell’epoca, fu quasi certamente tappa delle frequentazioni sociali di una donna colta e influente come Marianna Florenzi.
Nota dell'autrice: racconto liberamente ispirato alla figura e alla vita di Marianna Florenzi Waddington
Ultimo aggiornamento: Lunedì 27 aprile 2026, 10:50