Dalle intuizioni di Giacomo Tachis al rigore della famiglia Tonnino: la rinascita di Baglio Ceuso
Lo storico snodo vinicolo ottocentesco di Alcamo rivive oggi con vini d’autore, spesso impreziositi dalla vasche di cemento. Una scommessa vinta all'insegna del rispetto per la terra e della qualità senza compromessi

Immerso nella campagna siciliana, a pochi chilometri dai templi di Segesta, al confine tra Alcamo e Calatafimi, Baglio Ceuso rappresenta un simbolo secolare della viticoltura isolana. Costruito nel 1860 in contrada Vivignato, oggi inserito tra i Luoghi del Cuore del Fai, l'edificio è la sede operativa e l'anima della cantina Tonnino, che ne ha curato il restauro secondo le moderne sfide della sostenibilità.
Tra Florio e Tachis

La storia del baglio inizia con la famiglia d'Angelo, che trasformò la struttura nel primo vero snodo centrale per la raccolta e vinificazione delle uve del circondario, superando la vecchia pratica dello stoccaggio domestico. L'importanza logistica dell'area era tale da attrarre, nel 1875, persino la potente famiglia Florio, che costruì un proprio baglio adiacente per le prime fasi produttive dei suoi vini, approfittando anche della nuova linea ferroviaria del 1881. Nonostante la crisi della fillossera a fine Ottocento, Baglio Ceuso non ha mai interrotto la sua vocazione imprenditoriale. Negli anni '90 del Novecento, sotto la guida della famiglia Melia e con il decisivo apporto del celebre enologo Giacomo Tachis, la cantina diede vita a grandi rossi iconici, mantenendo in uso le storiche vasche in cemento e preservando un patrimonio architettonico fatto di antichi palmenti e maestose capriate.
Cemento vs acciaio: la sartorialità in cantina
Oggi, la famiglia Tonnino adotta un approccio enologico incentrato sulla valorizzazione di varietà tradizionali come Catarratto, Grillo e Nero d'Avola, integrando scelte innovative e sostenibili. Un elemento centrale delle visite guidate in cantina è il confronto tecnico sui materiali di affinamento.
L'acciaio che restituisce vini più "nervosi" e spigolosi che richiedono maggiore affinamento in bottiglia, offrendo però una praticità gestionale insuperabile grazie alla refrigerazione continua. Il cemento che grazie a resine a pori aperti non vetrificate, permette una microssigenazione naturale, rendendo i vini più calmi ed equilibrati e, non necessitando di raffreddamento costante, risulta energeticamente molto più sostenibile, seppur richieda una manutenzione rigorosa. Le pratiche di vinificazione mirano alla minima manipolazione della materia prima: utilizzo della gravità, fermentazioni con cappello sommerso per estrazioni delicate e affinamenti stratificati (i rossi riposano circa un anno in cemento, un anno in botti francesi di vari passaggi e dieci mesi in bottiglia).
L’iconico Ceuso

L'emblema indiscusso dell'azienda resta proprio il ‘Ceuso’, l'iconico rosso da invecchiamento nato originariamente dall'intuizione del maestro Giacomo Tachis. Riproposto recentemente partendo dagli storici appunti di cantina, questo blend dal respiro internazionale a base di Nero d'Avola, Cabernet Sauvignon e Merlot rappresenta il connubio perfetto tra struttura e territorio. La sua vinificazione è certosina: si parte con raccolte separate e fermentazione con cappello sommerso per estrazioni delicate, seguite da una maturazione primaria in cemento per circa un anno sulle masse. Dopo l'assemblaggio, il vino affina in botti francesi di vario passaggio per ulteriori 12 mesi, completando il percorso con 10 mesi di riposo in bottiglia. Il risultato è un sorso vigoroso e stratificato, caratterizzato da tannini nobili e un bouquet ricco di frutti rossi maturi, sottobosco, cacao e spezie dolci.
Dalla vigna al calice: pratiche agricole

La cura maniacale della famiglia Tonnino si estende ai 120 ettari di vigneti situati in aree d'elezione come Poggio Reale e lungo il fiume Belice. La vendemmia è prevalentemente manuale, con l'uso di piccole casse da 400-500 kg e vasche riempite solo al 40-50%. Contro la crisi idrica, nel 2024 sono state testate con successo delle "rugiade artificiali" notturne tramite atomizzatori, utili a idratare le chiome senza diluire gli acini. Sul fronte organolettico, la cantina si distingue per una forte identità territoriale. I bianchi con il blend storico della Doc Alcamo (60% Catarratto, 30% Grillo e Grecanico) spicca per freschezza, note agrumate e un saldo salino netto, e le sperimentazioni. L'azienda è stata pioniera nell'impianto del Chenin Blanc in Sicilia nel 2004 e declina oggi il Pinot Grigio in tre versioni, tra cui un intrigante ramato (‘Costa di Mezzo’) che vira su note di pesca bianca.
Strategia commerciale: crescita controllata e filiera corta

Con una produzione annua di circa 120.000 bottiglie e 12 etichette, Tonnino rifugge i grandi volumi industriali. L'85% del vino valica i confini nazionali, trovando estimatori negli Stati Uniti, in Asia e nei monopoli come l'LCBO canadese. Sul mercato interno, la strategia è netta: esclusione della Gdo in favore dell'HoReCa e di una rete di distributori basata sulla conoscenza personale. Questa etica del territorio si riflette anche nel restyling delle etichette, pensate per essere essenziali e prive di orpelli lucidi, e nella costruzione di una filiera d'approvvigionamento cortissima: le etichette sono stampate a Trapani, le bottiglie provengono da Marsala e i cartoni dalla stessa Alcamo. Una scelta coerente per chi, dal 1860, fa della terra tra Alcamo e Segesta il proprio, inestimabile baricentro.
Ultimo aggiornamento: Lunedì 27 aprile 2026, 12:59


