Siamo entrati nell’Algoritmocene, l’epoca in cui le nostre scelte non sono solo nostre
Treccani inserisce “Algoritmocene” tra i neologismi 2026: una parola nuova per raccontare un’epoca in cui gli algoritmi non si limitano a suggerirci cosa guardare, comprare o ascoltare, ma contribuiscono a costruire la realtà che percepiamo.

Non sappiamo esattamente quando sia successo. A un certo punto abbiamo iniziato a delegare piccole parti della nostra giornata a sistemi che non vediamo e che, nella maggior parte dei casi, non sappiamo nemmeno spiegare. Un algoritmo decide quale video mostrarci dopo quello che abbiamo appena guardato. Quali notizie mettere in cima al nostro schermo. Quale musica suggerirci mentre lavoriamo. Quale prodotto potrebbe piacerci. Quale destinazione di viaggio assomiglia ai nostri gusti. Quale persona potrebbe interessarci. Quale contenuto merita qualche secondo in più della nostra attenzione. Non ci ordina quasi mai cosa fare. È più sottile di così: ci mette davanti alcune possibilità e ne lascia scomparire altre.
Siamo entrati nell’Algoritmocene
Treccani ha dato un nome a questa condizione: Algoritmocene. Il termine è entrato tra i Neologismi 2026 e indica, in senso polemico o ironico, un periodo storico nel quale algoritmi e intelligenza artificiale influenzano in modo profondo e spesso opaco le decisioni umane, orientando la vita quotidiana, i consumi e persino il nostro atteggiamento verso la realtà.

La parola, però, non è nata quest’anno: la prima attestazione riportata da Treccani risale al 2018.
Algoritmocene richiama l’Antropocene, l’epoca nella quale l’attività umana è diventata una forza capace di trasformare il pianeta. Qui il cambiamento è diverso, ma la domanda è altrettanto grande: che cosa succede quando a trasformare non sono soltanto le nostre azioni, ma i sistemi che decidono quali informazioni arrivano fino a noi?
Il punto non è demonizzare gli algoritmi. Sarebbe troppo semplice e probabilmente anche inutile. Gli algoritmi sono strumenti potentissimi: permettono di orientarsi in quantità di informazioni che nessun essere umano potrebbe elaborare da solo, rendono più efficienti molti servizi, aiutano a individuare correlazioni, prevedere bisogni, diagnosticare problemi, organizzare attività.
Il problema comincia quando smettiamo di distinguere tra uno strumento che ci aiuta a scegliere e uno strumento che seleziona per noi ciò tra cui scegliere.
La differenza tra uno strumento che ci aiuta a scegliere e uno che seleziona per noi ciò tra cui scegliere
La differenza sembra minima. Non lo è. Quando apriamo un social network, non vediamo semplicemente internet. Vediamo una versione di internet costruita attraverso una selezione. Quando cerchiamo un prodotto, non incontriamo necessariamente tutti i prodotti possibili: incontriamo quelli che un sistema ha ritenuto più pertinenti per noi. Quando una piattaforma ci suggerisce una canzone, un film o un video, non sta soltanto rispondendo a una richiesta: sta imparando qualcosa su di noi e utilizza quella conoscenza per formulare la richiesta successiva prima ancora che la esprimiamo.
È qui che l’algoritmo smette di essere soltanto una questione tecnica e diventa una questione culturale e politica nel senso più ampio del termine: chi stabilisce ciò che vediamo? Con quali criteri? Sulla base di quali dati? E quanto sappiamo di quei criteri? La parola chiave è forse proprio opacità.
Non perché ogni algoritmo sia necessariamente segreto o manipolatorio, ma perché il funzionamento dei sistemi che organizzano una parte crescente della nostra esperienza è spesso troppo complesso per essere compreso da chi li utilizza. Noi vediamo il risultato. Non vediamo il percorso.
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E questo produce una trasformazione silenziosa
Per molto tempo abbiamo pensato alla libertà di scelta come alla possibilità di avere davanti molte alternative. Nell’economia digitale la questione diventa più complessa: quante delle alternative possibili arrivano davvero davanti ai nostri occhi? Un libro che non compare mai nelle nostre raccomandazioni continua naturalmente a esistere. Un articolo che l’algoritmo non considera interessante continua a essere stato scritto. Una persona che non entra mai nel nostro circuito digitale continua ad avere idee, esperienze, desideri, contraddizioni. Ma la nostra esperienza della realtà non coincide con la realtà.
E se una parte crescente di ciò che sappiamo del mondo passa attraverso sistemi di selezione automatica, quei sistemi finiscono inevitabilmente per partecipare alla costruzione della nostra percezione. È anche per questo che accanto ad Algoritmocene, Treccani ha registrato negli anni precedenti parole come algoretica, cioè la riflessione sui problemi etici legati all’intelligenza artificiale e agli algoritmi, e algocrazia, entrata tra i neologismi nel 2022. Sono parole diverse per raccontare una stessa trasformazione: prima ci siamo accorti che gli algoritmi esistevano. Poi abbiamo iniziato a chiederci se avessero bisogno di regole. Infine abbiamo dovuto prendere atto che possono diventare anche una forma di potere.
Il potere, però, non assomiglia necessariamente a quello che abbiamo imparato a riconoscere.
Non ha bisogno di un ufficio, di una divisa o di un ordine impartito dall’alto. Può presentarsi sotto forma di una notifica. Di un video che parte automaticamente. Di una pubblicità perfettamente sincronizzata con una ricerca fatta qualche ora prima. Di una sequenza di contenuti che ci tiene dentro una piattaforma per altri dieci minuti. E quei dieci minuti, moltiplicati per milioni di persone, diventano un modello economico.
L’attenzione è una risorsa finita
La questione dell’attenzione è forse una delle più importanti. Perché l’attenzione è una risorsa finita: non possiamo leggere tutto, vedere tutto, ascoltare tutto, conoscere tutto. Ogni volta che qualcosa conquista il nostro tempo, qualcosa resta fuori. Per questo l’algoritmo non deve necessariamente convincerci di qualcosa per avere un effetto su di noi. Gli basta decidere a cosa concederemo attenzione. È una differenza fondamentale.
Un tempo potevamo dire di avere troppe informazioni. Oggi il problema è anche capire chi o cosa stabilisce quali informazioni riusciranno a raggiungerci. La tecnologia, intanto, è diventata così ordinaria da essere quasi invisibile. Non pensiamo all’algoritmo quando ordiniamo una cena, quando cerchiamo un parcheggio, quando scegliamo una canzone, quando scorriamo le notizie prima di dormire. Ed è proprio questa normalità a rendere l’Algoritmocene un concetto interessante.
Non siamo davanti a un futuro distopico nel quale le macchine hanno preso il controllo dell’umanità. Siamo davanti a qualcosa di molto meno spettacolare e, proprio per questo, molto più concreto: una parte delle nostre decisioni viene progressivamente circondata da suggerimenti automatici che imparano dai nostri comportamenti. La domanda allora non è se possiamo tornare indietro. Probabilmente no. La domanda è quanto spazio vogliamo conservare per ciò che non è stato previsto.
Per una canzone scelta senza che qualcuno ce l’abbia suggerita. Per un articolo trovato per caso. Per una persona incontrata fuori dal nostro circuito abituale. Per un'opinione che ci irrita. Per un luogo nel quale non saremmo mai andati perché nessun algoritmo avrebbe potuto prevedere che ci sarebbe piaciuto. In fondo, la libertà non consiste soltanto nel poter scegliere tra molte opzioni. Consiste anche nella possibilità di incontrare qualcosa che non avevamo scelto di cercare.
Forse è questa la vera sfida dell’Algoritmocene: non imparare a vivere senza algoritmi, ma impedire che la comodità di essere continuamente indirizzati ci faccia dimenticare il valore di perderci. Perché una macchina può conoscere molto bene le nostre abitudini. Ma una parte della nostra libertà comincia ancora da ciò che non conosce.
Ultimo aggiornamento: Mercoledì 30 settembre 2026, 18:05


