Dalla California, al Gargano, alla Sicilia: le coste arretrano ed è sbagliato considerarla (solo) emergenza
A Santa Monica festival sospeso a causa dell’uragano Marie e dell’erosione della spiaggia, in Italia il ciclone Harry ha colpito duramente le coste siciliane e sul Gargano sono stati finanziati oltre 8,2 milioni di euro per cinque interventi contro erosione e dissesto

A Santa Monica una parte della spiaggia è stata erosa dalle mareggiate al punto da rendere impossibile organizzare un festival musicale. L’Ocean Way Festival, previsto per il 26 e 27 settembre sulla spiaggia a sud del molo, avrebbe dovuto portare sulla costa californiana artisti come The Killers, Olivia Dean, Jack White, Khruangbin e Sublime. È stato cancellato dopo che le onde legate all’uragano Marie e il deflusso delle acque da un canale di scolo hanno modificato profondamente l’area prevista per l’evento.
Secondo la città, il moto ondoso ha portato via una quantità di sabbia tale da spostare la linea dell’alta marea di circa 96 piedi, quasi 29 metri, verso l’interno rispetto alla corsia di sicurezza prevista per il festival. Un altro canale scavato dall’acqua ha attraversato la parte meridionale dell’area destinata all’ingresso. Non c’erano più le condizioni per costruire in sicurezza il palco e accogliere il pubblico.
La situazione a Malibu
A pochi chilometri di distanza, a Malibu, la situazione è stata ancora più concreta. L’8 settembre il cedimento di un tratto di terreno ha aperto una grande voragine lungo Sea Level Drive, interessando il vialetto di una casa sulla costa e poi la strada. Il cedimento ha provocato anche una fuga di gas e ha compromesso l’unico accesso alla zona per residenti e mezzi di soccorso. Il Comune ha dichiarato lo stato di emergenza e disposto l’evacuazione di 31 proprietà.
La costa non è una linea immobile
Sono episodi diversi, ma raccontano entrambi quanto rapidamente possa cambiare un territorio che abbiamo sempre considerato stabile. Ed è proprio questo il punto. La costa non è una linea immobile. Non lo è mai stata. Le spiagge avanzano e arretrano, le dune si spostano, le onde trasportano sedimenti, le correnti modificano continuamente il profilo del litorale.
Quello che è cambiato è anche il modo in cui noi abbiamo occupato quello spazio. Case, alberghi, strade, ferrovie, porti, stabilimenti balneari, infrastrutture e attività economiche sono stati costruiti lungo una fascia che per sua natura è dinamica. In molti casi abbiamo cercato di fermare quel movimento attraverso opere di difesa, ripascimenti e altri interventi che hanno permesso di proteggere territori e attività. Ma oggi dobbiamo fare i conti con condizioni ambientali che stanno cambiando.
Parlare di erosione costiera significa innanzitutto evitare semplificazioni
Parlare di erosione costiera significa innanzitutto evitare semplificazioni. Non esiste una sola causa e non tutte le coste reagiscono allo stesso modo. A determinare l’evoluzione di una spiaggia contribuiscono la geologia, il moto ondoso, le correnti marine, la disponibilità di sedimenti, il trasporto dei materiali attraverso i fiumi, le mareggiate e la conformazione del territorio. A questi fattori naturali si aggiungono quelli prodotti dall’uomo. La costruzione di porti e moli può modificare il trasporto dei sedimenti. Le opere di difesa possono cambiare la dinamica delle spiagge. L’urbanizzazione può ridurre lo spazio disponibile per le dune e per gli spostamenti naturali della linea di costa.
Il ruolo del cambiamento climatico
E poi c’è il cambiamento climatico. L’innalzamento del livello del mare e l’evoluzione delle condizioni meteomarine possono aumentare la pressione su sistemi costieri che in molti casi sono già vulnerabili. Questo non significa che ogni fenomeno di erosione possa essere attribuito direttamente al cambiamento climatico. Significa però che l’evoluzione del clima entra dentro un quadro già complesso e già profondamente modificato dalle attività umane. Il problema, quindi, non è soltanto che il mare possa avanzare. È che abbiamo sempre meno spazio per permettere alla costa di muoversi.

Non serve guardare alla California: il problema ci riguarda
E non serve guardare alla California per capire che il problema riguarda anche noi. Sul Gargano, nel luglio scorso, la Provincia di Foggia ha trasmesso alla Regione Puglia cinque progetti nell’ambito del programma regionale “Coste Alte”, per un valore complessivo di oltre 8,2 milioni di euro. Gli interventi riguardano le Isole Tremiti, Vieste, Rodi Garganico, Vico del Gargano e Peschici. Si va dalla mitigazione del rischio idraulico e idrogeologico alla messa in sicurezza dei costoni rocciosi, fino a interventi specificamente destinati al contrasto dell’erosione costiera. A Vico del Gargano, per esempio, è previsto un intervento da un milione di euro nella zona di Monte Pucci, tra San Menaio e la baia; a Rodi Garganico sono previsti lavori di consolidamento del versante sotto il cimitero comunale.
Non è soltanto una questione di proteggere una spiaggia. In alcuni tratti del Gargano l’erosione mette in relazione la tenuta degli arenili con la sicurezza delle strade, dei versanti e delle infrastrutture e, inevitabilmente, con un’economia turistica che dipende anche dalla qualità e dalla stabilità del litorale. Non a caso ISPRA ha inserito proprio Rodi Garganico nella propria rete di video-monitoraggio costiero, insieme ad altri tratti di litorale italiano. Il sistema consente di osservare nel tempo le variazioni morfologiche della spiaggia provocate dall’erosione e dagli eventi meteomarini estremi. È un dettaglio importante: oggi non basta più guardare la costa quando arriva una mareggiata. Bisogna osservarla continuamente per capire come si sta trasformando.
Il ciclone Harry
E poi c’è Harry. All’inizio del 2026, dall’altra parte della penisola, il ciclone Harry ha mostrato quanto rapidamente una mareggiata possa trasformarsi in un problema per interi territori Tra il 19 e il 21 gennaio, la Sicilia è stata colpita da precipitazioni intense, venti forti e mareggiate lungo i litorali. Le conseguenze hanno riguardato strade, porti, stabilimenti balneari, attività produttive e ricettive. In Sicilia la prima stima regionale parlava di 741,5 milioni di euro di danni alle infrastrutture, a cui si sarebbero aggiunti i mancati redditi delle attività produttive. Il Governo ha poi dichiarato lo stato di emergenza per Sicilia, Calabria e Sardegna.

Lungo la costa orientale siciliana le immagini raccontavano un territorio profondamente modificato dalle mareggiate: a Letojanni il lungomare è stato invaso dalle onde e si è aperta una grande voragine; a Mazzeo è crollata parte della piazza sul mare; a Taormina e Giardini Naxos le strutture costiere sono state danneggiate. E il problema non è finito con il passaggio della tempesta.
È una prospettiva che sposta il ragionamento. Dalla domanda “come ricostruiamo ciò che è stato distrutto?” a una domanda molto più difficile: “dobbiamo davvero ricostruirlo nello stesso punto e nello stesso modo?”.
L’Italia ha oltre 8.000 chilometri di costa
L’Italia ha oltre 8.000 chilometri di costa e una parte importante della sua economia, del suo paesaggio e della sua identità è legata al mare. Secondo gli ultimi dati ISPRA disponibili, riferiti al periodo 2006-2020, 1.890 chilometri di spiagge hanno registrato variazioni della linea di riva superiori a cinque metri: 934 chilometri risultano in erosione, mentre 965 sono in avanzamento. Un dato che restituisce la complessità del fenomeno: la costa italiana non arretra ovunque e nello stesso modo, ma cambia, spesso rapidamente, e con dinamiche molto diverse da un territorio all’altro.
Ci sono tratti che perdono sedimenti e altri che ne ricevono, spiagge che avanzano e altre che arretrano. La situazione può cambiare anche nel giro di pochi chilometri. Per questo parlare semplicemente di “spiagge che scompaiono” rischia di essere fuorviante. Il problema è piuttosto la trasformazione degli equilibri costieri e la vulnerabilità di quei territori nei quali abbiamo concentrato persone, infrastrutture e attività economiche.
Il punto è che quando pensiamo a una spiaggia pensiamo soprattutto all’estate. Ma una spiaggia è anche un ecosistema e una forma di protezione naturale. Insieme alle dune contribuisce ad assorbire parte dell’energia delle mareggiate e a proteggere ciò che si trova alle sue spalle. Quando la spiaggia si riduce, quindi, non perdiamo soltanto spazio per gli ombrelloni: aumenta la vulnerabilità dell’intero sistema costiero. E questo riguarda direttamente anche il turismo.
Il nostro modo di progettare le coste
C’è poi una contraddizione che riguarda il nostro modo di progettare le coste. Abbiamo scelto di costruire vicino al mare perché il mare rappresenta una risorsa economica, paesaggistica e turistica. Poi abbiamo dovuto costruire opere per proteggere quelle stesse infrastrutture dall’azione del mare.
Non significa che le opere di difesa siano inutili o sbagliate. In molti casi proteggono abitazioni, strade, porti e comunità. Ma ogni intervento modifica un equilibrio e deve essere valutato considerando l’intero sistema costiero, non soltanto il punto che vogliamo proteggere. La domanda, allora, non può essere soltanto: come fermiamo l’erosione? Dobbiamo cominciare a chiederci anche: perché quel territorio è diventato così vulnerabile? E soprattutto: possiamo continuare a costruire nello stesso modo?
La parola chiave è adattamento
La parola chiave per i prossimi anni sarà probabilmente adattamento. Ma adattarsi non significa accettare passivamente la perdita delle spiagge. Significa progettare tenendo conto di come il territorio sta cambiando. Vuol dire monitorare le coste, proteggere le dune, recuperare dove possibile la capacità naturale degli ecosistemi costieri, utilizzare il ripascimento nei casi in cui sia efficace, progettare infrastrutture più resilienti e valutare con attenzione dove e come costruire.
Significa anche prendere in considerazione una possibilità che spesso facciamo fatica ad accettare: in alcuni luoghi potrebbe essere necessario arretrare. Non tutto può essere protetto nello stesso modo. Non tutto può essere ricostruito nello stesso punto. Non ogni infrastruttura può essere difesa indefinitamente.
Sono decisioni difficili, perché dietro una strada, una casa o uno stabilimento ci sono persone, investimenti, attività economiche e comunità. Proprio per questo non possono essere prese soltanto quando arriva una mareggiata. Servono pianificazione, dati, monitoraggio e una visione che guardi molto più avanti della prossima stagione turistica.
Il cambiamento climatico non è un evento che arriverà un giorno preciso. È un processo che stiamo già attraversando. La sfida non sarà impedire alla costa di cambiare, ma capire come accompagnare quei cambiamenti senza trasformarli ogni volta in un’emergenza.
Ultimo aggiornamento: Mercoledì 30 settembre 2026, 16:29

