Persone transgender nelle carceri tra violenze e soprusi (e i timori delle detenute)
I rapporti ufficiali parlano di almeno 80 persone transgender dietro le sbarre in Italia. Una realtà che ancora non fa i conti con la condizione di estrema emarginazione e fragilità che si viene a creare. Ma c’è anche un altro aspetto da considerare: l’incolumità delle detenute

I rapporti ufficiali parlano di almeno ottanta persone transgender detenute nelle nostre carceri. Una situazione che comporta una serie innumerevole di soprusi e forme di grave discriminazione. Inoltre nonostante la norma del regime penitenziario riconosca in teoria la presenza di persone che si riconoscono in un genere diverso da quello anagrafico, non si prendono mai nella realtà provvedimenti appropriati, limitandosi anacronisticamente alla lettera dei dati registrati sulla carta d’identità. In un rapporto di Antigone di qualche anno fa si mette l’accento sulla condizione di estrema emarginazione e fragilità che si viene così a creare, tenendo presente come in molti casi il processo di transizione non sia facilmente individuabile con conseguente difficoltà a elaborare un censimento certo.
Nel contempo tutto questo si trasforma proprio nel principale motivo di esposizione a violenze in un ambiente che per forza di cose si rivela promiscuo. La notizia di un numero rilevante di detenuti rinchiusi in una prigione della California, che invocando l'identità di genere chiedono il trasferimento nella sezione carceraria femminile, ha fatto il giro del mondo. Le domande dello spostamento in questione sono quasi trecento e questo da quando è entrata in vigore una legge specifica tesa a regolamentare il diritto di poter scegliere la propria percepita identità di genere, indipendentemente dalla struttura anatomica biologica. Purtroppo se da un lato questa norma è stata sancita proprio a difesa di transgender e intersessuali, dall'altro ci sono le donne prigioniere che, non a torto, temono una invasione nelle loro celle da parte di uomini che potrebbero usare come pretesto 'la percezione di genere' esclusivamente al fine di ottenere un trasferimento potenzialmente pericoloso per le detenute.
I tentativi di stupro e le gravidanze che si sono verificati negli istituti di pena canadesi hanno creato allarme e pongono i presupposti per un nodo gordiano sul piano etico e legale difficile da sciogliere. Alle donne va garantita tutta la incolumità possibile, ma allo stesso tempo non possono essere ignorate le esigenze di uomini che si sentono in tutto e per tutto realmente appartenenti al sesso femminile.
Una donna transgender ha raccontato l'inferno della sua vita quotidiana all'interno di una cella riservata ai maschi, dove solo andare in giro in reggiseno e mutandine per lavarsi significava essere oggetto di abusi di ogni tipo. Kelly, questo il nome della detenuta, è diventata donna dopo vent'anni di terapia ormonale e spera di terminare presto nella sezione femminile la propria reclusione: "Non ne posso più: quando ho reagito di fronte all'ennesima richiesta di prestazioni di sesso orale, per tutta risposta sono stata pesantemente redarguita dallo stesso personale della prigione. Non mi piace affatto condividere gli spazi con gente convinta che noi trans siamo soltanto oggetti fatti apposta per il loro divertimento. Io esigo il massimo rispetto per me e per tutte quelle come me".
Intanto le detenute di sesso biologicamente femminile sono in allarme e tra di loro ricorre questa domanda dalla difficile risposta: quanti sono gli autentici transgender, e quanti invece quelli che se la ridono presentando false autocertificazioni in cui si dichiara in modo fraudolento una diversa identità di genere solo per commettere atti di soprusi e violenza? Per legge i detenuti transgender californiani possono decidere di affermare il loro orientamento sessuale in modo radicale mediante la richiesta di un intervento chirurgico pagato dallo Stato. Da allora i casi di cambiamento di sesso sono stati una settantina. A riguardo, l'avvocato americano che difende i diritti dei detenuti transgender sottolinea dal canto suo come la strada appena tracciata sia nei fatti ancora molto lunga e tortuosa perché la maggior parte di loro difficilmente potrà concretamente avere accesso alla terapia ormonale o a quella chirurgica. E non fa mistero sulla situazione esplosiva in atto: esibire tratti intrinsecamente femminili in un carcere maschile comporta rischi incalcolabili e nel contempo inibisce il diritto di sentirsi donna fino in fondo. Di vivere la propria vita costi quel che costi.
A tale proposito, chi ha visto il film 'The Danish Girl', tratto dal romanzo La danese (The Danish Girl), scritto da David Ebershoff, non può essere rimasto indifferente di fronte alla bellezza stilistica della regia di Tom Hooper, ispirata a un personaggio realmente esistito. Siamo nella Danimarca dei primi del Novecento quando Einar Wegener e Gerda Gottileb, entrambi pittori di successo, si conoscono e innamorano. La loro felicità è assoluta e presto decidono di sposarsi, i due si amano moltissimo e sono complici in molti giochi fantastici. Un giorno Gerda suggerisce al marito di posare per lei in abiti femminili: un gioco nato per caso, solo perché l'abituale modella quel giorno non si è presentata. Einar, all'inizio avverte tutto il comprensibile imbarazzo dell'inconsueta situazione, ma presto scopre di essere irresistibilmente attratto da quel sorprendente mutamento di cui si invaghisce così tanto da iniziare a pensare a sé stesso soltanto come donna. Si fa chiamare Lili e ogni giorno che passa comprende quanto la sua autentica personalità sia stata da sempre quella di una femmina, imprigionata solo per capriccio della natura nel corpo di un uomo. La cosa gli crea non pochi scompensi e turbamenti, viene trattato da pazzo e sottoposto a trattamenti crudeli. Ma Gerda è una donna intelligente e nonostante tutto continua ad essere innamorata di Einar-Lili, a dispetto delle più crudeli conseguenze. La 'ragazza danese' è il simbolo per eccellenza del dramma delle tante persone intrappolate in un involucro fisico che non riescono a sentire affatto loro. Eppure ancora oggi il sistema, specialmente nel caso di quello coercitivo, volta le spalle fingendo di vivere in un mondo, in un’epoca che non può esistere più.
Ultimo aggiornamento: Martedì 6 ottobre 2026, 07:16

