Un chatbot come amico: dal primo caso di dipendenza da Ai al circolo vizioso della solitudine
A maggio il primo caso italiano di una ragazza presa in carico da un SerD per un uso compulsivo dei chatbot. Pochi mesi dopo, nuove ricerche mostrano che per le persone più vulnerabili parlare con un’intelligenza artificiale può non alleviare la solitudine, ma alimentarla

A maggio, a Venezia, era arrivata una notizia che avrebbe potuto sembrare uscita da un romanzo di fantascienza e che invece racconta qualcosa di molto concreto sul rapporto che stiamo costruendo con l’intelligenza artificiale. Una ragazza di circa vent’anni è stata presa in carico dal Servizio per le dipendenze dell’Ulss 3 Serenissima per un uso problematico dei chatbot. Era il primo caso di questo tipo segnalato in Italia. Non si trattava semplicemente di passare troppo tempo online, ma di una relazione diventata difficile da interrompere, con un bisogno crescente di restare connessa, tentativi falliti di ridurre l’utilizzo e il ritorno alle conversazioni soprattutto nei momenti di maggiore fragilità.
Affidiamo a una macchina la nostra dimensione emotiva
Un quadro che gli operatori hanno ricondotto alle dipendenze comportamentali, con caratteristiche ossessive e compulsive. La notizia, allora, poteva essere letta come una curiosità. Qualche mese dopo, invece, appare come il primo segnale di una questione molto più ampia. Perché nel frattempo l’intelligenza artificiale ha continuato a entrare nelle nostre giornate e sempre più spesso non le chiediamo soltanto di scrivere una mail, riassumere un documento o tradurre una frase. Le chiediamo cosa fare della nostra vita. Le raccontiamo una relazione finita male, un litigio, una paura, una giornata difficile. Le domandiamo se abbiamo ragione, se abbiamo sbagliato, se dovremmo scrivere a qualcuno. In altre parole, abbiamo iniziato a portare dentro una macchina una parte di quella dimensione emotiva che per secoli abbiamo affidato alle persone. È questo il passaggio che merita attenzione. Non perché parlare con un chatbot sia di per sé pericoloso e nemmeno perché ogni persona che utilizza l’intelligenza artificiale per raccontare qualcosa di personale sia destinata a sviluppare una dipendenza. Il problema nasce quando uno strumento comincia a occupare uno spazio che prima apparteneva alle relazioni, quando la conversazione con la macchina diventa preferibile a quella con gli esseri umani, quando smettere di scrivere diventa difficile o quando il chatbot diventa il primo e unico luogo nel quale cerchiamo conforto.
Le conversazioni senza limiti con i chatbot
I numeri raccontano quanto rapidamente questo cambiamento stia avvenendo. Secondo l’analisi realizzata da Save the Children nel 2025, oltre nove adolescenti su dieci tra i 15 e i 19 anni avevano già utilizzato strumenti di intelligenza artificiale e circa tre su dieci li utilizzavano ogni giorno. Una parte consistente dichiarava inoltre di rivolgersi all’IA nei momenti di tristezza, difficoltà o indecisione. È un dato che cambia la domanda. Non dobbiamo più chiederci soltanto quanto i giovani utilizzino l’intelligenza artificiale. Dobbiamo chiederci perché la utilizzano. Perché un conto è utilizzare una macchina per trovare una risposta. Un altro è cercare nella macchina qualcuno che ci ascolti. La differenza può sembrare sottile, ma non lo è. Un chatbot è sempre disponibile, non si stanca, non ha bisogno di dormire, non interrompe la conversazione perché deve andare al lavoro, non ci dice che sta attraversando a sua volta una giornata difficile. Soprattutto, non ci giudica nel modo in cui temiamo di essere giudicati dalle persone che conosciamo. Possiamo raccontargli la stessa storia dieci volte e ricevere comunque una risposta. Possiamo tornare sulla stessa questione per settimane, analizzare ogni messaggio, ogni parola, ogni silenzio. Possiamo chiedere ancora e ancora: “Secondo te cosa significa?”. Questa disponibilità assoluta è una delle caratteristiche che rendono l’AI così rassicurante e, allo stesso tempo, così delicata.
Una relazione umana ha dei limiti. Ha tempi, distanze, incomprensioni, conflitti. Può deluderci. Può contraddirci. Può persino costringerci ad accettare qualcosa che non vogliamo sentirci dire. Una macchina, invece, è progettata per continuare la conversazione. E più conosce il nostro modo di parlare, le nostre preferenze e la nostra storia, più può restituirci risposte che percepiamo come personali. Da qui nasce una delle illusioni più potenti dell’intelligenza artificiale: quella di essere davanti a qualcuno che ci conosce davvero. “Mi risponde” è un fatto tecnologico. “Mi ascolta” è già una nostra interpretazione. “Mi capisce” è qualcosa di ancora diverso. Un'intelligenza artificiale può riconoscere le parole che utilizziamo, individuare schemi, adattare il tono della risposta, ricordare elementi delle conversazioni precedenti e produrre frasi che sembrano empatiche. Ma non prova quello che proviamo noi. Non vive la nostra paura, la nostra solitudine, il nostro dolore. Non esiste una reciprocità emotiva.
La ricerca di Standford
Eppure, dal punto di vista di chi sta dall’altra parte dello schermo, questa differenza può diventare sempre più difficile da percepire. È proprio su questo confine che si è concentrata anche una ricerca di Stanford pubblicata nell’agosto 2026. Lo studio ha analizzato 1.131 utenti di Character.AI, concentrandosi tra le altre cose sull’intensità dell’utilizzo, sulle motivazioni e sulle dimensioni della rete sociale reale delle persone coinvolte. Più della metà, nei propri racconti, descriveva il chatbot utilizzando parole come “amico”, “compagno” o “partner romantico”, mentre oltre l’80% delle conversazioni analizzate riguardava forme di supporto emotivo e sociale. Il risultato più interessante riguarda però le persone con reti sociali più limitate. In questi utenti, un uso intenso dei chatbot per compagnia era associato a un minore benessere. Lo studio non dimostra che parlare con l’AI provochi la solitudine e gli stessi ricercatori sottolineano la necessità di ulteriori studi. Ma mette in discussione l’idea che una macchina possa semplicemente sostituire la compagnia umana: in alcune condizioni, l’interazione può finire per inserirsi in un circolo nel quale chi ha meno relazioni reali cerca maggiormente il chatbot, mentre il tempo e l’energia investiti nella relazione artificiale possono ridurre ulteriormente il contatto con le persone.
È un paradosso difficile da ignorare: una tecnologia nata anche per avvicinarci alle informazioni rischia, in alcuni casi, di allontanarci dalle persone. E qui entra in gioco una parola che dovremmo utilizzare con cautela: dipendenza. Il caso veneziano non dimostra che esiste una nuova epidemia di dipendenza dall’intelligenza artificiale. Dimostra però che esistono già situazioni nelle quali il rapporto con i chatbot può assumere caratteristiche compatibili con un uso problematico e arrivare all’attenzione dei servizi per le dipendenze. Gli operatori del SerD veneziano prevedevano che potessero emergere altri casi.
La vulnerabilità sembra essere un elemento centrale
Chi è isolato, chi attraversa una fase di fragilità, chi ha difficoltà nelle relazioni o chi cerca continuamente rassicurazioni può trovare nel chatbot qualcosa che le persone reali non possono offrire: disponibilità totale. Ma proprio qui sta il rischio. Perché la disponibilità totale non coincide con la cura. C'è poi un altro elemento che spesso dimentichiamo: la macchina non è un’amica. Non è una psicologa. Non è una persona. Eppure una parte crescente degli utenti sembra attribuirle proprio questi ruoli. È qui che la questione tecnologica diventa una questione sociale. Perché se una generazione sempre più abituata a vivere attraverso lo schermo comincia a delegare a una macchina anche una parte della propria elaborazione emotiva, non stiamo semplicemente introducendo un nuovo strumento. Stiamo modificando il modo in cui impariamo a stare con noi stessi e con gli altri.
Chi decide quando una conversazione dovrebbe finire?
Il rischio non è soltanto che qualcuno trascorra troppe ore davanti a un chatbot. È che perda progressivamente l’abitudine alla complessità delle relazioni umane. E c’è un’altra domanda ancora più grande: chi decide quando una conversazione dovrebbe finire? I chatbot sono progettati per mantenere l’interazione. Il loro successo, in termini tecnologici e di prodotto, passa anche dalla capacità di farci continuare a usarli. Lo studio di Stanford richiama proprio questo aspetto: i sistemi sono progettati per favorire l’engagement, cioè la prosecuzione dell’interazione. È una dinamica che conosciamo già con i social network, le notifiche, lo scrolling infinito. Ma qui c’è qualcosa di nuovo. Non stiamo parlando soltanto di una piattaforma che vuole la nostra attenzione. Stiamo parlando di una tecnologia che può imparare come parlarci. E allora la domanda diventa anche culturale ed educativa: quanto siamo pronti a vivere in un mondo nel quale le macchine conoscono sempre meglio il modo in cui farci restare nella conversazione? La risposta non può essere vietare l’intelligenza artificiale. Sarebbe una semplificazione tanto inutile quanto pensare che basti spegnere il telefono per risolvere la solitudine. L’AI è ormai parte della nostra società e può avere usi importanti, anche nel campo della salute e del supporto alle persone. Ma proprio per questo abbiamo bisogno di regole, ricerca indipendente, alfabetizzazione digitale e soprattutto di una cultura capace di distinguere l’utilità dalla delega. Dobbiamo insegnare a ragazze e ragazzi non soltanto come usare l’intelligenza artificiale, ma anche quando fermarsi.
Quando verificare quello che dice. Quando non affidarle una decisione importante. Quando una conversazione sta diventando un modo per evitare una persona, una situazione o un problema. E soprattutto quando è arrivato il momento di chiudere lo schermo e cercare qualcuno in carne e ossa. Il caso di Venezia dovrebbe servirci proprio a questo. Non come profezia di una società di persone dipendenti dai chatbot, ma come un campanello d’allarme arrivato mentre la tecnologia corre molto più velocemente della nostra capacità di comprenderne le conseguenze.
Ultimo aggiornamento: Martedì 29 settembre 2026, 19:41

