Cos’è il caso Cornell 7, che rimette al centro del dibattito l’incredibile quantità di violenze sessuali nei campus universitari
Una studentessa aveva denunciato nel 2024 una presunta violenza sessuale durante una festa di confraternita. All’epoca non furono effettuati arresti. Oggi, dopo una causa civile, la procura ha riaperto l’indagine su sette studenti, mentre scoppia il caso mediatico

Aveva 20 anni quando, nell’ottobre del 2024, entrò nella casa della confraternita Chi Phi della Cornell University, a Ithaca, nello Stato di New York. Quasi due anni dopo, quella notte è tornata davanti alla giustizia penale. Nel frattempo sono emersi nuovi elementi e, soprattutto, è diventato pubblico materiale che restituisce una dimensione collettiva a quella serata: una conversazione su Snapchat tra membri della confraternita, nella quale si parla della ragazza mentre si trova nella casa.
La giovane, identificata negli atti giudiziari come Jane Doe (nome fittizio usato solitamente nel gergo giuridico statunitense per indicare una donna la cui reale identità è sconosciuta o va mantenuta tale), sostiene di essere stata drogata e violentata da sette membri della confraternita mentre non era in condizione di prestare consenso. La causa civile cita Matthew Ingalls, Johnathan Newell, Winston Lee, Gillio Lopes, Diego Sarabia, Scott Norris e Scott Kretzschmar. Sette studenti, da cui il nome mediatico del caso Cornell 7. Sono tutti indicati come convenuti nella causa e non sono stati condannati penalmente per i fatti contestati. Alcuni hanno negato le accuse o contestato il proprio coinvolgimento.
La ricostruzione della denuncia
Secondo la ricostruzione contenuta nella denuncia, la serata era iniziata con un evento della sorority Delta Delta Delta e il consumo di alcol. La ragazza avrebbe poi raggiunto la casa di Chi Phi, dove avrebbe assunto altre sostanze, tra cui ketamina, fino a trovarsi in una condizione di forte alterazione. La denuncia sostiene che i rapporti sessuali siano avvenuti senza il suo consenso e che altri membri della confraternita siano entrati nella stanza durante la notte. Ma è la chat a rendere oggi la vicenda particolarmente difficile da relegare alla dimensione di un'accusa individuale.
Negli atti della causa sono state inserite immagini di una conversazione Snapchat tra membri di Chi Phi. I messaggi, secondo la denuncia, mostrano studenti che parlano della ragazza e invitano altri a raggiungerla. Uno degli scambi utilizza un linguaggio sessualmente esplicito e parla della possibilità di avere rapporti con lei come di qualcosa che poteva essere ottenuto “gratis”. La chat non stabilisce da sola chi abbia fatto cosa e non può essere considerata una prova definitiva della violenza denunciata. Ma mostra che quella notte più persone stavano comunicando tra loro intorno alla presenza della ragazza e a ciò che poteva accadere nella stanza.
Il caso Cornell si allarga oltre la dimensione della denuncia personale
Ed è proprio qui che il caso Cornell smette di essere soltanto la storia di una denuncia. Perché accanto alla domanda su ciò che sarebbe accaduto quella notte ce n'è un'altra: che cosa succede quando una situazione prevedibile non viene attenzionata? È una domanda che porta direttamente al tema della normalizzazione. Normalizzare la violenza sessuale non significa necessariamente considerarla giusta o accettabile. Significa anche creare un ambiente nel quale alcuni segnali che dovrebbero far scattare un allarme vengono percepiti come parte della normalità: una ragazza considerata sessualmente disponibile, il suo corpo trasformato in argomento di conversazione, l'incoraggiamento degli altri, le battute, il silenzio di chi assiste. Il confine, in questo modo, può spostarsi prima ancora che venga commessa una possibile violenza. Ed è un problema che Cornell conosce.
I dati delle violenze sessuali alla Cornell
Nel marzo 2026 la Presidential Task Force on Campus Sexual Assault dell'università ha pubblicato un rapporto dedicato proprio alle condizioni sociali e culturali che favoriscono le aggressioni sessuali nel campus. I dati dell'indagine 2025 indicano che il 35 per cento delle studentesse undergraduate intervistate ha riferito di avere subito un'aggressione sessuale durante il periodo trascorso a Cornell. Tra le studentesse appartenenti al sistema Greek, la percentuale sale al 52 per cento, contro il 29 per cento tra quelle non affiliate a fraternities e sororities. Il rapporto precisa però che il tasso di risposta al sondaggio è stato soltanto del 13 per cento e che questo limita la possibilità di interpretare e generalizzare i risultati.
Il dato, quindi, non può essere trasformato in una fotografia certa dell'intera popolazione studentesca. Ma è abbastanza significativo da avere spinto la stessa università a interrogarsi sulle condizioni nelle quali avvengono le aggressioni. Cornell definisce il fenomeno serio e persistente e individua nella cultura delle comunità, nelle dinamiche sociali e nella responsabilità istituzionale alcuni degli ambiti sui quali intervenire. Tra le raccomandazioni della task force ci sono una maggiore formazione sul consenso, programmi educativi sulle relazioni e sulla sessualità e interventi specifici sulla vita sociale del campus.
Il problema delle confraternite
Anche il luogo racconta qualcosa. Nel sondaggio 2025, il 17 per cento degli episodi indicati dalle studentesse è avvenuto in una casa di confraternita. La quota più alta riguarda i residence hall, con il 29 per cento, seguiti dalle abitazioni fuori dal campus, con il 23 per cento. Non significa che le confraternite siano, in quanto tali, luoghi di violenza. Significa però che sono uno degli ambienti nei quali il problema viene registrato e che il sistema Greek è considerato dalla stessa Cornell un contesto nel quale è necessario intervenire con strumenti specifici.
Le confraternite, del resto, non sono semplicemente gruppi di amici. Sono organizzazioni che possono avere un peso significativo nella vita sociale degli studenti, nelle relazioni, nelle reti di appartenenza e nella costruzione dell'identità universitaria. Ed è proprio per questo che il tema della responsabilità collettiva diventa centrale. Se una cultura di gruppo rende difficile riconoscere un comportamento come pericoloso, intervenire può significare esporsi al gruppo stesso. Significa interrompere una dinamica, contraddire gli amici, rompere una complicità, mettere in discussione qualcosa che viene percepito come normale.
Cos’è cambiato dal 2024 a oggi
Nel novembre del 2024 Jane Doe aveva denunciato quanto accaduto alla polizia universitaria. Secondo il procuratore della contea di Tompkins, Matthew Van Houten, il racconto fornito allora conteneva elementi differenti rispetto alla ricostruzione presentata nella causa civile quasi due anni dopo. Van Houten sostiene che nella dichiarazione originaria la ragazza avesse descritto il consumo di droghe e le attività sessuali come volontari e consensuali e che, sulla base delle informazioni allora disponibili, non fosse possibile sostenere accuse penali. La difesa della studentessa contesta però questa lettura e sostiene che la prima versione non fosse incompatibile con quella successiva nella misura sostenuta dalla procura e che alcuni elementi già disponibili nel 2024 avrebbero meritato ulteriori approfondimenti. È una differenza fondamentale.
Perché il punto non è stabilire oggi quale delle due ricostruzioni sia vera. Il punto è capire se la prima indagine abbia esaminato tutte le informazioni disponibili e se quelle informazioni siano state interpretate nel modo più completo possibile.
Oggi l'indagine è stata riaperta. La procura ha annunciato che, una volta conclusa la nuova valutazione, il caso potrebbe essere sottoposto a un grand jury. La riapertura non significa che i sette uomini siano stati riconosciuti colpevoli. Significa che il caso viene nuovamente esaminato alla luce delle informazioni e delle ricostruzioni emerse nel frattempo.
Nel frattempo Cornell difende la propria gestione della vicenda
L'università sostiene di avere condotto un'indagine Title IX durata mesi, seguita da un'udienza nella quale un gruppo di docenti e personale formato ha ascoltato le diverse testimonianze. Cornell afferma che furono adottate sanzioni, comprese espulsioni e sospensioni, e che il capitolo Xi di Chi Phi fu chiuso e bandito dal campus. La governatrice dello Stato di New York Kathy Hochul ha però chiesto una revisione indipendente della risposta dell'università, riportando al centro le questioni relative alla cultura del campus e ai sistemi di prevenzione, segnalazione e risposta alle aggressioni sessuali.
È anche per questo che il caso è diventato così intenso proprio adesso. Non soltanto perché una procura ha riaperto un'indagine. Ma perché la riapertura arriva mentre vengono discussi nuovi elementi della vicenda e mentre la stessa Cornell ha prodotto, pochi mesi prima, un rapporto che riconosce la persistenza del problema delle aggressioni sessuali e la necessità di intervenire sulla cultura del campus. Il caso individuale e il problema collettivo si incontrano nello stesso punto. Da una parte c'è una ragazza che racconta di essere stata vittima di una violenza e una procura che oggi ha deciso di tornare a esaminare quella vicenda. Dall'altra c'è un'università che conosce il fenomeno, ne raccoglie i dati, studia i contesti nei quali si verifica e costruisce programmi per prevenirlo.
Cosa significa prevenire una violenza sessuale?
La domanda diventa allora più difficile: che cosa significa prevenire davvero una violenza sessuale? Non soltanto insegnare che il consenso è necessario. Non soltanto predisporre una procedura per quando arriva una denuncia. Ma costruire un ambiente nel quale una situazione di possibile pericolo venga riconosciuta prima che diventi una violenza, nel quale chi assiste sappia di dover intervenire e nel quale la reputazione di un gruppo, di una confraternita o di un'università non pesi più della sicurezza di una persona.
È qui che entra in gioco anche il potere. Il potere del gruppo sul singolo. Il potere delle tradizioni universitarie. Il potere delle confraternite. E, inevitabilmente, il potere della reputazione. Non ci sono elementi sufficienti per dire che Cornell abbia scelto di proteggere qualcuno per salvaguardare la propria immagine. L'università sostiene, al contrario, di avere applicato le proprie procedure e adottato sanzioni. Ma il caso pone comunque una domanda che va oltre le intenzioni individuali: quando un'istituzione dipende anche dalla propria reputazione, dalle proprie comunità e dalle proprie organizzazioni studentesche, quanto è difficile riconoscere e affrontare fino in fondo ciò che accade al loro interno?
La violenza sessuale nei campus non è un fenomeno sconosciuto o imprevedibile. È un rischio che le università americane studiano da anni e proprio per questo il caso riaperto oggi pone una domanda che va oltre quella notte del 2024. Non soltanto: che cosa è successo nella casa di Chi Phi? Ma anche: che cosa ha fatto il sistema intorno a quella ragazza quando ha avuto la prima occasione per accorgersi che qualcosa non andava?
Perché una denuncia non è una sentenza. Ma nemmeno dovrebbe essere il punto in cui un'istituzione smette di fare domande. A Cornell, due anni dopo quella notte, le domande sono ricominciate. E questa volta non riguardano soltanto sette uomini, una studentessa e una casa di confraternita. Riguardano il sistema che c'era intorno a loro.
Ultimo aggiornamento: Mercoledì 30 settembre 2026, 22:20

