Prima di comprare qualcosa, ti sei mai chiesto: mi serve davvero? Il manifesto sostenibile di DarialNaturale
“Abbiamo confuso la felicità con ciò che compriamo”: Daria Falconi, creator e attivista (im)perfetta, attraverso i suoi canali social racconta l'impegno quotidiano per scelte più consapevoli e attente nei consumi e non solo. Piccoli gesti da imitare in un mondo che ci spinge sempre all'acquisto

“Per tanto tempo abbiamo confuso la felicità con ciò che compriamo”. Daria Falconi, 33 anni, creator e attivista romana conosciuta come DarialNaturale, nella vita di tutti i giorni lavora nella produzione audio e video e, attraverso i suoi canali social, parla di sostenibilità, scelte più rispettose per l’ambiente e di un percorso personale fatto di errori, consapevolezza e piccoli cambiamenti quotidiani. Tra sfide condivise con la community, riflessioni su fast fashion e alternative accessibili, promuove un approccio concreto e non giudicante ai consumi. I suoi contenuti parlano soprattutto di libertà: quella di scegliere con maggiore intenzione come consumare, lavorare e vivere.
A noi di Luce! racconta cosa significa rallentare in un mondo che spinge continuamente ad acquistare e perché la vera rivoluzione parte spesso dal non tentare di convincere gli altri a cambiare ma dall’essere di esempio per i cambiamenti.

Daria, siamo a febbraio e dal mese scorso sta portando avanti un impegno trimestrale a non acquistare. Come procede la sfida?
“Ho iniziato il primo gennaio, anche se il video è uscito a fine mese perché avevo altri contenuti già programmati. Il mio profilo è abbastanza orizzontale: racconto l’esperienza di una persona qualunque che in passato è stata un’acquirente compulsiva e che, dopo uno switch mentale avvenuto anni fa, condivide con la community ciò che impara strada facendo.
L’idea del non acquisto nasce da un libro di due autrici americane sul buy nothing project, una vera sfida collettiva al non acquisto. Ho deciso di provarci anche io e non mi aspettavo tanta partecipazione dalla mia community: ho aperto un canale Telegram e quasi 200 persone si sono unite subito. Molti mi hanno scritto dicendo di rendersi conto, solo provandoci, di quanto sia difficile uscire senza comprare nulla, bombardati come siamo da stimoli continui”.
Viviamo in un contesto che ci spinge continuamente a, tra trend social e haul. Come si resiste alla tentazione?
“Parlo sempre della mia esperienza. A 23-24 anni seguivo tantissimi creator di make-up e subivo il fascino dei packaging e delle collezioni limitate, tanto che mettevo da parte i soldi e appena possibile correvo a comprare palette e prodotti che non avrei mai usato davvero. Pensa che molti sono scaduti chiusi nei cassetti e oggi una mia cara amica li usa come acquerelli. Quello è stato il primo campanello d’allarme, perché poi non ricreavo mai davvero quei trucchi elaborati”.
Daria è al naturale, come il suo nickname?
“Esatto. Spesso nemmeno mi trucco e utilizzo pochissimi prodotti. Rendermi conto della distanza tra ciò che compravo e chi ero davvero mi ha fatto fermare: accumulavo oggetti inutili, spendevo soldi che avrei potuto destinare ad altro e ignoravo l’impatto etico e ambientale delle mie scelte”.

Le famose domande da porsi prima di comprare quali sono?
“Io me ne faccio tre. La prima: mi serve davvero? La seconda: questo oggetto rispecchia chi sono o chi vorrei essere senza esserlo davvero? La terza: qual è il fine vita di questo prodotto? Lo userò? Come si smaltisce? Allenarmi a queste domande mi ha fatto risparmiare soldi e mi ha tolto il fascino degli acquisti impulsivi. Ma ci tengo a dire che nei miei contenuti cerco sempre di non giudicare: racconto errori e successi come farebbe un’amica”.
Che rapporto ha con la community social?
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“C’è una grande differenza tra Instagram e YouTube. Su YouTube ricevo racconti lunghi e profondi: persone che si aprono e condividono esperienze personali. Su Instagram il rapporto è più veloce e pratico, fatto di consigli e suggerimenti. Col tempo ho costruito una community attenta e poco giudicante, e lo scambio è la vera ragione per cui faccio questo lavoro”
L’acquisto compulsivo può essere dettato dalle emozioni? Che cosa fare per uscire da questo meccanismo?
“Assolutamente sì. Comprare può diventare un modo per sentirsi in controllo quando ci sentiamo frustrate o impotenti. C’è anche una componente di status e appartenenza: basti pensare a fenomeni virali come i Labubu, piccoli oggetti diventati improvvisamente desiderabili perché tutti li volevano. Capirei se una è appassionata di collezionismo, ma spesso non è così.
Il primo passo è riconoscere il meccanismo e chiedersi se il desiderio nasce da un bisogno reale o da una spinta esterna. Non significa smettere di concedersi vezzi, ma farlo con consapevolezza”.
E lei ha dei vezzi? Ci fa un esempio?
“Certo che li ho. La famosa borsa a mezzaluna di Uniqlo: la vedevo ovunque e non volevo comprarla. Poi ho scoperto che era davvero pratica grazie a un viaggio con un’amica e l’ho presa usata su Vinted. Una sola, non in mille colori. È stata la svolta. Comprare usato può essere un modo per evitare l’acquisto nuovo e per riflettere su quale mercato stiamo sostenendo con i nostri soldi”.
La sensibilità verso il second hand è davvero cresciuta? Tra piattaforme online e negozi fisici ormai presenti in molte città, stiamo assistendo a un cambio culturale?
“Sì, sicuramente questo mercato è cresciuto. Io usavo già piattaforme come Depop o Vestiaire Collective, ma Vinted ha reso l’usato molto più accessibile. Accanto al digitale stanno crescendo anche i negozi fisici, franchising come mercatino.it e shop vintage sempre più diffusi.
Oggi comprare usato è diventato anche uno status – fa fighetto insomma e di questo il merito è anche delle influencer che lo promuovono – e finalmente si è capito che usato non significa necessariamente usurato: si trovano capi nuovi con cartellino o in condizioni perfette”.
Il mercato dell’usato sostituirà quello del dono e dello scambio?
“Il dono direi che continuerà ad esserci, soprattutto tra generazioni della stessa famiglia magari, meno tra amici. E anche lo scambio esiste ancora, soprattutto tra amici e negli swap party, che io personalmente frequento molto. Però molti capi oggi sono fast fashion e si deteriorano rapidamente, quindi sono meno incentivanti da scambiare. Le cose durevoli sono sempre più rare e questo rende più difficile il riuso”.
Questione ecoansia: i giovani che ne soffrono possono contribuire a far aprire gli occhi anche alle generazioni più grandi?
“Io ne soffro tantissimo ma ho capito che vivo meglio da quando ho smesso di voler convincere gli altri a tutti i costi. Le persone cambiano più facilmente vedendo esempi concreti che ascoltando prediche. Io faccio le mie scelte e chiedo rispetto; poi, nel tempo, questa coerenza crea un’eco naturale. L’ecoansia esiste e molte persone della mia generazione la vivono perché vedono cambiamenti climatici evidenti, mentre i più giovani crescono in un mondo sempre più instabile. Può diventare uno strumento di consapevolezza anche per chi è più grande, ma solo se si trasforma in dialogo e azioni quotidiane”.
In un video sui social ha parlato anche di burnout lavorativo. Come non perdere di vista temi importanti in un contesto così complesso?
“Essere consapevoli del fatto che possiamo fare poco, ma quel poco conta. Se abbiamo il privilegio di scegliere come vivere ogni giorno, preoccuparsi anche dell’ambiente e delle conseguenze sociali delle nostre abitudini di consumo è il minimo”.
Giochiamo: un oggetto vintage amato, una cosa irrinunciabile e una a cui vorrebbe rinunciare.
“Vorrei rinunciare alla macchina, ma a Roma è complicato anche se cerco di usare il più possibile i mezzi pubblici. Un oggetto vintage a cui tengo molto sono degli orecchini a clip colorati comprati a due euro a Parigi: non valgono nulla, ma li amo follemente. Non vorrei mai rinunciare a un lavoro che mi permetta una vita serena e in equilibrio con il mio benessere mentale. Quasi quattro anni fa ho lasciato un contratto a tempo indeterminato dove stavo chiusa in un ufficio dalla mattina alla sera tutti i giorni. Non riuscivo a vedere mai il sole, non avrei potuto adottare un cane, non avrei potuto cominciare a fare yoga, non avrei potuto fare tantissime cose che mi permettono di essere felice e serena in questo momento”.
Ultimo aggiornamento: Venerdì 13 febbraio 2026, 14:38


