Abusi sessuali, matrimoni forzati e gravidanze precoci: il volto femminile della guerra a Gaza
A Sharm el-Sheikh si cerca la pace, ma intanto a Gaza donne e bambine restano intrappolate tra bombardamenti, abusi e assenza di diritti

Dal 7 ottobre 2023, a Gaza quasi sette vittime su dieci sono donne e bambine. Secondo le stime di UnWomen, oltre 38mila hanno perso la vita, più di 78mila sono rimaste ferite e circa un milione sono state costrette a fuggire dalle loro case, trovando riparo all’aperto o in strutture di fortuna, esposte a malattie, violenze e abusi. Numeri che raccontano una tragedia umanitaria che colpisce con forza devastante soprattutto le più fragili.
Il nuovo Dossier indifesa 2025 presentato da Terre des Hommes Italia in vista della Giornata internazionale delle bambine e delle ragazze (11 ottobre) traccia un quadro drammatico: il 40% dei casi di violenza segnalati riguarda minorenni, un terzo addirittura bambine sotto gli 11 anni. L’organizzazione denuncia un’escalation di abusi sessuali, matrimoni forzati e gravidanze precoci in condizioni sanitarie estreme.
La guerra ha amplificato le disuguaglianze già esistenti in una società segnata da povertà, esclusione scolastica e strutture patriarcali. Le adolescenti non hanno più accesso a beni essenziali come acqua, sapone, assorbenti; la malnutrizione compromette lo sviluppo fisico e cognitivo delle più giovani e mette a rischio la vita di donne incinte e madri che allattano. In questo contesto, molte famiglie spingono le figlie al matrimonio precoce come forma disperata di “protezione”. Il risultato è che oltre il 70% delle ragazze riferisce di subire pressioni per sposarsi prima dei 18 anni.

“Molte diventano merce di scambio in cambio di un po’ di cibo o denaro”, racconta Miriam Ambrosini, delegata per Palestina, Libano e Iraq di Terre des Hommes. “Ci sono bambine che, rimaste orfane o con fratellini piccoli a carico, si trovano in condizioni divulnerabilità assoluta. Nei nuclei familiari allargati, ammassati in spazi di fortuna, aumentano anche gli abusi intrafamiliari, con ferite che dureranno tutta la vita”.
L’azione delle Ong è resa quasi impossibile dal collasso dei servizi sociali e sanitari. Le cliniche partner locali sono state bombardate e rase al suolo, mentre a Gaza City solo due ospedali restano parzialmente operativi, privi però di forniture mediche. “Servono spazi sicuri, stabili e protetti per le bambine e le donne”, insiste Ambrosini, sottolineando che senza garanzie di sicurezza qualsiasi nuova struttura rischia di essere distrutta.
La richiesta alla comunità internazionale è netta: fermare l’offensiva militare, garantire l’ingresso degli aiuti umanitari e assicurare i responsabili delle violazioni dei diritti umani alla giustizia internazionale. “Servono misure concrete – spiega Terre des Hommes – dagli embarghi economici alla chiusura delle ambasciate, fino a restrizioni sulle operazioni finanziarie”.

Contestualmente agli appelli delle Ong e alle mobilitazioni per fermare l’offensiva, in Egitto, a Sharm el-Sheikh, è in corso un nuovo round di negoziati tra Hamas, Stati Uniti, Qatar e Turchia, con l’obiettivo di raggiungere una tregua stabile. Sul tavolo il piano in 20 punti proposto da Washington, che prevede disarmo graduale e rilascio degli ostaggi, ma Hamas continua a chiedere garanzie per la fine definitiva della guerra e il ritiro di Israele dalla Striscia.
Intanto, mentre si discute di pace, sul campo la realtà resta drammatica: l’aviazione israeliana ha colpito con oltre 200 raid diversi settori della Striscia causando nuove vittime civili, che portano a più di 67mila i morti dall’inizio del conflitto, secondo dati ritenuti credibili anche dalle Nazioni Unite. Parallelamente la Marina israeliana ha intercettato la nuova Flotilla umanitaria diretta a Gaza, composta da nove imbarcazioni e 150 attivisti provenienti da 30 Paesi: tutti sono stati arrestati e verranno espulsi. Una vicenda che mostra ancora una volta quanto sia difficile garantire l’arrivo di aiuti e sostegno alle popolazioni più vulnerabili, in primis donne e bambine.

Eppure, in mezzo alle macerie, resta una scintilla di resistenza. “La speranza ci arriva dalle bambine stesse, dalla loro forza e resilienza”, dice Ambrosini. “Ogni mobilitazione della società civile, ogni vita salvata, ci ricorda che l’umanità sembra assopita, ma non è morta. Per questo non possiamo smettere di lottare per loro”.
Ultimo aggiornamento: Mercoledì 8 ottobre 2025, 14:53


