L’educazione sessuo-affettiva è l’antidoto che stiamo cercando contro la violenza di genere
Presentato all'Istituto Treccani uno studio sull’importanza di “Educare all’affettività”, promosso dalla Fondazione Una Nessuna Centomila in collaborazione con l’Università di Milano-Bicocca e con il supporto di Gucci. In Italia l’argomento è ancora tabù: dal ‘75 sono state presentate più di 34 proposte di legge ma nessuna è mai arrivata all’approvazione

L’educazione sessuo-affettiva non è accessoria, non è una materia in più che va a ingrossare i già zeppi programmi scolastici. “È invece una responsabilità collettiva e, soprattutto, un diritto di bambine e bambini. Sancito nell’articolo 6 della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, che l’Italia ha ratificato. Ma il nostro Paese non garantisce davvero questo diritto”, afferma la pedagogista Elisabetta Biffi.
In dieci anni, da quando per la prima volta il tema è apparso nelle aule del parlamento, non è mai stata approvata una legge che renda l’educazione sessuale e affettiva obbligatoria nelle scuole, ma anzi si sta osteggiando oggi questo tipo di attività. Proprio per colmare questo vuoto e riconoscere a livello istituzionale competenze che già esistono nelle scuole attraverso iniziative isolate ma prive di un riconoscimento strutturale, è nata la ricerca Educare all’affettività, promossa dalla Fondazione Una Nessuna Centomila in collaborazione con l’Università di Milano-Bicocca attraverso il Centro di Ricerca Dipartimentale ADV - Against Domestic Violence e con il supporto di Gucci.

Lo studio Educare all’affettività
Lo studio, il primo a proporre un modello sistematico e inclusivo in linea con gli standard internazionali definiti da Unesco e Oms, è stato presentato questa mattina (10 novembre) all’Istituto Treccani a Roma. “Un tema a cui siamo sensibili da tempo – spiega Massimo Bray, direttore generale dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana –. L’Osservatorio della lingua italiana è nato proprio per evidenziare come l’italiano sia una lingua viva, sensibile ai cambiamenti sociali e quindi lavorare sulle parole significa lavorare sulla cultura stessa della società. La parola femminicidio – aggiunge – è apparsa nell’archivio Treccani per la prima volta nel 2001 ed è simbolica, lo scorso anno, la scelta di ‘Rispetto’ come parola dell’anno. È uno stimolo che ci arriva da cittadine e cittadini che rispondono alle nostre indagini statistiche”.
Mai come oggi la mancanza di strumenti per parlare di emozioni, rispetto, consenso e relazioni sane appare infatti una delle radici profonde della violenza di genere e delle nuove forme di abuso che attraversano il mondo giovanile. La ricerca ha analizzato quindi il panorama normativo, formativo e culturale italiano ed europeo, mettendo a confronto modelli e buone pratiche, con un duplice obiettivo: mappare le criticità del sistema e fornire raccomandazioni operative per un’educazione che tenga insieme affettività, parità di genere e cittadinanza. Perché educare all’affettività significa prevenire violenza, discriminazioni e abusi, e proteggere le nuove generazioni.
“Come Fondazione Una Nessuna e Centomila agiamo grazie a finanziamenti privati, che hanno portato circa due milioni di euro ai centri anti violenza – spiega la presidente Giulia Minoli – Ma vogliamo costruire una filantropia strategica con la collaborazione di tutte le parti in gioco contro la violenza. Con questo evento inizia il nostro novembre, che ci porterà all’appuntamento del 25, e ribadiamo che per noi la prevenzione primaria è la priorità. Serve un approccio sistemico insieme alle scuole – aggiunge – di decostruzione degli stereotipi”.
La violenza nel nostro Paese
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Negli ultimi anni, l’Italia ha assistito a un susseguirsi di episodi di violenza anche tra giovanissimi: revenge porn, gruppi Telegram che diffondono immagini intime senza consenso, deepfake pornografici, molestie e body shaming nelle scuole. Casi che rivelano come l’assenza di una formazione strutturata su affettività e sessualità lasci spazio a stereotipi, paura e disinformazione.
Dal 1975 a oggi sono state presentate più di 34 proposte di legge per introdurre l’educazione sessuale nelle scuole, ma nessuna è mai arrivata all’approvazione. Anzi, progetti costruiti nell’autonomia scolastica vengono spesso sospesi dopo polemiche o pressioni politiche. Un paradosso che si scontra con i numeri del fenomeno: una ragazza su tre subisce violenza psicologica in una relazione, e ogni tre giorni una donna viene uccisa da un uomo che diceva di amarla. “La politica italiana però limita l’accesso all’educazione sessuale e affettiva a scuola – afferma ancora Minoli – ma il contesto è sempre più complesso e i cambiamenti nelle relazioni tra i giovani devono accendere campanelli d’allarme: la sessualità si impara su YouPorn, il sesso diventa un contesto di sopraffazione e prevaricazione, sono in aumento i casi di gravidanze precoci e di infezioni e malattie sessualmente trasmissibili tra i giovani”.
Il confronto (impietoso) con l’Europa
Il confronto con l’Europa racconta un’altra storia. In Svezia, l’educazione sessuale è obbligatoria dal 1955 e oggi si fonda su tre parole chiave: sessualità, consenso, relazioni. In Spagna, la legge LOMLOE del 2020 inserisce la coeducazione e l’uguaglianza di genere tra i principi fondanti del sistema scolastico. In Francia, è un diritto garantito per legge. In Irlanda ed Estonia, la collaborazione tra scuola, famiglie e servizi territoriali è parte integrante del percorso. In Italia, invece, il tema resta terreno di scontro politico e culturale.
Le proposte dello studio
Dallo studio, coordinato da Marina Calloni, professoressa ordinaria di Filosofia Politica e Sociale, e da Elisabetta Biffi, professoressa ordinaria di Pedagogia Generale dell’Università di Milano-Bicocca, emergono quattro condizioni fondamentali per rendere efficace qualsiasi progetto di educazione sessuo-affettiva: la obbligatorietà normativa, la formazione qualificata dei docenti, il coinvolgimento di famiglie e servizi sanitari, e un monitoraggio costante dei risultati.
Tra le proposte operative, il progetto prevede un corso di alta formazione per docenti basato sulle migliori esperienze europee, con lezioni online e laboratori in presenza, che partirà a gennaio 2026; la pubblicazione di un volume scientifico-divulgativo destinato a scuole e istituzioni; seminari e incontri pubblici per creare reti territoriali; e raccomandazioni per una legge nazionale che riconosca l’educazione sessuo-affettiva come strumento di cittadinanza e prevenzione.
“Dalla nostra ricerca, che vuole dare strumenti concreti di formazione agli insegnanti perché rispondano poi al bisogno di formazione di bambini e bambine, ragazze e ragazzi, emerge intanto che non esiste un modello unico valido per tutti ma che ogni Paese costruisce un proprio modello adeguato al contesto. Ecco allora che in Italia questo tema dell’educazione sessuo-affettiva è lasciato al caso nonostante la grande richiesta che arriva dai ragazzi stessi e dalle famiglie, a differenza di quanto sostengono i legislatori”, afferma la professoressa Marina Calloni. Che aggiunge: “Alla base di questa ricerca c’è una scelta educativa e democratica, non ideologica”.
“L’educazione all’affettività non è un tema accessorio, ma un elemento essenziale per formare cittadine e cittadini consapevoli, capaci di riconoscere sé stessi e l’altro nel rispetto reciproco”, ha dichiarato Celeste Costantino, vicepresidente della Fondazione Una Nessuna Centomila e referente scientifica del progetto. “La scuola deve diventare il luogo in cui si costruisce una società più empatica, inclusiva e libera dalla violenza”. Il messaggio è chiaro: parlare di affettività, identità e consenso non è una scelta “sensibile”, ma una priorità democratica ed educativa. In un Paese in cui la violenza di genere continua a uccidere e il dibattito sull’educazione resta intrappolato nelle polemiche, Educare all’affettività prova a indicare una strada concreta: formare, ascoltare, prevenire.
Ultimo aggiornamento: Lunedì 10 novembre 2025, 15:39



