Emigrare per una vita migliore: dopo l’entusiasmo, l’expat blues. Quando il successo all’estero ha il colore della solitudine
Per migliaia di giovani italiani vivere all’estero è un’opportunità, ma dietro al racconto del successo possono nascondersi solitudine, crisi identitaria e la paura che tornare significhi aver fallito. Ne parliamo con il professor Furio Ravera nella Giornata mondiale della Salute mentale

Un aeroporto, un trolley, un biglietto di sola andata. Poi Londra, Berlino, Amsterdam, Parigi, Bruxelles, forse posti ancora più lontani. Nell’immaginario collettivo il giovane italiano che parte è quello che “ce l’ha fatta”: trova altrove uno stipendio migliore, avvia la carriera o riceve riconoscimenti che in Italia non riusciva ad avere. Talvolta però dietro al sorriso di una fotografia postata sui social si nasconde una realtà tutt’altro che rosea. Secondo i dati riportati in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale (10 ottobre 2026), sono 247mila gli italiani tra i 25 e i 34 anni espatriati fra il 2019 e il 2024. Tra le principali ragioni della partenza compaiono retribuzioni basse, una cultura del lavoro considerata arretrata e la scarsa valorizzazione delle competenze. Per molti, quindi, partire non significa soltanto cercare un’avventura, piuttosto provare a costruire altrove il proprio futuro.
Almeno fino a che non compare il così detto “expat blues”, vale a dire quel disagio legato allo sradicamento e all’adattamento ad una nuova realtà. Dietro la nostalgia possono infatti annidarsi ansia, solitudine, depressione, frustrazione e confusione identitaria, nei casi in cui cambiare Paese non significa soltanto cambiare lavoro o indirizzo, ma anche – purtroppo - perdere una parte dei riferimenti che davamo per scontati. Le persone, i luoghi, la lingua, le abitudini, perfino quei codici sociali che nel proprio ambiente non abbiamo bisogno di decifrare.
All’inizio può prevalere l’entusiasmo. Poi però arriva la quotidianità, nella quale costruire nuove relazioni, rituali, soprattutto una nuova rete di supporto. E non sempre basta essere in contatto con casa. Oggi una videochiamata permette di parlare ogni giorno con famiglia e amici. I social ci fanno partecipare a distanza a compleanni, cene, matrimoni e piccoli momenti della vita quotidiana. Una presenza solo digitale che può anche avere l’effetto opposto di ricordarci continuamente ciò da cui siamo lontani; come fossimo sospesi tra due vite: legati ancora a quella lasciata in Italia, non pienamente inseriti in quella nuova. A rendere tutto più difficile può essere anche la pressione del successo. Chi è partito per migliorare la propria vita può fare fatica ad ammettere che qualcosa non sta funzionando. Chiedere aiuto rischia di essere vissuto come la prova di aver sbagliato scelta. E poi c’è il ritorno. Tornare in Italia dopo alcuni anni all’estero può apparire, agli altri e perfino a se stessi, come una sconfitta. Siamo abituati a pensare alla partenza come a un passo avanti e al ritorno come a uno indietro. Ma non sempre è così. Le priorità cambiano. Il bisogno di relazioni, appartenenza e qualità della vita può diventare più importante di una promozione o di uno stipendio più alto.
Abbiamo chiesto chiarimenti al professor Furio Ravera, medico psichiatra nella Casa di Cura Le Betulle e co-fondatore di Gruppo Ginestra, che sottolinea come il disagio possa rischiare di essere un fenomeno transitorio e cominci a interferire con le relazioni, il lavoro e la qualità della vita.
Professore, l’expat viene spesso raccontato come un giovane che “ce l’ha fatta”: carriera internazionale, stipendio migliore, nuove opportunità. Ma dietro a questa narrazione del successo può nascondersi qualcosa di tossico, se in realtà la persona sta male? E il bisogno di dimostrare a se stessi e agli altri che partire è stata la scelta giusta può ritardare la richiesta di aiuto?
“Certamente, accorgersi che la scelta che abbiamo fatto non corrisponde alle proprie aspettative genera una condizione di stress. Accettare di farsi aiutare viene, inizialmente, ritenuto come una sconfitta".
Molti giovani non lasciano l’Italia soltanto per curiosità o desiderio di avventura, ma perché percepiscono di non avere qui condizioni economiche e professionali adeguate. In questi casi quanto pesa, sul disagio psicologico, la sensazione di essere stati in qualche modo “costretti” a partire? Possiamo considerare l’expat blues anche una conseguenza sociale di un mercato del lavoro che spinge una generazione a costruire altrove il proprio futuro?
“Non direttamente. L’expat blues si verifica per la sensazione di perdita dei supporti di identità che l’ambiente di nascita dà, senza che una persona ne abbia consapevolezza".
C’è un paradosso interessante: oggi chi vive all’estero può parlare ogni giorno con famiglia e amici, seguire la vita del proprio Paese sui social e restare continuamente connesso. Questa vicinanza digitale attenua davvero lo sradicamento oppure rischia, al contrario, di mantenerci sospesi tra due vite, impedendo di sentirci pienamente “a casa” sia nel Paese d’origine sia in quello di arrivo?
“La vicinanza digitale è un surrogato che può avere l’effetto contrario. C’è bisogno di ritrovare un senso di familiarità in un ambiente nuovo, una rete sociale efficace".
Tornare in Italia dopo alcuni anni all’estero può essere vissuto socialmente, e interiormente, come una rinuncia o addirittura come un fallimento. Dal punto di vista psicologico, quanto pesa questa idea? E come possiamo distinguere un ritorno dettato dalla fuga dal disagio, da una scelta consapevole con cui una persona ridefinisce le proprie priorità e la propria idea di successo?
“Tornare può essere vissuto come fallimento o fuga. La differenza rispetto ad una scelta consapevole è proprio nelle ragioni della scelta. Priorità consapevoli verso la fuga da una situazione intollerabile".
Ultimo aggiornamento: Sabato 10 ottobre 2026, 10:18

