Paradosso hikikomori, che si isolano per sfuggire alla solitudine. Marco Crepaldi: “Ansia sociale sempre più soffocante”
Al CultureLink Festival (a MIND di Milano dal 9 all’11 ottobre) lo psicologo e fondatore di Hikikomori Italia porta “Raccontare il silenzio”, un talk sul ritiro sociale giovanile. Dalla scuola alla famiglia, dai social agli spazi di comunità: cosa racconta il fenomeno di una generazione che rischia di sentirsi sempre più sola

Tre giorni per interrogarsi sulle trasformazioni della società contemporanea e immaginare nuovi modi di vivere le relazioni, i servizi e le comunità. Dal 9 all’11 ottobre torna a MIND – Milano Innovation District il CultureLink Festival, il festival dedicato all’educazione e all’innovazione sociale promosso dall’impresa sociale Stripes insieme a Pedagogika.it. Dopo la prima edizione del 2024, CultureLink torna a mettere al centro una parola semplice e allo stesso tempo complessa: “Persone”. Un tema attraverso cui Stripes propone di guardare alle trasformazioni che attraversano la società partendo dal rapporto tra individualità e collettività, tra bisogni delle persone e capacità delle comunità di accoglierli.
Il programma intreccia convegni, talk, workshop, laboratori, incontri e performance e mette in dialogo educazione, salute mentale, tecnologia, lavoro, inclusione, Terzo settore e nuove forme di socialità. Tre le parole che accompagnano il percorso: Raccontare, Immaginare, Costruire. Non soltanto osservare i cambiamenti, dunque, ma provare a interrogarsi su come costruire contesti nei quali le persone possano sentirsi parte di una comunità.
Tra gli ospiti della seconda edizione c’è Marco Crepaldi, psicologo e fondatore di Hikikomori Italia, che domenica 11 ottobre porterà al festival il talk “Raccontare il silenzio”. Il suo intervento affronta una delle forme più radicali della difficoltà di stare in relazione: il ritiro sociale. Una condizione che, nella prospettiva di Crepaldi, non può essere letta soltanto come un problema individuale, ma interroga la famiglia, la scuola, i coetanei e gli spazi di socialità. Perché parlare di hikikomori significa anche chiedersi che cosa accade alle nostre relazioni quando una persona non riesce più a trovare, fuori dalla propria stanza, un luogo nel quale sentirsi accolta.

Crepaldi, il CultureLink Festival mette al centro le persone, le relazioni e la costruzione di comunità. Cosa ci racconta il fenomeno hikikomori sulla qualità delle relazioni che stiamo costruendo oggi?
"Il fenomeno degli hikikomori nasce dalla solitudine, in particolare dalla solitudine giovanile. I dati ci dicono infatti che ogni generazione si sente più sola rispetto a quella precedente, in un trend che sembra destinato purtroppo a peggiorare. L’ansia sociale, alimentata soprattutto dai social network, sta diventando sempre più soffocante e chi non riesce a reggere la pressione decide di scappare dal mondo, come fanno appunto gli hikikomori”.
Il suo talk si intitola “Raccontare il silenzio”. Che cosa c’è dentro il silenzio di un ragazzo che decide di ritirarsi dal mondo?
"Un ragazzo ritirato prima di tutto non si sente capito. Smette di comunicare anche con i genitori perché lo ritiene inutile. La rivoluzione digitale ha creato una frattura tra genitori e figli che richiede un extra sforzo da parte di entrambi per poter riuscire a comunicare in modo efficace. Più la società cambia in fretta, più tra una generazione e l’altra le differenze attitudinali, valoriali e interpretative della realtà divergono, creando una distanza emotiva che sfocia in un silenzio caratterizzato dalla paura del giudizio, ma anche dalla disillusione di poter essere davvero compresi".
Spesso l’hikikomori viene raccontato come un problema individuale. Quanto, invece, ci parla della società in cui viviamo, delle sue aspettative, della pressione alla prestazione e del bisogno di essere sempre all’altezza?
"Interpretare l’hikikomori esclusivamente da una prospettiva individuale sarebbe un grave errore. Certamente coloro che si ritirano spesso presentano caratteristiche simili, in particolare a livello neurologico. La forte sovrapposizione tra hikikomori e neurodivergenza è ormai ampiamente documentata in letteratura. Eppure il ritiro sociale sembra riguardare anche persone cosiddette neurotipiche, che tuttavia non riescono a vedere un futuro per loro in questa società e sono schiacciate dall’ansia di fallire".
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Quanto incidono la scuola, il gruppo dei pari e la paura del giudizio nel percorso che porta al ritiro sociale? E cosa potrebbero fare diversamente questi contesti?
"La paura del giudizio legata alla performatività scolastica incide notevolmente, tanto che molti ritirati raccontano di aver subito frequenti episodi di bullismo, sia da parte di coetanei sia da parte degli insegnanti. Per prevenire l’abbandono scolastico e il conseguente autoisolamento è dunque necessario continuare a lavorare al fine di far percepire l’aula come un luogo sicuro e non come uno spazio che richiede una costante prestazionalità. La scuola dovrebbe sviluppare una maggiore sensibilità in tal senso, anche nel riconoscere i potenziali campanelli d’allarme che possono essere evidenziati in classe, come un ragazzo che rimane seduto al suo banco durante l’intervallo senza parlare con nessuno”.
Un segnale apparentemente piccolo, dunque, può diventare una richiesta di attenzione. Non significa naturalmente che ogni ragazzo che trascorre da solo un intervallo stia vivendo una condizione di ritiro sociale, ma invita a guardare anche ciò che accade prima che l'isolamento diventi completo. Che cosa succede a una famiglia quando un figlio smette progressivamente di partecipare alla vita fuori dalla propria stanza?
"I genitori solitamente vanno nel panico quando il figlio o la figlia si rifiuta di andare a scuola in modo netto e determinato. A quel punto sia le minacce che le promesse non funzionano più: bisogna necessariamente cambiare approccio. Ed è proprio quello che facciamo noi con la nostra associazione Hikikomori Italia Genitori ETS attraverso i gruppi di auto mutuo aiuto presenti in tutto il Paese. L’obiettivo è ricostruire l’alleanza genitori-figli partendo da un ascolto empatico, non giudicante e non manipolatorio".
Viviamo immersi nella connessione digitale, eppure la solitudine sembra essere una delle grandi questioni del nostro tempo. Che rapporto c’è tra essere sempre connessi ed essere realmente in relazione?
"Soffrire di solitudine significa non sentirsi riconosciuti e apprezzati dagli altri, e questa sensazione la possiamo provare soprattutto quando siamo in mezzo ad altra gente. L’hikikomori infatti si isola proprio per sfuggire al senso di inadeguatezza e solitudine che prova quando si trova in classe o nelle uscite con i coetanei. Sembra un paradosso: isolarsi per sfuggire dalla solitudine, eppure è così. Stando da solo l’hikikomori spera di difendere la propria autostima sottraendosi allo sguardo degli altri, ma alla fine costruisce una trappola da cui non è più in grado di uscire. Attraverso il digitale prova inizialmente a surrogare i suoi bisogni sociali, che sicuramente non si estinguono, ma con scarsi risultati. Il sollievo iniziale presto si trasforma in una costante frustrazione. Solo affrontando le nostre paure e i nostri limiti possiamo stare meglio”.
È una delle contraddizioni che più difficilmente si riescono a leggere dall'esterno: chi si chiude in casa non necessariamente sta scegliendo la solitudine. Può cercare, attraverso l'isolamento, di sottrarsi proprio a quella sensazione di non essere abbastanza che sperimenta nelle relazioni con gli altri. Il Festival parla di comunità e di nuovi modi di abitare le relazioni. Quale ruolo possono avere scuola, associazioni, spazi culturali e luoghi di socialità nel creare condizioni più accoglienti per chi rischia di isolarsi?
"L’hikikomori è un problema sociale e dunque va affrontato a livello di comunità. Nessuno può e dovrebbe sottrarsi a questa sfida epocale che ci troviamo di fronte. Gli spazi pubblici e il terzo settore hanno il compito di iniziare il cambiamento sociale che è necessario apportare per limitare la diffusione del fenomeno degli hikikomori. Devono costruire spazi di aggregazione non giudicanti e dunque percepiti come luoghi sicuri dove crescere e poter sviluppare le proprie competenze socioemotive. Diversamente, nei prossimi anni ci troveremo con diverse centinaia di migliaia di uomini e donne che passeranno completamente la propria vita chiusi in casa e sentiranno di non aver alcun luogo nel mondo dove poter essere accolti per come sono”.
La domanda, allora, non riguarda soltanto come riportare fuori dalla stanza chi si è ritirato. Riguarda anche cosa troverà una volta fuori: quali luoghi, quali relazioni, quali comunità saranno capaci di accoglierlo senza chiedergli immediatamente di adeguarsi. Qual è la cosa più importante che gli adulti dovrebbero imparare ad ascoltare quando un giovane sceglie il silenzio?
"Il silenzio è l’espressione di una paura. L’adulto deve comprendere che le sfide delle nuove generazioni sono diverse da quelle che ha dovuto affrontare lui e, anche se non le capisce, non significa che siano di inferiore difficoltà. Se l’adulto si mostra aperto ad accogliere il dolore del giovane e in particolare del figlio, allora l’hikikomori sarà più propenso ad ammettere di avere un problema e ad accettare un aiuto, anche esterno”.
Forse è proprio questo il significato di Raccontare il silenzio: provare ad ascoltare ciò che arriva quando le parole non arrivano più. E riconoscere che dietro una porta chiusa non c'è necessariamente il rifiuto del mondo, ma può esserci la paura di non trovare, nel mondo, un posto in cui sentirsi finalmente al sicuro.
Ultimo aggiornamento: Domenica 4 ottobre 2026, 12:20


