Incendi e difesa dell’habitat: la tecnologia aiuta, “ma servono prevenzione, responsabilità delle istituzioni e partecipazione dei cittadini”
Come proteggere gli habitat con la tecnologia. In occasione della Giornata Mondiale dell’Habitat (5 ottobre), l’esperta di biodiversità Virginia Castellucci presenta XN Atlas e FireSight, due strumenti digitali per monitorare le aree naturali e prevedere la propagazione degli incendi

Nel 2025 l'Unione Europea ha vissuto la peggiore stagione di incendi mai registrata, con oltre un milione di ettari di territorio bruciati, vale a dire una superficie paragonabile a quella della regione Abruzzo. Un dato particolarmente preoccupante riguarda le aree naturali protette: quasi quattro aree bruciate su dieci si trovavano all'interno di parchi e riserve della rete Natura 2000. Una situazione che solleva interrogativi sull'efficacia dei sistemi di prevenzione, monitoraggio e tutela del patrimonio naturale europeo.
L'emergenza è aggravata dagli effetti del cambiamento climatico, che rende sempre più evidente il legame tra conservazione degli ecosistemi, sicurezza del territorio e salute delle comunità. In occasione della Giornata Mondiale dell'Habitat (5 ottobre), l’esperta di biodiversità Virginia Castellucci presenta due strumenti digitali sviluppati da 3Bee attraverso la sua divisione tecnologica XNatura: XN Atlas, una piattaforma gratuita che permette di monitorare lo stato di salute delle aree protette, e FireSight, uno strumento capace di simulare la possibile propagazione degli incendi nelle 24 ore successive, tenendo conto delle condizioni meteorologiche, della vegetazione e della conformazione del terreno.
Due strumenti pensati soprattutto per amministrazioni locali, enti gestori dei parchi e Protezione Civile, con l'obiettivo di rendere le informazioni ambientali più accessibili e favorire interventi tempestivi. Ne abbiamo parlato con Virginia Castellucci, affrontando il rapporto tra crisi climatica e perdita di biodiversità, i limiti dell'attuale sistema di tutela degli habitat e le possibilità offerte dalla tecnologia per trasformare la conoscenza ambientale in prevenzione, rigenerazione e partecipazione civica.
Dottoressa Castellucci, se perfino i luoghi teoricamente più tutelati sono così vulnerabili, dove sta fallendo oggi il sistema di protezione degli habitat?
“La prima cosa da chiarire è che in Europa “area protetta” indica uno status giuridico e non una condizione fisica del territorio. La rete Natura 2000 conta oltre 25.700 siti e copre oltre il 18% del territorio europeo, ma è una designazione che regola soprattutto ciò che in quelle aree non si può fare, cioè costruire e trasformare, e molto meno ciò che si dovrebbe fare, cioè gestire, manutenere e monitorare con continuità. Il risultato è che moltissimi siti hanno un piano di gestione depositato negli uffici e nessuno che lo attui sul terreno. C'è poi una seconda questione, più scomoda da dire. In molti casi protetto ha finito per significare abbandonato. Dove si è smesso di pascolare, di raccogliere legna e di percorrere i sentieri, la biomassa si accumula anno dopo anno e diventa continua, così che il fuoco, quando arriva, non trova alcuna interruzione su cui fermarsi. Questo non rende sbagliata la tutela, ma dice che tutelare richiede una presenza attiva e non soltanto un vincolo scritto. Il terzo punto è quello su cui lavoriamo ogni giorno, cioè la conoscenza. Per una grande quantità di siti non esiste un quadro aggiornato di che cosa contengano davvero: l'ultimo censimento delle specie risale a dieci o quindici anni fa, spesso è su carta, e nessuno sa che cosa sia cambiato da allora. L'osservazione satellitare consente di seguire in continuo la copertura vegetale, lo stress idrico e le trasformazioni del suolo su superfici enormi, ma da sola descrive l'involucro e non la vita che lo abita. Per questo la integriamo con sensori installati sul campo che riconoscono gli animali presenti, dagli uccelli agli impollinatori ai mammiferi. Tenere insieme i due livelli è l'unico modo per accorgersi che un habitat si sta impoverendo prima che il danno diventi irreversibile”.
XN Atlas mette a disposizione una sorta di “cartella clinica” delle aree protette, mentre FireSight prova a stimare come può propagarsi un incendio nelle 24 ore successive. Quanto può cambiare davvero la gestione del territorio quando dati di questo tipo diventano accessibili non solo agli esperti, ma anche a Comuni, parchi e cittadini?
“Quello che cambia è soprattutto la possibilità di decidere avendo in mano un quadro, cosa che oggi a moltissimi enti manca del tutto. Un comune o un ente di gestione che abbia un sito Natura 2000 nel proprio territorio, se vuole sapere in che condizioni si trova, deve commissionare uno studio che costa, richiede mesi e richiede competenze specialistiche per essere letto. Accade quindi molto spesso che quello studio non venga fatto e che la gestione proceda per intuizione oppure non proceda affatto. Con XN Atlas lo stesso ente accede con la propria mail istituzionale e ottiene gratuitamente una sintesi dello stato della biodiversità, delle pressioni antropiche che insistono sull'area, dall'agricoltura alle infrastrutture stradali fino al cambiamento climatico, della diffusione delle specie aliene, del microclima attuale e proiettato al 2050 e del rischio di incendio e alluvione. C'è inoltre una funzione a cui teniamo molto e che passa spesso inosservata, cioè la possibilità di digitalizzare i censimenti che gli operatori già svolgono sul campo e che in troppi casi restano su un quaderno e vanno perduti. Va detto con chiarezza che si tratta di strumenti costruiti per chi ha responsabilità sul territorio, mentre ai cittadini restano due possibilità che considero altrettanto importanti. La prima è far sapere alle proprie amministrazioni che strumenti di questo tipo esistono e sono gratuiti, perché moltissimi enti semplicemente non ne sono al corrente. La seconda è contribuire direttamente alla conoscenza attraverso l'app Biodiversa, con cui chiunque può registrare le osservazioni di specie vegetali raccolte sul campo e arricchire il patrimonio di dati su cui poi si costruiscono le analisi. Aggiungo una cautela, perché intorno ai dati aperti si è creata un'aspettativa che rischia di essere fuori misura. Una piattaforma non spegne un incendio e non riporta in vita un habitat, e serve soltanto se dall'altra parte esiste qualcuno con il mandato, le risorse e il tempo per intervenire. È anche la ragione per cui accanto al lavoro tecnologico portiamo avanti la rigenerazione vera e propria con le Oasi della Biodiversità. Lo facciamo supportati da aziende private che sponsorizzano questi interventi di rigenerazione presso aree degradate che vengono ripiantate con specie autoctone scelte per quel luogo e poi seguite negli anni con la stessa strumentazione di monitoraggio. Serve a ricordare, prima di tutto a noi, che il dato è soltanto il punto di partenza del lavoro".
Si parla spesso di biodiversità come di un tema distante dalla vita quotidiana. In realtà perdita di habitat, incendi, ondate di calore e qualità della vita sono sempre più collegati. Qual è il passaggio culturale che ancora manca per far capire che proteggere un ecosistema significa anche proteggere il benessere delle comunità?
“Credo che il passaggio mancante non riguardi le informazioni, che ormai circolano in abbondanza, ma il tempo verbale con cui raccontiamo la questione. Abbiamo parlato di biodiversità quasi sempre al futuro, dicendo che entro il 2050 perderemo una certa percentuale di specie, mentre le persone prendono decisioni sul presente. Il collegamento con la vita quotidiana è già misurabile adesso. Nell'estate 2026 l'Europa ha attraversato quattro ondate di calore consecutive, con almeno 35.000 decessi in eccesso attribuibili al caldo, di cui circa 25.000 concentrati fra Germania, Francia e Spagna. In Italia la mortalità nazionale è rimasta in linea con l'atteso, ma con picchi molto marcati in singole città, come Torino che a giugno ha registrato il 19% di decessi in più, Novara il 49%, Palermo e Cagliari a luglio valori intorno al 20%. Dietro quelle differenze ci sono molti fattori, e uno di questi è il modo in cui sono fatte le città: quanti alberi, quanta acqua, quanto suolo che respira. Il passaggio culturale, secondo me, consiste nel cominciare a dire che cosa fa concretamente un pezzo di natura, quanto raffredda, quanti millimetri di pioggia trattiene, quale produzione agricola rende possibile impollinandola. Finché resta un valore rimane una convinzione, e le convinzioni sono la prima cosa che si taglia quando i bilanci si stringono. Nel momento in cui diventa una funzione misurata, entra nelle scelte di spesa. Il fatto di misurare cambia anche il modo in cui si può raccontare tutto questo. Nell'Oasi della Biodiversità che abbiamo realizzato a Pavia insieme a Fondazione LGH l'indice di biodiversità è passato da 39,7 a 64,6 tra le 4.063 piante di 17 specie autoctone messe a dimora, e i sensori bioacustici riconoscono oltre 160 specie di uccelli. Il 19 settembre l'abbiamo aperta ai cittadini e sono venute cento persone tra adulti e bambini a passare una giornata dentro un ecosistema riportato in vita. Poter mostrare di quanto è migliorato, con quale metodo e in quanto tempo, è molto più efficace di qualunque appello, e racconta anche una cosa incoraggiante: se restituiamo spazio alla natura, le specie tornano ad abitarlo, spesso più in fretta di quanto ci aspettiamo”.
Quali sono oggi le azioni più concrete che dovrebbero assumersi rispettivamente istituzioni, imprese e cittadini per evitare che questi strumenti restino solo ottime piattaforme digitali senza effetti reali sul territorio?
“Alle istituzioni chiederei anzitutto di rendere i piani di gestione vincolanti e dotati di finanziamento, perché un sito Natura 2000 privo di budget e privo di una persona che ne risponda resta soltanto una perimetrazione su una mappa. In secondo luogo chiederei di spostare risorse dallo spegnimento alla prevenzione, consapevole che è una scelta politicamente ingrata, dato che l'emergenza è visibile e produce consenso mentre la prevenzione che funziona è per definizione invisibile. In terzo luogo introdurrei l'obbligo di pubblicare in formato aperto lo stato di conservazione degli habitat, perché è l'unico modo perché diventi visibile anche l'inazione di chi non fa nulla. A chi fa impresa chiederei prima di tutto di riconoscere che la natura è una voce materiale dei propri conti. Da lì discende la cosa più concreta, cioè misurare il proprio impatto sui luoghi reali in cui si opera, usando i dati raccolti in quei luoghi, e il posto da cui conviene partire sono le sedi e gli stabilimenti. Sono superfici spesso ampie, in molti casi già verdi ma gestite a prato rasato, che possono diventare vere e proprie Oasi della Biodiversità, con specie autoctone e sensori che ne seguono l'evoluzione negli anni. È il punto di partenza più accessibile ed è anche quello che produce più consapevolezza interna, perché coinvolge le persone che ci lavorano ogni giorno. Il passaggio successivo è la catena di fornitura e dove le grandi imprese hanno anche la responsabilità di accompagnare le piccole. Penso all'agroalimentare, dove il fornitore è spesso un produttore agricolo privo degli strumenti per calcolare il proprio impatto e prendersene cura, e dove chi sta a valle ha tutto l'interesse a mettere a disposizione metodo e tecnologia, invece di limitarsi a richiedere una certificazione. Ai cittadini chiederei di informarsi sullo stato del proprio territorio e di segnalare alle amministrazioni gli strumenti disponibili, di partecipare ai momenti in cui si decide davvero, cioè piani di gestione, piani urbanistici e consultazioni pubbliche, che sono passaggi poco attraenti ed estremamente influenti, e di chiedere continuità invece che eventi, domandando all'amministrazione come sta quel sito un anno dopo l'inaugurazione".
Lei insiste molto sull'idea di rendere il monitoraggio “alla portata di chiunque”. Ma democratizzare i dati significa anche assumersi nuove responsabilità: come evitare che la conoscenza resti passiva e trasformarla invece in partecipazione, controllo civico e pressione positiva su chi amministra e gestisce il territorio?
“È un'obiezione fondata e non ho una risposta rassicurante da darle, perché aprire i dati non produce automaticamente partecipazione e può anche generare l'effetto opposto, cioè la sensazione diffusa che qualcuno se ne stia già occupando. Per esperienza ci sono tre condizioni che fanno la differenza. La prima è che il dato riguardi un luogo preciso, perché nessuno si mobilita per la biodiversità globale mentre molte persone si mobilitano per il bosco dietro casa. La seconda è che il dato sia confrontabile nel tempo, perché una singola fotografia resta una curiosità mentre una serie storica diventa un argomento utilizzabile: se in tre anni lo stato di un sito è peggiorato e questo risulta pubblicamente, quella diventa una domanda che si può porre in consiglio comunale. La terza condizione è che esista un soggetto tenuto a rispondere, perché dati aperti senza qualcuno che ne risponda restano un esercizio di trasparenza senza conseguenze. Aggiungo che la partecipazione raramente nasce davanti a uno schermo e nasce quasi sempre quando le persone entrano fisicamente in un luogo. È per questo che apriamo ai cittadini le Oasi della Biodiversità, e a Pavia abbiamo visto cento persone attraversare un'area rigenerata e toccare i sensori che la monitorano. Chi ha camminato dentro un habitat che sta tornando in vita legge poi i numeri in un altro modo, perché sa che cosa c'è dietro".
Ultimo aggiornamento: Lunedì 5 ottobre 2026, 11:39

