Maricarmen torna a casa. Le proteste, la svolta spagnola sugli sfratti e una domanda: chi ha diritto di abitare le città?
La vicenda di María del Carmen Abascal, sfrattata a 87 anni, ha acceso in Spagna una mobilitazione che ha portato il governo ad approvare il “decreto Maricarmen”: stop agli sfratti delle persone vulnerabili fino al 2030 e proroga dei contratti d’affitto. La misura deve ancora passare dal Parlamento

A Madrid la crisi abitativa ha avuto, nei giorni scorsi, il volto di una donna di 87 anni. María del Carmen Abascal, per tutte e tutti Maricarmen, viveva nella stessa casa dal 1956, nel quartiere madrileno di Retiro. Il 23 settembre è stata sfrattata dall’appartamento nel quale aveva trascorso gran parte della sua vita. Le immagini della donna portata via in barella hanno fatto il giro del Paese e trasformato una vicenda individuale in uno dei simboli della crisi degli affitti che attraversa la Spagna. Da quel momento la protesta è cresciuta.
La protesta a Puerta del Sol e la svolta
A Puerta del Sol sono comparse prima 150 tende, poi il presidio si è ampliato, mentre manifestazioni e accampamenti sono comparsi anche in altre città spagnole. La richiesta era semplice e insieme enorme: rendere il diritto all’abitare qualcosa di più della possibilità, per chi ha un reddito sufficiente, di pagare un canone. Poi, il 29 settembre, è arrivata la svolta. Il governo spagnolo ha approvato due decreti legge che prevedono la sospensione degli sfratti per le persone in condizioni di vulnerabilità fino al 2030 e la proroga di due anni dei contratti di affitto in scadenza entro il 31 dicembre 2028.

Il pacchetto comprende inoltre misure sugli affitti stagionali e sulle locazioni di stanze e un intervento contro l’acquisto di abitazioni da parte di fondi considerati speculativi. L’esecutivo ha chiesto una sessione straordinaria del Congresso per il 2 ottobre, quando i provvedimenti dovranno essere convalidati.
Il “decreto Maricarmen”
Il nome con cui sono state ribattezzate le misure è già una fotografia di quello che è successo: “decreto Maricarmen”. Una vicenda privata è diventata una questione pubblica. E la protesta è arrivata fino al tavolo del governo. Anche per Maricarmen, intanto, la storia ha preso una direzione diversa. La donna ha accettato un accordo con la società proprietaria dell’appartamento e potrà tornare nella casa dalla quale era stata sfrattata una settimana prima, dopo le dimissioni dall’ospedale. Il nuovo contratto dovrebbe avere una durata di otto anni e il canone non supererà il 30 per cento dei suoi redditi, tornando a una cifra intorno ai 500 euro mensili.
Cosa definisce il diritto di restare
È un epilogo che non cancella la domanda da cui tutto è partito. Perché il punto non è soltanto la storia di un’anziana che rischiava di perdere la propria casa dopo decenni. È ciò che quella storia ha reso visibile: la possibilità che anche una vita costruita nello stesso quartiere, nello stesso appartamento, attorno alle stesse relazioni, non sia più sufficiente a garantire il diritto di restare. Per molto tempo abbiamo considerato quasi naturale una sequenza: studiare, lavorare, trovare una casa, magari acquistare un’abitazione, costruire una famiglia, arrivare alla pensione con un luogo sicuro in cui vivere. Oggi quella sequenza si è spezzata per una parte crescente della popolazione. Riguarda chi è già in condizioni di povertà, ma non soltanto.
Riguarda giovani che non riescono a uscire di casa, studentesse e studenti che faticano a trovare una stanza, lavoratrici e lavoratori che non possono permettersi di abitare nella città in cui lavorano, famiglie che devono ridurre altre spese per continuare a pagare l’affitto. E riguarda persone anziane che rischiano di perdere proprio quell’abitazione che sembrava essere la parte più stabile della loro vita.
Madrid, Milano, Roma: la protesta per il diritto di abitare
Per questo le immagini di Madrid parlano anche all’Italia, pur dentro situazioni diverse. A Milano, il 26 settembre, circa 1.500 persone secondo gli organizzatori sono scese in strada contro sfratti e sgomberi. Il corteo, partito da piazza Arcole e arrivato in via Torricelli, ha messo al centro il caro-affitti, la carenza di abitazioni a prezzi accessibili, l’insufficienza degli studentati e le difficoltà di lavoratori, famiglie e anziani. Le rivendicazioni dei manifestanti hanno riguardato anche il patrimonio pubblico, gli spazi sociali e la trasformazione di interi quartieri.
Secondo gli organizzatori, il rischio è che una città sempre più costosa finisca per essere abitata soltanto da chi può sostenere i nuovi prezzi. Sono affermazioni che appartengono alla mobilitazione e che vanno lette come tali, ma descrivono una frattura che non riguarda soltanto Milano: quella tra il valore economico di una città e la possibilità concreta di viverci.
A Roma, il 19 settembre, il corteo legato alla vicenda di Spin Time ha portato in strada migliaia di persone. Gli organizzatori hanno parlato di 50mila partecipanti; la manifestazione ha attraversato la città chiedendo la restituzione alla collettività dello stabile di via Santa Croce in Gerusalemme, occupato nel 2013 e successivamente sgomberato e posto sotto sequestro dopo l’incendio di luglio. Al centro, insieme alla vicenda dell’edificio, c’erano il diritto all’abitare, gli spazi sociali e il modo in cui una città decide cosa fare dei propri immobili e dei propri luoghi di aggregazione.

Sostenere la spesa di una casa è sempre più difficile
Madrid, Milano e Roma non raccontano la stessa storia. Non hanno gli stessi strumenti, gli stessi mercati immobiliari, le stesse norme o le stesse forme di mobilitazione. E non tutte le rivendicazioni espresse nelle piazze coincidono. Ma il punto di contatto esiste. È quello di una casa che diventa sempre più difficile da sostenere mentre il valore economico degli immobili cresce. Di città nelle quali lavorare non significa necessariamente potersi permettere di abitare. Di quartieri che cambiano composizione sociale perché chi non riesce più a sostenere affitti e costi viene costretto a spostarsi altrove.
La questione, allora, non è soltanto quanti appartamenti esistano. È chi possa permettersi di viverci. Non riguarda soltanto quanti nuovi alloggi vengano costruiti, ma a quale prezzo. Non soltanto quanto valga un immobile sul mercato, ma quanto valga la possibilità di restare in una comunità. Perché una città non è fatta soltanto di metri quadrati. È fatta di scuole, negozi, servizi, trasporti, relazioni. È fatta delle persone che lavorano negli ospedali, nei ristoranti, negli uffici, nei cantieri, nei servizi pubblici. È fatta di anziani che conoscono i vicini, di bambine e bambini che crescono nello stesso quartiere, di persone che hanno costruito una rete di relazioni nel luogo in cui abitano. Quando il costo della casa diventa incompatibile con i redditi, non cambia soltanto l’indirizzo di una persona. Può cambiare la struttura sociale di un quartiere.
La vicenda di Maricarmen lo ha mostrato in una forma quasi impossibile da ignorare: 87 anni, una casa abitata dal 1956, uno sfratto e poi un accordo che le consentirà di tornare. Ma proprio perché la sua storia ha avuto un lieto fine, almeno per ora, diventa ancora più evidente la domanda sulle migliaia di persone che non hanno una piazza piena di tende, telecamere e manifestanti a raccontare la loro storia. Il governo spagnolo ha trasformato quella protesta in un intervento politico. Ma la partita non è ancora chiusa: i decreti dovranno superare il passaggio parlamentare e le organizzazioni degli inquilini hanno già espresso cautela, chiedendo di verificare il contenuto definitivo delle misure. La svolta, quindi, non è la fine della crisi abitativa.

Perdere una casa, perdere e relazioni
È il momento in cui una questione considerata per troppo tempo individuale torna a essere riconosciuta come una questione collettiva. Perché perdere una casa significa spesso perdere molto più di quattro mura. Significa interrompere una rete di relazioni, allontanarsi dai servizi, cambiare scuola, lasciare un quartiere, aumentare i tempi per raggiungere il lavoro. Significa entrare in una precarietà che può rapidamente trasformarsi in esclusione. E forse è proprio questo che raccontano le tende di Puerta del Sol, il corteo di Milano e quello di Roma: dietro l’espressione “emergenza abitativa” non ci sono soltanto statistiche, ma persone.
La storia di Maricarmen ha dimostrato che una protesta può arrivare fino alle istituzioni. Il suo ritorno a casa dimostra che anche una vicenda individuale può cambiare direzione. Ma la domanda resta molto più grande di un singolo appartamento. Chi ha diritto a restare in una città? È una domanda sulla casa, ma anche sul lavoro, sulla disuguaglianza, sui servizi e sulle trasformazioni urbane. In fondo, è una domanda sul tipo di città che stiamo costruendo e su chi potrà ancora permettersi di chiamarla casa.
Ultimo aggiornamento: Mercoledì 30 settembre 2026, 10:25

