Quando distruggere il nido è l’unico modo per diventare grandi: la violenza degli adolescenti, cosa possono fare i genitori?
Lo psicologo giuridico Mauro Grimoldi anticipa i temi di “Bruciare il nido”, l’incontro del KUM! Festival (a Perugia dal 23 al 25 ottobre) dedicato alle aggressioni contro gli “oggetti d’amore”: “La rabbia è verso di sé, verso la propria dipendenza, verso un bisogno dell’altro che si vorrebbe cancellare e che invece continua a imporsi”

La violenza che esplode tra le mura domestiche può trasformare il conflitto adolescenziale in un rischio reale. Sarà questo uno dei nodi affrontati dallo psicologo giuridico Mauro Grimoldi - responsabile scientifico dell’Istituto Milanese di Psicologia Giuridica - sabato 24 ottobre, nel Salone Notari di Palazzo dei Priori a Perugia, durante la lectio “Bruciare il nido. Le aggressioni agli oggetti d’amore” - all’interno della X edizione di KUM! Festival, manifestazione con la direzione di Massimo Recalcati e il coordinamento scientifico di Federico Leoni, in programma a Perugia dal 23 al 25 ottobre e dedicata quest’anno a “La tentazione della violenza”.
In vista dell’appuntamento, lo psicologo mette a fuoco il momento in cui la paura comincia a governare una famiglia, il difficile ricorso a un limite esterno e il significato del pentimento dopo l’aggressione.
Quando un adolescente urla, insulta, rompe oggetti o minaccia i genitori qual è il confine tra una crisi evolutiva anche molto accesa e un comportamento che deve essere considerato un vero segnale di rischio? E quali sono, concretamente, i segnali che una famiglia non dovrebbe più minimizzare aspettando che “passi con l’età”?
“L’adolescente che urla e insulta sta facendo, in molti casi, il suo lavoro: separarsi dal bambino che è stato e dai genitori di quel bambino. La retorica del dialogo, di cui è impregnata la psicologia da talk show, trova nell’adolescenza una dimostrazione dei limiti dei luoghi comuni. Il problema comincia quando questo lavoro di separazione si blocca. Quando l’adolescente vive una crisi che non riesce a rappresentare, spesso utilizza la propria presenza fisica nel mondo per mostrarla. Manipola il corpo, lo taglia, lo dimagrisce; distrugge i propri oggetti o arriva ad aggredire il suo altro, e, talvolta, i propri genitori, con un grado di violenza spesso pericoloso. La sofferenza prende corpo e occupa la casa. In queste situazioni la crisi spesso rimane nascosta: il silenzio custodisce la vergogna di un fallimento percepito. Il confine non è dato dal volume delle urla, dalla violenza dell’agito, ma quando la paura comincia a organizzare la vita della famiglia".
Molti genitori raccontano di camminare sulle uova per paura di provocare la reazione del figlio: evitano un no, rinunciano a togliere il telefono, tollerano insulti pur di non scatenare una crisi. Può accadere che il tentativo di mantenere la pace finisca involontariamente per rafforzare la violenza? E come si può recuperare autorevolezza senza trasformare la casa in un campo di battaglia?
“Molti degli attuali genitori, cresciuti nella cultura del dopo ’68 tendono a limitare molto, rispetto al passato, la dose di frustrazione educativa che impongono ai figli. Non è un peccato da espiare, ma un dato di fatto. Questo può complicare l’adolescenza e la separazione che implica la fase evolutiva. Non ci si separa facilmente da ciò che si ama. Soprattutto quando il legame sembra promettere di risparmiarci dal dolore. Camminare sulle uova può essere un modo per illudersi di potere conservare quella promessa in eterno. Ma, questo è il punto, si tratta di un’illusione senza avvenire. Non c’è una “dose giusta” di autorevolezza da recuperare, ma la capacità di esserci, come prima ma diversamente, anche se tutto intorno è cambiato".
Lei parla di aggressioni agli “oggetti d’amore”: perché proprio le persone da cui un ragazzo dipende maggiormente sul piano affettivo possono diventare il bersaglio della sua rabbia più distruttiva? Perché un adolescente che fuori casa appare educato, controllato e persino fragile può diventare irriconoscibile soltanto con i genitori?
“Perché, in queste situazioni la rabbia non è verso gli oggetti d’amore: è verso di sé, verso la propria dipendenza, verso un bisogno dell’altro che si vorrebbe cancellare e che invece continua a imporsi. Quando l’adolescente non riesce a separarsi, a volte l’unico modo che sembra rimanere è distruggere il nido, fare terra bruciata, finché non resti nulla di ciò al quale non riesce a non aggrapparsi. Aggredire ciò che ama proprio perché non riesce a separarsene. Il genitore diventa insopportabile perché è indispensabile. È, in questi casi, una patologia del legame, una malattia dell’amore che lo rende pericoloso. Questo aiuta a comprendere che il ragazzo educato, controllato e persino fragile fuori casa, può diventare irriconoscibile con i propri genitori. Fuori non ce la fa. In casa incontra le persone che sono la causa, il segno della propria impotenza, della spinta a tornare indietro, a non andare avanti".
Talvolta chiedere aiuto ai servizi, a uno psicologo o persino alle forze dell’ordine viene vissuto dai genitori come un tradimento nei confronti del proprio figlio. Eppure, aspettare può aggravare la situazione. Come si capisce quando proteggere un adolescente significa anche porgli un limite esterno?
“Chiamare in aiuto le istituzioni, quando la famiglia non funziona o non basta, è un tradimento del proprio figlio e, insieme, l’ammissione di un fallimento personale. Significa consegnare a qualcuno di fuori ciò che si pensava di poter custodire e risolvere dentro casa. Per questo, di fronte all’aggressione di un figlio, si aspetta quanto possibile e spesso molto più di quanto sarebbe tollerabile. Si continua a cercare nel ragazzo che fa paura il bambino che si è conosciuto. Si spera che quell’immagine possa ancora fermarlo, che l’amore accumulato negli anni riesca a raggiungerlo. Si può arrivare così a rischiare la propria vita, come nel caso di cui parleremo al KUM 2026. Il limite esterno diventa necessario quando il legame non riesce più a contenere ciò che accade al suo interno. Quando il genitore, per continuare a sentirsi genitore, finisce per accettare di diventare una vittima. C’è un momento in cui proteggere un figlio significa anche impedirgli di distruggere coloro da cui dipende. Accettare che qualcun altro entri nella relazione vuole dire riconoscere che l’amore, da solo, non basta quando è esso stesso a essere malato”.
Dopo un episodio grave spesso arriva il pentimento: il ragazzo chiede scusa, promette che non succederà più e la famiglia prova a ricominciare. Come si distingue un autentico processo di responsabilizzazione dal semplice ritorno alla calma prima dell’esplosione successiva? E quali segni concreti dovrebbero cercare genitori ed educatori per capire che qualcosa sta davvero cambiando?
“Le aggressioni ai familiari, come molti degli agiti degli adolescenti, vanno lette anche come sintomi. Sono azioni, magari terribili nei loro effetti, che parlano un linguaggio sconosciuto, come una lingua di cui non si conoscono le parole. Il gesto arriva dove non arriva il pensiero, dove non ci sono parole. Per questo non sono sufficienti le buone intenzioni o la volontà. La responsabilizzazione, l’impegno, le promesse descrivono qualcosa che accade sulla superficie, senza toccare quel profondo che riemerge del tutto incurante di ciò che vi galleggia sopra. Il pentimento può essere sincero ma tuttavia non riesce a trasformare nulla. Un ragazzo può soffrire realmente per ciò che ha fatto, chiedere perdono, desiderare di non ripeterlo, e ritrovarsi poi prigioniero dello stesso movimento".
Ultimo aggiornamento: Giovedì 8 ottobre 2026, 12:34

