L’AI non sostituirà le donne ma chi non sa usarla. “È arrivata l’ora di sfruttarla come leva di emancipazione”
Se l’Intelligenza Artificiale impara da un passato fatto di disparità, il rischio è quello di automatizzare il gender gap. Sara Bonfioli di Talent Garden spiega che c’è un modo per correggere il bias: “Le donne temono di non essere pronte a usare l’AI, ma può essere una preziosa alleata: sì alla formazione”

L’intelligenza artificiale sta trasformando il mercato del lavoro, ma il rischio che questa rivoluzione contribuisca a ampliare il gender gap è concreto. Se da un lato l’IA è più o meno alla portata di chiunque abbia uno smartphone o un computer, i benefici economici sembrano premiare soprattutto chi ha già competenze tech avanzate, penalizzando chi storicamente ha avuto meno accesso alla formazione digitale.
I dati di un working paper di BIS (2024) sono chiari: negli Stati Uniti l’IA generativa è usata dal 50% degli uomini contro il 37% delle donne. Senza un’azione consapevole su formazione e inclusione, i divari del passato si ripeteranno anche nel futuro.
Sara Bonfioli, Chief Revenue Officer di Talent Garden, la principale digital skills academy in Europa, invita però a cambiare prospettiva: “Invece che vederla come un rischio, vorrei vederla come un'opportunità. Il pensiero critico è una caratteristica spiccatamente femminile: se lo leghiamo a questa tecnologia, abbiamo tra le mani un’occasione di crescita incredibile. Io sono un’ottimista e scelgo di vederla così”.

Sara Bonfioli, siamo abituate a pensare all'algoritmo come a qualcosa di neutro, ma non lo è. Come evitare che l’IA erediti e automatizzi le discriminazioni del passato?
"L’algoritmo e le nuove tecnologie non sono neutrali, l’intelligenza artificiale impara dai dati storici e il passato, purtroppo, non è stato equo. Se i dati mostrano disparità di genere, come stipendi più bassi o carriere più lente per le donne, l’AI le interpreta come regole statistiche. Questo è il problema: l’AI non ha una bussola morale e prende questi dati come punto di partenza. Il rischio è che strumenti usati per valutare performance o suggerire compensi finiscano per "normalizzare" il gender pay gap.La discriminazione è subdola, nascosta nei dati che hanno addestrato l’AI. La soluzione non è fermare la tecnologia, ma alfabetizzarsi: la soluzione è capire come è stata costruita e le discriminazioni nascoste. Dobbiamo essere consapevoli del substrato e di come riflette il passato”.
Cosa spiega il distacco tra uomini e donne nell’adozione dell’AI (50% contro 37%)?
“La cosa fondamentale di quel paper è che, andando ad analizzare quali sono le motivazioni di questa differenza, si scopre che a vera discriminante è la ‘percezione di competenza’. Qui c’è una sottilissima ma importantissima particolarità del genere femminile: una donna si sente meno legittimata ad usare l’AI. Spesso non si avvicina all’intelligenza artificiale per curiosità, ma si chiede: sono abbastanza preparata per usarla? L’AI si impara con la pratica: sbagliando e riprovando. Questo approccio è paralizzante per il genere femminile, che tendenzialmente, senza fare generalizzazioni, ha delle barriere a ciò che è più rischioso. Molte donne non è che non la utilizzano perché hanno un gap tecnologico, ma perché si chiedono ‘Ma io sono davvero pronta per usarla?’. Si tratta più di un gap psicologico indotto”.
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Come si trasforma la paura del rischio in un'opportunità di riqualificazione per le lavoratrici?
“Per rendere l’intelligenza artificiale più accessibile e favorirne l’adozione è fondamentale comprendere cos’è, com’è stata creata, ma anche su cosa si basa e come funziona. L’AI può avere bias impliciti e migliora imparando dagli errori, ma soprattutto è adattabile ai profili individuali. Contestualizzare la conoscenza dell’AI e riflettere sulle sue conseguenze è cruciale, dato il diffondersi di informazioni errate. In Talent Garden, ci impegniamo a spiegare il funzionamento e i rischi dell’AI per gli utenti. Invece di insegnare l’AI come una materia scolastica, che potrebbe scoraggiare, è più efficace integrarla nelle professioni esistenti. Ad esempio, una donna nel marketing può imparare a usarla per migliorare il suo lavoro, acquisendo un nuovo metodo senza stravolgere le sue competenze. TaG offre programmi specifici per diversi lavori, per rendere l’AI accessibile a tutte e tutti”.
Quindi, tornando al gap tecnologico che spaventa le donne, non serve essere per forza impiegate in un settore tecnico per utilizzarla?
“Per chi è interessato agli aspetti tecnici, esistono percorsi che possono portare a cambiamenti significativi in azienda. Tuttavia, solo pochi necessitano di queste competenze avanzate, spesso già possedute. È qui che il gender gap potrebbe manifestarsi maggiormente, nonostante gli sforzi per ridurlo, perciò dobbiamo continuare a incoraggiare le donne a studiare materie STEM. Promuovere l’adozione dell’AI, soprattutto tra le donne, richiede programmi specifici per diversi tipi di lavoro e spiegazioni pratiche su come implementarla. Invece collegare le competenze al potere decisionale è cruciale: l’AI avrà un impatto significativo quando sarà usata da chi prende le decisioni aziendali, e la parità di genere in questi ruoli è fondamentale. Questa si raggiunge comprendendo le competenze necessarie: alfabetizzazione di base dell’AI, applicazione pratica e competenze tecniche”.
Cosa dovrebbe fare concretamente un’azienda per garantire una transizione inclusiva?
"Intanto comprendere che non basta fornire il software, serve una strategia. Poi ci sono dei passaggi che io suggerirei e che abbiamo suggerito a diverse aziende:
- misurare (per genere e ruolo) chi usa l’AI e come, con quali risultati, e questi strumenti di misurazione andrebbero mantenuti aggiornati;
- garantire tempo protetto per una formazione profonda, evitando che le task ripetitive blocchino l’aggiornamento delle lavoratrici;
- creare policy e sicurezza psicologica, affinché l'AI non sia vista come una "scorciatoia" rischiosa anche a livello reputazione;
- assicurare trasparenza sui dati HR per correggere le basi di partenza;
- infine, promuovere la mobilità, aprire la possibilità di accedere ai posti dove si crea valore, evitando di formare solo i reparti tecnici dove il 95% del personale è maschile".
L’AI può davvero diventare un'alleata per le donne? Che consiglio darebbe a una giovane professionista?
“Assolutamente sì. Io la considero un'alleata fantastica e vorrei che le donne si sentissero libere di sperimentare senza che un errore le definisca. L'AI può essere una leva di emancipazione: libera tempo, potenzia le decisioni e permette di muoversi verso lavori a maggior impatto. Può persino aiutare a gestire la complessità della vita privata, che spesso è il limite principale alle carriere femminili. L’AI non sostituirà le donne, ma sostituirà chi non avrà le competenze per usarla. È il momento di far crescere il nostro peso specifico”.
Ultimo aggiornamento: Lunedì 16 febbraio 2026, 19:09



