Quei 262 morti di Marcinelle, Satnam Singh e gli invisibili: il filo rosso dello sfruttamento parla ancora italiano
L’8 agosto 1956, nella miniera belga di carbone Bois du Cazier, 262 lavoratori morirono a quasi mille metri di profondità: un fatto che interroga ancora oggi il mondo del lavoro sommerso

Sessantanove anni dopo l’esplosione che coinvolse i 275 lavoratori del primo turno della miniera di Bois du Cazier, la tragedia di Marcinelle parla ancora al presente. L’8 agosto 1956 causa di una scintilla, un tubo d’olio ad alta pressione venne incendiato a quota 975 metri sotto terra, dando vita ad un terribile incendio. Il fumo e i gas tossici furono fatali per 262 dei minatori presenti quel giorno, 136 dei quali erano italiani.
I lavoratori belga, come descritto da Giuseppe Cipriani su Novecento.org, non risposero all’appello lanciato dal Primo ministro di Bruxelles per “La bataille du charbon”, La battaglia del carbone, che avrebbe dovuto riportare i suoi concittadini in miniera a supporto dell’industrializzazione. Così, l’esecutivo ritenne necessario attrarre manodopera straniera. Gli italiani che morirono quella mattina erano giunti in Belgio dopo la firma del protocollo italo-belga del 1946, che assicurava al Belgio oltre duemila lavoratori italiani a settimana, per un totale di oltre 60 mila persone, in cambio di carbone. Una storia ancora oggi attuale, che portò i due governi a collaborare barattando materie prime per forza lavoro.
Dalle miniere ai campi: il lavoro marginale non è finito
Si trattava, in particolar modo, di migranti provenienti da Campania, Calabria, Friuli Venezia Giulia e Veneto, regioni al tempo caratterizzate da un elevato tasso di disoccupazione. Un flusso ai margini della legalità che, ancora oggi, vede i lavoratori italiani e stranieri provenienti dalle zone più disagiate assorbiti tra le maglie del lavoro sommerso, tra condizioni lavorative precarie e un’evidente mancanza di tutele. Tra campi, cantieri e magazzini, lavoratori invisibili supportano un sistema produttivo con contratti di lavoro fantasma, subappalti a cascata e un ferreo sistema di caporalato.

Il filo rosso della marginalità
Oggi come ieri, cambiano i nomi ma non i contorni di vicende unite tanto nella similitudine quanto nella tragicità dei fatti. Morti come quelle di Satnam Singh, il bracciante agricolo morto dopo essere stato abbandonato in strada dal suo datore di lavoro nel giugno del 2024, così come le condizioni di lavoro dei numerosi impiegati nella logistica, riferiscono di interi settori lavorativi nei quali trovano occupazione persone in fuga da condizioni di vita inaccettabili e, per questo, abusate dai rispettivi datori di lavoro.
Come riportato da “Percorsi di secondo welfare”, un laboratorio di ricerca e informazione legato all’Università degli Studi di Milano, il settore della logistica impiega moltissimi stranieri, che lavorano in condizioni dure e molto spesso discutibili. E, nonostante un fatturato di settore che, nel 2021, ha toccato gli 86 miliardi di euro, il 50% delle aziende sottoposte a controllo dal Ministero del lavoro è risultato irregolare in materia di salute e sicurezza sul lavoro, violazione dell’orario di lavoro, lavoro nero, falsi part-time, straordinario e riposi. Elementi che, come sottolineato in precedenza, tracciano i contorni di interi settori che fanno della marginalità dei propri occupati una voce di bilancio positiva.
Cosa resta di Marcinelle oggi
A distanza di sessantanove anni, ciò che rimane della tragedia di Marcinelle è l’invisibilità di molti settori lavorativi. Oltre all’istituzione della Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo, entrata nel calendario civile a partire dal dicembre 2001, le vite dei 262 lavoratori che morirono nelle viscere della terra costituiscono ancora oggi un monito contro lo sfruttamento dei lavoratori e a favore di condizioni lavorative che non rendano più l’invisibilità una leva di profitto.
Ultimo aggiornamento: Venerdì 8 agosto 2025, 07:25

