Ludovica Billi, content creator che lavora, viaggia, scherza, si innamora, si arrabbia. Ah, è anche sorda
A tu per tu con la giovane toscana, già ospite sulle pagine di Luce!, in occasione dell’International Week of Deaf People (24-27 settembre), promossa dalla World Federation of the Deaf e quest’anno dedicata al tema dei diritti umani delle persone sorde

Settembre è un mese particolarmente significativo per la comunità sorda: dal 21 al 27 settembre si celebra infatti l’International Week of Deaf People, promossa dalla World Federation of the Deaf e quest’anno dedicata al tema dei diritti umani delle persone sorde.
Ludovica Billi, giovane toscana già nota alle pagine di Luce!, è sorda dalla nascita e portatrice di impianto cocleare. Negli anni ha scelto di trasformare la propria esperienza in racconto, divulgazione e sensibilizzazione. Graphic designer e autrice, ha parlato a lungo di sordità anche sui social, contribuendo alla nascita del progetto “The Deaf Soul” e del libro “Facciamo rumore”. Nei suoi contenuti l’ironia è spesso lo strumento per scardinare stereotipi duri a morire: dall’idea che l’impianto cocleare “cancelli” la sordità alla convinzione che tutte le persone sorde vivano e comunichino nello stesso modo. Oggi Ludovica rivendica soprattutto il diritto a essere raccontata nella sua interezza: non soltanto come “la ragazza sorda”, ma come una giovane donna che lavora, ama, viaggia, scherza, si arrabbia e vive.
Ludovica, l'impianto cocleare le permette di sentire, ma questo non significa che abbia smesso di essere una persona sorda. Che cosa vorrebbe che capisse la gente rispetto alla differenza tra “sentire” con l'impianto ed “essere udenti”?
“È uno degli equivoci che mi capita più spesso di dover spiegare: l’impianto cocleare mi permette di sentire, ma non mi rende udente. Io sono nata sorda e rimango una persona sorda. L’impianto è uno strumento che mi permette di accedere ai suoni, ma il modo in cui li percepisco e soprattutto il modo in cui vivo il mondo non è quello di una persona udente dalla nascita. Per esempio, posso sentire una persona parlare, ma questo non significa necessariamente che io riesca a capire tutto quello che dice, soprattutto in ambienti rumorosi, con più persone che parlano contemporaneamente o quando non posso vedere il viso di chi sta parlando. A volte penso che ci sia questa idea dell’impianto come una specie di “aggiornamento software”: lo metti, si installa e improvvisamente senti come tutti gli altri. Magari fosse così semplice! L’impianto mi ha dato tantissimo, ma non ha cancellato la mia sordità né tutte le esperienze che ne fanno parte".
Si parla molto di inclusione, ma spesso le barriere sono nascoste dentro gesti normalissimi: un numero verde che si può contattare soltanto telefonicamente, un annuncio dato solo a voce, una riunione senza sottotitoli. Qual è la barriera quotidiana che ancora oggi la porta a dire: “Possibile che nel 2026 nessuno ci abbia pensato"?
“Una delle barriere che trovo ancora più difficili da accettare è che molte informazioni importanti continuino a essere pensate esclusivamente per chi sente. Penso agli annunci nelle stazioni o negli aeroporti, alle comunicazioni date soltanto a voce, ai numeri verdi accessibili esclusivamente tramite telefono, alle riunioni o agli eventi senza sottotitoli. Sono situazioni che per una persona udente possono sembrare assolutamente normali e quasi invisibili, ma per una persona sorda possono significare semplicemente non avere accesso a un’informazione. E la cosa che mi fa più riflettere è che spesso non stiamo parlando di soluzioni impossibili o particolarmente costose. In molti casi basterebbe affiancare all’informazione vocale un testo scritto, un display, dei sottotitoli o un canale alternativo. Per questo, a volte, mi chiedo davvero: ‘Possibile che nel 2026 nessuno ci abbia pensato?’. La tecnologia ci offre già moltissimi strumenti per rendere la comunicazione più accessibile. Ora servirebbe soprattutto ricordarsi di utilizzarli”.
Da bambina ha affrontato un percorso molto intenso di logopedia e ha raccontato anche il prezzo che questo ha avuto sulla sua infanzia. Oggi, guardando quella bambina, cosa consiglierebbe ai genitori di persone sorde per offrire loro tutte le opportunità possibili, senza rischiare di trasformare la loro vita in una continua “riabilitazione”?
“A quella bambina direi prima di tutto: ‘Non sei sbagliata’. La logopedia per me è stata importantissima e mi ha dato strumenti fondamentali, ma ho passato tantissimi anni facendo terapia. Quando sei piccola, però, non percepisci tutto questo come un’opportunità: vuoi semplicemente giocare, andare a scuola, stare con gli amici. Credo che la cosa importante sia trovare un equilibrio. Dare a una bambina o a un bambino sordo tutti gli strumenti possibili è fondamentale, ma senza far passare il messaggio che la loro vita debba essere una continua corsa per diventare il più possibile simili a una persona udente. Ai genitori direi: date loro gli strumenti, ma lasciateli anche essere bambini. E soprattutto ascoltate quello che vostro figlio vi comunica, anche quando magari non lo fa attraverso le parole. La sordità non deve diventare l’unica cosa intorno alla quale costruire la sua identità”.
Lei e Chiara Bucello avete scelto spesso l'ironia per parlare di sordità. Ma una persona con disabilità deve ancora troppo spesso diventare anche “insegnante” degli altri, spiegare le parole giuste, correggere stereotipi, indicare come comportarsi. Le capita mai di essere stanca di dover educare il mondo? Quand’è che dovrebbe essere la società a fare lo sforzo, invece di chiederlo sempre alla persona sorda?
“Sì, a volte sono stanca. E penso sia assolutamente normale. Per molti anni ho parlato di sordità anche insieme a Chiara, attraverso The Deaf Soul, ma quella è stata una fase importante della mia vita che si è conclusa più di qualche anno fa. Non lavoriamo più insieme e ognuna ha preso la propria strada. È stato un capitolo importante, a cui sono affezionata, ma oggi sento di avere una mia identità e un mio percorso. Una cosa che invece è rimasta è l’ironia. Perché spesso essere una persona sorda significa diventare involontariamente anche una sorta di ‘ufficio informazioni sulla sordità’. “Come devo parlare con una persona sorda?”, “Ma con l’impianto senti tutto?”, “Ma sai parlare?”, “Posso dire questa parola?”. A volte penso che dovrei iniziare a distribuire numeretti come al supermercato. L’ironia mi aiuta a raccontare queste situazioni senza trasformare ogni conversazione in una lezione, ma non credo che debba essere sempre la persona con disabilità a educare gli altri. Io posso raccontare la mia esperienza e rispondere alle domande, ma l’inclusione non può essere una responsabilità esclusiva di chi vive una disabilità. Anche la società deve fare la propria parte: informarsi, ascoltare, mettere in discussione alcune abitudini e soprattutto non aspettare sempre che sia la persona sorda a spiegare tutto Oggi, quindi, continuo a parlare di sordità, ma lo faccio con la mia voce, attraverso il mio percorso e il mio modo di raccontarla”.
Nel mondo della sordità esistono esperienze molto differenti: persone che usano la LIS, persone con protesi acustiche, persone con impianto cocleare, persone che utilizzano più strumenti insieme. Quanto può far male l'idea che debba esistere una maniera “giusta” di essere sordi? La vera inclusione non dovrebbe cominciare proprio dalla libertà di scegliere?
“Secondo me è proprio questo uno dei problemi: pensare che esista un unico modo corretto di essere sordi. C’è chi usa la LIS, chi usa le protesi, chi ha un impianto cocleare, chi non utilizza nulla, chi comunica oralmente, chi segna, chi fa entrambe le cose. E tutte queste esperienze possono essere completamente diverse tra loro. Io, per esempio, sono sorda, ho un impianto cocleare. Ma questo non significa che la mia esperienza rappresenti quella di tutte le persone sorde. Non esiste un ‘manuale universale della persona sorda’. La vera inclusione, secondo me, parte proprio dalla libertà di scegliere gli strumenti e le modalità di comunicazione più adatte alla propria persona, senza dover dimostrare di essere ‘abbastanza sordi’ o ‘abbastanza udenti’ per rientrare in una determinata categoria”.
Sui social mostra una ragazza che lavora, viaggia, scherza, si innamora, si arrabbia, fa tutte le cose che fanno gli altri e, incidentalmente, è anche sorda. Arriveremo a un momento in cui vedere una persona sorda in una pubblicità, in televisione o in una posizione di responsabilità non sarà più considerato “inclusivo”, ma semplicemente normale? E che cosa manca secondo lei per arrivarci?
“Mi piacerebbe arrivare al giorno in cui vedere una persona sorda in televisione, in una pubblicità o in una posizione di responsabilità non venga presentato automaticamente come un importante passo verso l’inclusione. Perché sarebbe bello che, semplicemente, quella persona fosse lì perché è competente, interessante, simpatica, bella, preparata… e tra tutte queste cose fosse anche sorda. È quello che cerco di fare anche sui social: mostrare la mia vita senza trasformare ogni contenuto in una lezione sulla sordità. Lavoro, viaggio, mi arrabbio, mi diverto, faccio stupidaggini, creo contenuti, discuto con il mio fidanzato Davide per cose completamente inutili e ogni tanto parlo anche di sordità. Non voglio essere sempre ‘la ragazza sorda’. Voglio essere Ludovica, che è anche sorda. Credo che per arrivare alla normalità serva soprattutto più rappresentazione, ma una rappresentazione vera: non la persona sorda inserita in una pubblicità per poter dire ‘guardate quanto siamo inclusivi’, ma persone sorde presenti in tutti gli ambiti della società, senza che la loro presenza debba essere continuamente spiegata.”
Ultimo aggiornamento: Giovedì 24 settembre 2026, 15:41

