Ode al diario di carta, riprendetevi il registro elettronico
Il ministro Valditara chiede ai dirigenti scolastici di preferire il diario cartaceo per assegnare i compiti. I genitori millennial ringraziano. E gli studenti possono tornare a imparare l’autonomia

Troppo smartphone rimbambisce i ragazzini. Lo dicono, empiricamente, gli spettatori delle facce freezate dei piccoli piazzati davanti agli schermi; lo dicono, scientificamente, gli esperti. Forse non in questi termini, ma insomma, l'effetto finale descritto da chi queste cose le studia non è di certo sinonimo di pieno e soddisfacente sviluppo neurologico. Ne consegue che i genitori dei suddetti ragazzini, bombardati ormai da qualche anno dalla (giusta!) fatwa sugli schermi (se ne fai uso precipiti, senza passare dal via, nel girone dei genitori sconsiderati) finiscano per chiedersi, anche un po' ingenuamente: ma perché allora a noi tocca la piaga del registro elettronico?
Chi ha pensato che fosse una buona idea riversare su app, dall'utilizzo diversamente facile, la vita burocratica e scolastica dei singoli alunni, a dire il vero, non ha avuto un'intuizione sbagliata: solo chi conosce la fatica di comunicare con le scuole (pubbliche, s’intende, perché pagando arriva il commesso a casa a ricordarti quali quaderni vanno messi nello zaino ogni mattina) sa cosa può voler dire avere subito a disposizione circolari, presenze, assenze, voti, comunicazioni, bollettini, lezioni e compiti.
Gli effetti negativi del registro elettronico
Tuttavia l'intento iniziale di semplificazione, con il qui e ora garantito dal digitale contro quel certo lassismo della carta, non è bastato a impedire che il sistema sortisse due effetti negativi che fanno pensare con molta nostalgia a quando, semplicemente, si tirava fuori dallo zaino il diario. Magari imbottito di fotografie ritagliate dai giornali e bigliettini, senza quasi più spazi liberi per prendere nota di consegne e avvisi.
Non è solo una battaglia di retroguardia di genitori millennial che ancora conservano la “Smemo” sformata e che restano convinti che tra loro e gli anni del liceo ci sia di mezzo, sì e no, un decennio. Perché, tornando ai due effetti negativi citati prima, il registro elettronico ha causato appunto due fenomeni opposti e patologici: da un lato, sui genitori è piombato l'ennesima attività digitale da fare davanti a uno schermo, con possibili derive di controllo sulla vita scolastica degli eredi fin troppo eccessive.
Dall'altro, ancora più grave, bambini e ragazzini non scrivono più i compiti sul diario e perdono dunque anche quel momento di responsabilizzazione che consisteva nel tenere l'attenzione per i minuti necessari a scrivere le consegne, scriverle correttamente e per intero. E per chi se ne dimenticava, nota sul diario, appunto.
Ora la gogna è per chi le scuole le ha finite almeno venti o trent'anni fa (ma quale decennio, cari colleghi millennial...). I compiti, prima dei figli, sono i loro (i nostri): ogni sera, dopo aver messo insieme il pranzo con la cena con impieghi più o meno remunerati e più o meno faticosi, tocca ricordarsi di controllare la malefica app. Cosa è stato fatto, cosa va fatto? Impegno del ragazzino, zero. Responsabilità, zero. Ansia dei genitori, mille.
L’invito di Valditara alle scuole: “Per i compiti usare il diario scolastico”
E dunque, una volta tanto, non ci sembra una decisione retrò, nel senso di diminutivo di “retrogrado” del termine, quella del ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, che ha definito “un passaggio molto importante” la nota inviata ai dirigenti scolastici per invitare le scuole a rivedere la gestione delle consegne e della programmazione delle verifiche. L’indicazione è chiara: gli studenti devono conoscere i propri impegni scolastici al termine delle lezioni e quindi stop ai compiti indicati sul registro elettronico la sera o nel weekend. “Va usato il diario cartaceo”, così che ogni ragazzo sappia già in classe quali compiti dovrà svolgere per il giorno successivo e per quelli seguenti. Anche perché il diario, comunque, c’è ancora ma è usato al momento in una sola direzione, quella famiglie-scuola, e raramente nell’altra.
Scrivere i compiti è già un compito
Scrivere i compiti è già un compito, perché allena quell’autonomia che si richiede a questi figli di oggi, bambini nati sfidando le ventate gelide dell’inverno demografico, ormai così pochi che li trattiamo come cristalleria da proteggere. Un anno fa lo stesso pedagogista Daniele Novara si era scagliato contro lo strumento del registro elettronico tout court, non solo per il problema dei compiti. “Educare non vuol dire controllare, ma favorire processi di apprendimento. A scuola si va per imparare, non è un luogo di espiazioni di comportamenti o di raddrizzamento. Nel momento in cui viene introdotto uno strumento, di cui tra l’altro nessuno riesce a capire la genesi, usato dai genitori per controllare i figli, si rischia di enfatizzare la scuola come luogo di correzione e non di apprendimento”.
Ultimo aggiornamento: Mercoledì 7 ottobre 2026, 20:44
