Da casa al lavoro, dal lavoro a casa: la scomparsa dei terzi luoghi (e del noi)
Piazze, biblioteche, circoli, bar e spazi pubblici si restringono, mentre la socialità diventa sempre più spesso qualcosa da comprare. Che società stiamo costruendo se per stare insieme dobbiamo consumare?

La giornata di moltissime persone può essere raccontata con una linea quasi perfettamente retta: casa, lavoro, casa. In mezzo, il supermercato, qualche commissione, la palestra se ce la si può permettere, un aperitivo quando avanzano tempo e soldi, uno schermo acceso quando finalmente arriva sera. Manca qualcosa. Non necessariamente un luogo preciso, ma uno spazio intermedio nel quale semplicemente stare.
L’importanza dei terzi luoghi
Il sociologo americano Ray Oldenburg li aveva chiamati third places, i terzi luoghi: dopo la casa e il lavoro, gli spazi della socialità informale. Il bar, la biblioteca, il circolo, la piazza, il parco, il mercato, il centro culturale, l'associazione. Luoghi nei quali non siamo soltanto lavoratori, consumatori, genitori, partner, clienti. Luoghi nei quali possiamo essere persone tra altre persone.
La loro importanza non sta soltanto nel fatto che permettono di passare il tempo. È lì che si costruiscono relazioni deboli ma preziose, quelle che ci fanno riconoscere qualcuno che non conosciamo davvero, scambiare due parole con un vicino, incontrare persone di età, condizioni sociali e idee diverse dalle nostre. È lì che una somma di individui può cominciare, lentamente, a diventare una comunità.
Molti di questi terzi luoghi stanno sparendo
Il problema è che molti di questi luoghi stanno scomparendo, oppure stanno cambiando natura. Il bar esiste, ma per restarci bisogna consumare. Il coworking è uno spazio di relazione, ma richiede un abbonamento. Il centro commerciale è aperto a tutti, ma la sua funzione principale è vendere. Il cinema, il teatro, lo sport, i concerti sono fondamentali per la vita collettiva, ma hanno quasi sempre un prezzo d'ingresso. Anche il tempo libero, sempre più spesso, viene organizzato attraverso un mercato di esperienze da acquistare.
Non significa che bere un caffè, andare al cinema o iscriversi in palestra siano attività negative. Significa però che qualcosa è cambiato: la possibilità di stare insieme senza dover necessariamente comprare qualcosa si è progressivamente ridotta. E questa non è una trasformazione soltanto urbanistica. È una trasformazione sociale.
Perché una società nella quale gli spazi comuni diminuiscono è anche una società nella quale gli individui rischiano di vivere sempre più separati gli uni dagli altri. Ognuno nella propria casa, davanti al proprio schermo, dentro il proprio algoritmo, con la propria rete di contatti e le proprie abitudini. L'individualismo contemporaneo ha certamente prodotto libertà, autonomia e possibilità impensabili per le generazioni precedenti. Ma quando l'individualizzazione diventa isolamento, qualcosa si rompe. E quando ogni bisogno collettivo viene trasformato in una prestazione individuale da acquistare, anche la socialità può diventare una merce.
Il tempo libero si compra
Non hai una rete di persone con cui condividere il tempo? Puoi comprare un'esperienza. Non hai uno spazio dove lavorare? Puoi comprare una scrivania. Non hai un luogo dove incontrarti con gli altri? Puoi prenotare un tavolo. Non hai tempo per costruire relazioni? Puoi affidarti a un'attività organizzata. Il mercato non crea necessariamente questo bisogno. Ma può imparare a monetizzarlo. E così una domanda apparentemente semplice diventa molto più profonda: quanto costa oggi avere una comunità?
La domanda contiene anche una questione di disuguaglianza. Perché non tutte e tutti hanno lo stesso reddito da spendere per costruirsi una vita sociale. Quando i luoghi gratuiti diminuiscono, il denaro diventa anche una condizione di accesso alla socialità. Chi può permettersi un aperitivo, un corso, una palestra, un concerto, un coworking, un viaggio, un'attività per il tempo libero può costruire più facilmente occasioni di incontro. Chi non può farlo rischia di vedere restringersi anche il proprio spazio sociale.
La solitudine, allora, non può essere considerata soltanto una questione individuale. Ha a che fare con il modo in cui costruiamo le nostre città, con il tempo che lasciamo alle persone, con il lavoro, con il costo della vita e con la disponibilità di spazi pubblici e accessibili. Per questo forse dovremmo smettere di parlare soltanto di isolamento sociale come di un problema delle singole persone e iniziare a interrogarci sulla solitudine come possibile prodotto del modello sociale nel quale viviamo.
La comunità nasce se ha luoghi dove questa cosa può accadere
Anche perché una comunità non nasce semplicemente dal desiderio di stare insieme. Ha bisogno di luoghi nei quali quell'incontro possa accadere. Una piazza dove nessuno debba comprare niente. Una biblioteca nella quale poter restare anche senza prendere un libro. Un parco nel quale sedersi. Un centro culturale accessibile. Un circolo. Una sala di quartiere. Un'associazione. Un luogo nel quale entrare senza dover dimostrare di avere un certo reddito, un certo status, un certo consumo da esibire. Sono spazi apparentemente ordinari. E proprio per questo rischiamo di accorgerci della loro importanza soltanto quando non ci sono più.
Giovanni Truppi, nella canzone Infinite possibilità, si interroga proprio sulla perdita di quei luoghi capaci di mettere insieme persone diverse. Nel suo ragionamento compaiono anche la parrocchia e la sezione di partito: non come modelli da rimpiangere necessariamente, ma come esempi di luoghi nei quali un tempo era possibile incontrarsi, discutere, appartenere a qualcosa che andava oltre la dimensione individuale.
Quali saranno i terzi luoghi del futuro?
Il punto non è tornare indietro. La società è cambiata e sarebbe inutile fingere il contrario. La sfida è un'altra: quali saranno i terzi luoghi del futuro? Quali spazi siamo disposti a creare, finanziare e difendere affinché le persone possano incontrarsi senza che ogni incontro debba diventare una transazione? Perché forse la vera domanda non è soltanto dove viviamo, dove lavoriamo o quanto tempo abbiamo. È come stiamo insieme.
Una società può essere tecnologicamente avanzata, economicamente efficiente e piena di possibilità individuali e, contemporaneamente, diventare sempre più povera di luoghi condivisi. Possiamo avere centinaia di contatti e pochissime persone con cui parlare. Possiamo essere sempre connessi e sentirci sempre più soli. Possiamo avere infinite possibilità di consumo e sempre meno occasioni di appartenenza.
Per questo serve forse uno scatto di coscienza collettiva. Non per rinunciare all'individualità, ma per ricordare che l'individualità stessa ha bisogno degli altri per esistere pienamente. La comunità non è un residuo del passato. È un'infrastruttura del presente. E forse dovremmo tornare a considerare gli spazi nei quali stare insieme non come un lusso, un servizio o un prodotto, ma come una parte essenziale della vita democratica.
Perché prima ancora di chiederci che cosa vogliamo consumare, dovremmo tornare a domandarci con chi vogliamo vivere. E soprattutto se siamo ancora capaci di progettare luoghi nei quali la risposta possa essere: con gli altri.
Ultimo aggiornamento: Martedì 29 settembre 2026, 14:59

