Turisti italiani? Ritardatari, indisciplinati e tirchi (durante i safari e oltre)
Solo l’1,3% dei 192 operatori africani intervistati indica gli italiani come i turisti più educati: davanti a noi giapponesi (21,1%), norvegesi (10,6%) e svizzeri (10,4%). Ma non siamo ultimi in tutto: sul cibo locale arriviamo al 6° posto

Avete da poco disfatto le valigie, piegato il costume, rimesso nell’armadio le infradito e già state guardando i voli per dicembre. Natale e Capodanno in Africa? Una settimana al caldo mentre qui piove e qualcuno, inevitabilmente, sui social scrive che “non esistono più le mezze stagioni”?
Bene. Prima di prenotare, fermatevi un momento e guardatevi allo specchio: potreste essere proprio voi quelli di cui qualcuno, dall’altra parte del mondo, racconta una storia non esattamente lusinghiera.
A tracciare questo identikit è un’indagine di SafariBookings, piattaforma specializzata nei safari africani, che ha chiesto a 192 operatori del settore di indicare le nazionalità che, secondo la loro esperienza, si distinguono per educazione, propensione alle mance, capacità di spesa, spirito d’avventura e interesse per la cucina locale. Non una fotografia statistica degli italiani in vacanza nel mondo, dunque, ma lo sguardo di chi i turisti li accompagna ogni giorno tra savane, parchi e lodge. I risultati sono stati inoltre ponderati sulla base delle richieste di safari provenienti dai diversi Paesi nel 2024.
E noi, in questa fotografia, siamo finiti in fondo. Alla domanda su quale fosse la nazionalità più educata, l’Italia ha raccolto appena l’1,3% delle preferenze, ultima tra le tredici nazionalità presenti nella graduatoria. In cima ci sono i giapponesi, con il 21,1%, quasi il doppio della Norvegia, seconda con il 10,6%. Terza la Svizzera, al 10,4%, poi Canada, Stati Uniti, Polonia e Paesi Bassi. Germania e Regno Unito sono appaiati al 5,7%. Tradotto dal linguaggio delle classifiche: se fossimo una classe, non saremmo esattamente quelli da mettere in prima fila.
E non finisce qui. Gli italiani compaiono al settimo posto nella categoria dei turisti più avventurosi, con il 6,4%. Niente male, considerando che davanti a noi ci sono Germania, Francia, Paesi Bassi, Stati Uniti, Australia e Cina. Sul fronte della spesa, invece, arriviamo decimi con il 2,2% delle preferenze: davanti a noi Stati Uniti, Germania e Canada, a pari merito al 12,8%, Norvegia, Cina, Regno Unito, Francia, Svizzera, Paesi Bassi e Australia.
E poi arriva il cibo. Qui, improvvisamente, ritroviamo noi stessi. Nella categoria dei foodies, cioè i turisti più interessati alla cucina locale, l’Italia è sesta con il 7,6%. Prima l’India con il 18,7%, poi Giappone, Francia, Cina e Paesi Bassi. Siamo appena dietro gli olandesi e davanti agli spagnoli. Insomma, possiamo anche essere quelli che arrivano in ritardo, ma almeno arriviamo affamati.
Sulle mance, invece, l’Italia non compare nemmeno nella graduatoria delle undici nazionalità più citate. A dominare sono gli americani, con il 29,5%, seguiti da tedeschi, canadesi e svizzeri.
E qui la faccenda comincia a diventare interessante, perché dietro la battuta sugli italiani "peggiori turisti del mondo” c’è qualcosa di più della solita gara internazionale a chi è più simpatico in vacanza.
Certo, viene da sorridere. Perché nell'immaginario collettivo italiano il turista maleducato è sempre qualcun altro. Quello che parla a voce alta. Quello che arriva tardi. Quello che pretende. Quello che si lamenta. Quello che fotografa tutto. Quello che vuole mangiare come a casa propria anche a diecimila chilometri da casa. Quello che davanti a una regola risponde con il nostro elegantissimo "eh, ma cosa vuoi che sia”. Poi scopriamo che, almeno secondo questi operatori, qualche volta quel turista siamo proprio noi.
Prima di indignarci, però, vale la pena leggere bene i numeri
L’1,3% non significa che il 98,7% degli operatori abbia definito gli italiani maleducati. Significa che, alla domanda su quale nazionalità considerassero la più educata, solo l’1,3% delle risposte ha indicato l’Italia. È una differenza tutt’altro che irrilevante. E la stessa SafariBookings sottolinea che le diverse nazionalità emergono in categorie differenti: i giapponesi per l’educazione, gli americani per le mance e la spesa, i tedeschi per l’avventura.
Insomma, non esiste il turista perfetto. Esistono, piuttosto, abitudini culturali che quando arrivano in un altro Paese possono diventare pregi oppure difetti. Ed è qui che forse la classifica smette di essere soltanto una curiosità da condividere con la battuta "noi italiani siamo sempre i soliti” e diventa una domanda un po’ più scomoda. Quanto siamo davvero capaci di essere ospiti?
Perché viaggiare significa entrare, temporaneamente, nella vita degli altri. In una città, in un villaggio, in un parco naturale, in un ecosistema. Significa attraversare luoghi che non sono stati costruiti per soddisfare le nostre aspettative e persone che non sono lì per rendere perfetta la nostra fotografia delle vacanze.
Una guida non è un ostacolo alla nostra libertà. Una regola non è necessariamente una seccatura. Un orario non è un suggerimento. Un animale selvatico non è un'attrazione che deve avvicinarsi alla nostra macchina fotografica perché abbiamo pagato un safari. E forse anche una mancia, quando prevista dalla cultura del luogo e dal lavoro svolto da chi ci accompagna, non è semplicemente una voce da eliminare dal budget. Certo, sarebbe facile fermarsi alla caricatura: italiani ritardatari, poco rispettosi delle regole e con il portafoglio ben chiuso.
Ma sarebbe troppo facile anche pensare che gli altri siano tutti migliori di noi. Forse siamo semplicemente questo: un popolo capace di entusiasmo e invadenza, curiosità e provincialismo, generosità e tirchieria, adattamento e ostinazione. Tutto contemporaneamente.
Del resto, più di sessant'anni fa Luigi Barzini provava già a raccontare proprio questa faccenda. Nel 1964, con The Italians, osservava il nostro Paese attraverso un catalogo di contraddizioni, vizi e virtù. Non proprio una novità, quindi: siamo ancora qui a chiederci che impressione facciamo quando qualcuno ci guarda da fuori.
La vera questione, però, forse non è sapere se siamo davvero i peggiori turisti del mondo. È capire se quando partiamo ci ricordiamo che il mondo non è lì per accoglierci secondo le nostre regole. Che viaggiare non significa soltanto cambiare panorama, ma anche cambiare prospettiva. Che una vacanza può essere un modo per conoscere un luogo oppure l’ennesima occasione per chiedergli di assomigliare a casa nostra. E forse, prima della prossima fuga di Natale, potremmo provare a fare una cosa rivoluzionaria: partire sapendo di essere ospiti. Con un po’ meno “ma io ho pagato”, un po’ meno “in Italia si fa così” e magari qualche minuto di anticipo.
Perché alla fine non è che serva una classifica per sapere come comportarsi quando entriamo a casa di qualcun altro. Basterebbe ricordarsi di bussare.
Ultimo aggiornamento: Domenica 27 settembre 2026, 22:13

