Ieri Meloni era “bellissima”, oggi serve un “ordine restrittivo”. Trump riduce le donne di potere a stereotipi (di nuovo)
Il caso Trump-Meloni riaccende il dibattito sul linguaggio riservato alle donne che ricoprono ruoli di potere. Gli uomini che ricoprono incarichi di vertice vengono raccontati prevalentemente per le loro decisioni, le donne, invece, continuano a essere descritte anche per il loro aspetto

Prima "bellissima". Poi "giovane". Infine un meme con la scritta "Restraining order needed" - "Serve un ordine restrittivo" - pubblicato su Truth, con cui Donald Trump ironizza su Giorgia Meloni, lasciando intendere che la presidente del Consiglio italiana sarebbe così interessata a lui da meritare un ordine restrittivo.
Non è soltanto una provocazione. È l'ultimo capitolo di una narrazione che negli ultimi mesi Trump ha costruito attorno alla leader italiana e che racconta bene come, ancora oggi, il potere femminile venga spesso letto attraverso categorie diverse da quelle utilizzate per gli uomini.
Il meme, infatti, non nasce dal nulla.
I precedenti
Già nelle settimane precedenti Trump aveva commentato una fotografia diventata virale durante un vertice internazionale, sostenendo che Meloni volesse ossessivamente fotografarsi con lui. Da quel momento il racconto si è progressivamente allontanato dalla dimensione istituzionale per spostarsi su quella personale: non più due leader che si incontrano nell'ambito della diplomazia, ma una donna descritta come affascinata dall'uomo potente, desiderosa della sua attenzione. L'ultimo post pubblicato su Truth porta semplicemente alle estreme conseguenze quella narrazione: dalla foto "cercata" all'idea della donna talmente insistente da richiedere un ordine restrittivo.
Sono lontani i tempi in cui, durante un incontro con i leader internazionali, Trump aveva presentato Meloni con due aggettivi che avevano fatto discutere: "beautiful", bellissima, e "young", giovane. A prima vista potrebbero sembrare parole innocue. Ma il punto è un altro. In un contesto istituzionale, quando una presidente del Consiglio viene introdotta innanzitutto attraverso il suo aspetto fisico e la sua età, il ruolo passa in secondo piano. La prima informazione che arriva al pubblico non riguarda il capo di governo, ma la donna.
Una dinamica ben nota
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È una dinamica che gli studi sulla comunicazione politica e di genere analizzano da tempo. Gli uomini che ricoprono incarichi di vertice vengono raccontati prevalentemente per le loro decisioni, la loro leadership, il loro profilo politico. Le donne, invece, continuano a essere descritte anche per il loro aspetto, la loro eleganza, l'età, il carattere o il modo in cui si relazionano agli uomini. È un doppio livello di rappresentazione che raramente riguarda i leader maschili.
Trump non risparmia nessuno
Trump ha fatto di questo linguaggio una delle cifre della propria comunicazione pubblica. Non risparmia praticamente nessuno. Nel corso degli anni gli Obama sono stati oggetto di continui attacchi personali e campagne di delegittimazione; numerose giornaliste sono state apostrofate con espressioni offensive che mettevano in discussione il loro aspetto, la loro intelligenza o la loro credibilità professionale; le atlete transgender sono diventate uno dei bersagli privilegiati della sua retorica politica, trasformate in simboli della guerra culturale americana più che in persone. Cambiano i destinatari, ma resta immutata la strategia: spostare l'attenzione dall'argomento all'identità di chi si ha di fronte.
La narrazione sulle donne
Nel caso delle donne, però, emerge un elemento ulteriore. La narrazione oscilla continuamente tra idealizzazione e delegittimazione. Una donna può essere definita "bellissima" quando il rapporto è positivo e diventare "ossessiva" quando cambia il registro. In entrambi i casi, il centro del racconto non è il ruolo istituzionale, ma una rappresentazione costruita attorno alla sua identità femminile.
I social network rendono questo meccanismo ancora più potente. Una fotografia, una battuta o un meme riescono a orientare il dibattito pubblico molto più di una dichiarazione ufficiale. In poche ore il confronto si sposta dalle decisioni politiche alla costruzione di un personaggio, facilmente riconoscibile e immediatamente condivisibile.
Il dibattito smette così di riguardare ciò che una leader fa o rappresenta e finisce per concentrarsi su come appare, su come si relaziona agli uomini o su stereotipi che continuano a influenzare la percezione del potere femminile. È in questo slittamento che il caso Meloni smette di essere soltanto cronaca e diventa uno specchio del presente. Perché basta una fotografia, un aggettivo o un meme per spostare il racconto da ciò che una donna fa a ciò che è, o che si presume sia. E quando questo accade, il potere femminile continua a essere raccontato non attraverso il ruolo che esercita, ma attraverso stereotipi che ne ridimensionano l'autorevolezza.
Ultimo aggiornamento: Martedì 7 luglio 2026, 08:59


