“Tutti tornano a casa”: Ariete si è presa il tempo per fermarsi (in una società che corre veloce)
Dal nuovo album di Arianna Del Giaccio, nato dopo un tempo dedicato a sé, una riflessione sulla difficoltà di rallentare, sul valore del tempo non produttivo e sulle disuguaglianze che rendono la possibilità di fermarsi tutt’altro che uguale per tutte e tutti

Per due anni e mezzo Ariete si è fermata. O meglio, ha scelto di rallentare. Dopo tre anni di distanza da La notte, la cantautrice torna con Tutti tornano a casa, dodici tracce che raccontano un percorso personale fatto di relazioni, cambiamenti, ricordi e nuove consapevolezze.
Non è stata una pausa imposta dall’esterno: Ariete ha scelto di prendersi tempo per sé, per la scrittura e per attraversare una fase di cambiamento personale. Un tempo nel quale ha ridotto gli impegni pubblici, si è dedicata alla quotidianità e ha lavorato sulla propria dimensione interiore. Anche la terapia entra nel racconto del disco, fino a diventare il punto di arrivo dell’ultima traccia, Seduta n.65.

Cos’è “casa”
Il titolo dell’album nasce da un’immagine osservata dopo un concerto di James Blake a Roma. Le persone si separano, tornano alle proprie vite, ai genitori, a un treno, a un aereo, a un luogo in cui sentirsi protette. È da lì che nasce l’idea di Tutti tornano a casa: non tanto come semplice ritorno geografico, ma come movimento verso qualcosa che ci appartiene. E infatti, ascoltando il disco, la casa cambia continuamente significato. È un luogo concreto, ma anche una relazione, un ricordo, un corpo, una condizione emotiva. In alcune interviste Ariete ha spiegato che negli ultimi due anni ha imparato a considerare se stessa come la propria casa: un percorso fatto di fiducia, ascolto e cura di sé.
Dall’esterno all’interno
Il disco sembra così seguire un movimento dall’esterno verso l’interno. Si apre con L’alveare, dove l’immagine delle api diventa una metafora della ricerca di appartenenza e di protezione, e attraversa storie d’amore, amicizie, incontri casuali, nostalgia e trasformazioni. C’è Che bella vita, nata dall’idea degli incontri fortuiti capaci di modificare una traiettoria. C’è Mano nella mano, legata all’amicizia con Fulminacci e alla città di Roma. Ci sono La mia bocca, la tua bocca e 10chiamate, che attraversano invece la fine e le difficoltà delle relazioni. E poi Casa mia / Casa tua, che torna indietro nel tempo, agli anni dell’adolescenza e della prima giovinezza, recuperando una stagione della vita attraverso luoghi, persone e abitudini.
Tornare non è sempre possibile nello stesso modo
La casa, però, non è un concetto universale né necessariamente rassicurante. Ariete stessa lo ha sottolineato: qualcuno una casa non ce l’ha, oppure non sta bene nella casa che ha. Ed è forse proprio qui che il titolo dell’album acquista un significato più ampio. Tornare non è sempre possibile nello stesso modo e non tutte le persone hanno lo stesso punto da cui ripartire.
Anche il tempo che Ariete si è concessa non è, del resto, un bene distribuito in maniera uguale.
Fermarsi può sembrare una scelta individuale, ma spesso dipende dalle condizioni materiali in cui viviamo. Significa poter ridurre gli impegni, avere una rete, poter sostenere economicamente un periodo meno produttivo, avere accesso alla cura psicologica, abitare un luogo in cui sentirsi al sicuro. Significa, soprattutto, avere abbastanza spazio mentale per ascoltarsi.
Percepiamo il riposo come una colpa
Perché siamo arrivati a percepire il riposo quasi come una colpa? Perché anche quando avremmo la possibilità di rallentare sentiamo il bisogno di riempire ogni spazio, di essere produttivi, reperibili, presenti? E quanto il bisogno di rallentare riguarda invece il benessere, e non la resa?
Forse una parte della risposta sta proprio nel modo in cui abbiamo imparato a considerare il tempo. Se vale soprattutto quello che produce, il tempo dedicato a sé rischia di apparire improduttivo, quasi uno spreco. Ma riposare non significa necessariamente sottrarsi alla vita. Può voler dire recuperare energie, ascoltare ciò di cui abbiamo bisogno, lasciare sedimentare le esperienze e ritrovare un ritmo che non sia imposto soltanto dall’esterno.
In una società che tende a misurare il valore delle persone attraverso ciò che fanno, producono e mostrano, anche il tempo apparentemente vuoto può diventare difficile da difendere. Il telefono continua a portare notifiche, il lavoro può entrare ovunque, i social trasformano spesso anche il tempo libero in qualcosa da raccontare, condividere, rendere visibile.
Per questo la storia di Ariete può essere letta anche al di là della musica. Non perché tutti debbano fermarsi per due anni e mezzo, né perché rallentare sia sempre possibile. Ma perché ricorda che una vita non è fatta soltanto di obiettivi da raggiungere.
Il tempo che non produce immediatamente qualcosa
Il tempo che non produce immediatamente qualcosa può servire a vivere abbastanza da avere poi qualcosa da raccontare. A incontrare persone. A cambiare idea. A tornare in luoghi conosciuti con uno sguardo diverso. A imparare a stare da soli. A scrivere una canzone.
In questo senso, Tutti tornano a casa non è un album sull'immobilità. È un disco sul movimento, anche quando quel movimento non è visibile. Il viaggio di Ariete passa dalla quotidianità, dalle relazioni, dalla terapia e dalla scrittura, fino a una definizione diversa di casa: non necessariamente il luogo in cui si torna, ma quello che si costruisce dentro di sé. E forse è proprio questo il punto più interessante: fermarsi non significa necessariamente fare meno. Può significare fare spazio. Alla cura, alle esperienze, alle persone, alla possibilità di cambiare direzione.
Il privilegio di fermarsi esiste e riconoscerlo significa anche interrogarsi su chi può permetterselo e chi no. Ma raccontare quel privilegio può servire anche a restituire valore a un’idea che la velocità rischia di farci dimenticare: non tutto ciò che conta deve essere immediatamente produttivo. Alla fine, il viaggio raccontato da Ariete non sembra essere quello di chi si ferma perché ha perso la strada. È quello di chi si ferma abbastanza da poter scegliere, finalmente, la propria.
Ultimo aggiornamento: Martedì 6 ottobre 2026, 09:49

