L’Avvelenata, Culodritto, Samantha e le altre: le donne nelle canzoni di Guccini
Viaggio tra i ritratti femminili del cantautore scomparso il 6 agosto 2026: straordinari, densi, nitidissimi. Guccini non idealizza quasi mai la donna come angelo o come oggetto erotico. La racconta come individuo, con la sua storia, le sue paure, le sue sconfitte, la sua libertà

Pensavo: l’Avvelenata, sì. Ma se io avessi previsto tutto questo, la rabbia che si fa musica. E l’anarchia, la bomba proletaria che illuminava l’aria. Le canzoni di Francesco Guccini sono tutto questo: un blues sghembo in via Paolo Fabbri, 43, l’alba un pugno in faccia verso cui tende le braccia. L’Eskimo come simbolo di ribellione. E zio Amerigo che parte per l’America, vent’anni e in corpo il primo vino di una cantina, per farsi coraggio, ché partire fa paura.
Le canzoni di Guccini sono tutto questo, eruttano lapilli e lava come la locomotiva della canzone. Sì, d’accordo. Ma c’è anche un altro Guccini. Quello che racconta le donne. E lo fa con una delicatezza e una empatia sorprendenti.
"Piccola storia ignobile”
Negli anni ’70, solo due esempi. “Piccola storia ignobile” è la canzone in cui Guccini racconta un aborto clandestino, la solitudine tremenda di questa ragazza. E la solitudine della famiglia della ragazza: “Se tuo padre sapesse qual è stata la tua colpa, rimarrebbe sopraffatto dal dolore. Uno che poteva dire ‘guardo tutti a testa alta’, immaginasse appena il disonore...”. Affiora tutta la condanna sociale delle ragazze madri, ancora in anni di piena lotta femminista. Padri che crollerebbero: “Ti sognava laureata, era fiero di sua figlia. Se solo immaginasse la vergogna”. Madri più sottili: “E tua madre, che da madre qualche cosa l’ha intuita...”. E poi c’è lei, che entra in scena per ultima: “Però come farai a dirle che nessuno ti ha costretta o dirle che provavi anche piacere: questo non potrà capirlo, perché lei da donna onesta l’ha fatto quasi sempre per dovere”.
Guccini ritrae una donna, e adotta il suo punto di vista. Anche nel momento più difficile: “E così ti sei trovata come a un tavolo di marmo desiderando quasi di morire. Presa come un animale macellato stavi urlando, ma quasi l’urlo non sapeva uscire...”. Quando Guccini scrive la canzone, l’interruzione volontaria di gravidanza era considerata un reato. La donna che la praticava era punita con la reclusione da due a cinque anni. La canzone esce nel 1976. È un atto di accusa contro l’ipocrisia della società italiana nei confronti dell’aborto e della condizione femminile. E questo accade due anni prima della legge che rende legale l’aborto in Italia.
"Lui e lei”
Ma andiamo con ordine. Una delle prime canzoni di Guccini, in “Due anni dopo”, uscito nel 1970, si chiama “Lui e lei”. Sono due innamorati giovanissimi, in una città di provincia. “Lui e lei s'incontrano nel giorno mentre la città d'attorno sembra nuova. Lui e lei riscoprono le cose che credevano perdute nella noia.” Ma bastano tre minuti di canzone, e “Lui e lei s'incontrano d'accordo nel consueto vecchio posto d'ogni giorno. Lui e lei ritrovano ogni cosa che già il tempo ha ricoperto con la noia”. L’amore che si trasforma in routine, in noia. Come il finale del film “Il laureato”, che era uscito nel 1967. E lui, Guccini, aveva tradotto in italiano la canzone iconica del film: “Mrs. Robinson”.
"Il compleanno”
Nello stesso disco, c’è una canzone, "Il compleanno", che fotografa perfettamente la vita di una adolescente nella provincia emiliana: “Non è proprio il giorno del tuo compleanno, però è di domenica che le feste si fanno, e di sera tuo padre vuol stare a guardar la tv. Hai messo il vestito modello francese che è quasi costato la paga di un mese...”. I minuscoli traguardi, fare una festa di compleanno, forse innamorarsi. E invece “L’amica migliore ti ha copiato il vestito, e attorno a sé sparge il suo fascino e odor di Chanel...”. La protagonista, bruttina, timida, ha fatto tutta quella festa per invitare un ragazzo. E quel ragazzo bacia la sua amica. “Non piangere il giorno del tuo compleanno, gli amici ti guardano, cosa diranno”. Un quadretto preciso di un minuscolo, invisibile strazio. Uno strazio impercettibile, da fuori. Lui lo ha saputo cogliere.
"Vedi cara”
“Vedi cara”, una delle sue canzoni più conosciute, è in “L’isola non trovata”, del 1970. È una lunga ballad alla Bob Dylan, ed è un lungo discorso di addio fatto ad una donna: ma non è un’accusa, un giudizio, un confronto. Racconta una crisi sentimentale senza accusare la compagna, cosa non frequente nella canzone italiana dell’epoca. Racconta la sua crisi, i suoi dubbi: “Vedi cara, certe crisi son soltanto segno di qualcosa dentro che sta urlando per uscire. Non cercare in un viso la ragione, in un nome la passione che lontano ora mi fa: vedi cara, è difficile spiegare, è difficile capire, se non hai capito già”.
Certo, lui se ne va, lui anela ad altro, lui cerca misteri e atmosfere che lei, più concreta, non insegue o non vede. Siamo dalle parti di Bob Dylan, di “Don’t Think Twice It’s All Right”: “And it ain’t no use in calling out my name, gal”, e “So long, honey babe: where I’m bound, I can’t tell. Good bye is so good a word, babe, so I’ll just say fare thee well”: Addio, tesoro: dove sono diretto, non te lo posso dire. Arrivederci è una parola troppo bella, così ti dirò solo addio”.
"Canzone della bambina portoghese”
Ma si parlava del dolore della ragazza del “Compleanno”. Lui ha saputo coglierlo. Così come ha colto lo stupore della bambina portoghese di fronte all’oceano. Una situazione di comunione con l’universo, uno stato raro di armonia. E immagina che a viverlo sia una bambina, con un bikini amaranto. “Sentì che era un punto al limite di un continente. Sentì che era un niente l’Atlantico immenso di fronte. E in questo sentiva qualcosa di grande che non riusciva a capire, che non poteva intuire. Che avrebbe spiegato, se avesse capito, lei e l’oceano infinito”.
È una bambina, quella che più si avvicina al mistero dell’immenso. Arriva a un millimetro dallo sfiorarlo, poi – in un attimo, come accade spesso, cambiò il volto di ogni cosa - il caldo l’avvolse, si sentì svanire e si mise a dormire”. Affida a una ragazzina, Guccini, l'intuizione dell'infinito.
"Incontro”
In quello stesso disco epocale, “Radici”, c’è la canzone che si chiama “Incontro”. Lei era una compagna di liceo, bella e vincente negli anni dell’adolescenza. Quando si ritrovano, il tempo ha scritto sui loro volti e sulle loro storie. La canzone sul tempo che è passato, su come i destini si formino, impercettibilmente e poi con grande evidenza. Lui capisce meglio i quadri, i soprammobili, i genitori di lei; il sogno americano di lei, il ritorno triste in quella piccola città di nebbia. “Cara amica, il tempo prende, il tempo dà. Siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno...”. Un ritratto di donna ferita, con il marito che si è ucciso, il suo ritorno obbligato. Un altro destino raccontato con magistrale nitidezza.
“Autogrill”
E la ragazza di "Autogrill", la canzone che apre "Guccini", il suo disco del 1983. Quella ragazza da film americano, tanto che sul bancone c’è la soda fountain, e lui lascia di mancia “un nichel”. Quella ragazza “bionda senza averne l’aria”, quasi triste “come i fiori e l’erba di scarpata ferroviaria”. Un ritratto denso di tenerezza, un amore non confessato, che dura il tempo di una sosta in autogrill, una vita mai vissuta, ma possibile. Un amore taciuto, unno di quei tanti che si vivono, in pochi istanti, e in pochi istanti sono passato.
"Eskimo”
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C’è anche lo spazio per ritratti sarcastici. Soprattutto per ragazze che appartengono all’alta borghesia. La donna con cui Guccini sta insieme “A Santa Lucia, al portico dei Servi, per Natale”, raccontata in “Eskimo”, Roberta Baccillieri. Aveva un paletot, e lui con i suoi maglioni è a disagio: “Ma avevo la rivolta fra le dita, dei soldi in tasca niente e tu lo sai, e mi pagavi il cinema stupita, che non ti era toccato farlo mai!”.
"Canzone delle situazioni differenti”
O la donna di “Canzone delle situazioni differenti”, in "Stanze di vita quotidiana", del 1974. Si incontrano in riva all'Amstel, in Olanda. E non si capiscono. “Tuo nonno era un grand’uomo, famoso chissà cosa, da loro si usa dire ‘è ancora in gamba’. Mi espose a gesti e a sputi quella Weltanschauung sua stramba, puntando come un indice una rosa”. Un verso di complessità estrema, dove riesce a entrare nella metrica anche una parola come Weltanschauung. E si prosegue con il ritratto di borghesia: “Il tuo patrigno era un noto musicista, tuo padre lo incontravi a qualche mostra. Mi confidasti trepida non so quale segreto, dicendo ‘donna’ e non ‘la cameriera’”...
Quando Guccini non sopporta qualcuno o qualcosa, non lo nasconde. “Uscimmo un po’ accaldati per il troppo vino nero. Danzammo sulla strada, già albeggiava. Sembrava una commedia musicale americana. Tu non lo sai, ma dentro me ridevo...”. Altro che “Singin’ in the Rain”. Si sente, quando Guccini non ama qualcuno.
"Culodritto”

Ma si sente anche quando ama. Quando ama sua figlia, destinataria della canzone “Culodritto”, del 1987: sua figlia bambina, “reginetta dei telecomandi, di gnosi assolute, che asserisci e domandi, di sospetto e di fede nel mondo curioso dei grandi”. Una figlia vista già come una persona libera, che costruirà il proprio destino. “Vola tu dove io vorrei volare, verso un mondo dove è ancora tutto da fare e dove è ancora tutto, o quasi tutto, da sbagliare”.
"E un giorno”
Teresa, che poi cresce, e riceve in dono un’altra canzone, “E un giorno”, tremendamente straziante, sul tempo che cambia tutto. Sta nell’album “Stagioni” del 2000. “E un giorno ti svegli stupita e di colpo di accorgi che non sono più quei fantastici giorni all’asilo. E un giorno cammini per strada e ad un tratto comprendi che non sei la stessa che andava al mattino alla scuola”. Guccini affida a sua figlia il senso della nostalgia che è stato suo, che forse è di tutti gli umani: “E un giorno ripensi alla casa e non è più la stessa in cui lento il tempo sciupavi quand’eri bambina, in cui ogni oggetto era un simbolo e una promessa di cose incredibili e di caffelatte in cucina”. Il caffelatte in cucina, come madeleine proustiana, come oggetto immarcescibile dell’infanzia, come monolite misterioso di quando la vita era una promessa.
"Tango per due”
Ma ci sono personaggi di donna che sono anziani, e i cui oggetti del ricordo sono tutti diversi. Nella canzone “Tango per due”, nell’album “Quello che non...”, del 1990, Guccini traccia un ritratto di una coppia che immaginiamo in un dancing all’aperto. E nello sfiorire del presente riesce a vedere la vitalità, la bellezza del passato. “Coppia che sta silenziosa, un po’ rigida in posa, a ballare una sera”. Ed è una coppia che sembra non attrarre lo sguardo, non serbare segreti. E invece. Guccini li racconta giovani, in una specie di cavalcata futurista di sostantivi: “Lui biella, stantuffo, leva, muscoli, grinta, officina, sole: lei quiete, chitarra, vela, segreti, donna, calore, viole...”.
"Vorrei”
E alla fine, il ritratto di donna più struggente è quello dedicato alla compagna degli ultimi trent’anni di vita, Raffaella. La canzone è “Vorrei”: “Vorrei conoscer l’odore del tuo paese, vorrei incontrare le pietre, le strade, gli usci, i ciuffi di parietaria attaccati ai muri”. Per dire “ti amo”, dice “vorrei conoscere da dove vieni, qual è il sapore, l’odore della tua vita prima di me, prima di tutto”. E poi, anche qui, riesce a mettere la parola “parietaria” in una canzone. E già questo mi commuove. Ma lui va oltre: e dice una cosa che non sembra “da Guccini”: “Lo vorrei perché non sono quando non ci sei”. Non sono, non esisto, non mi sento al mondo quando non ci sei. Se c’è un grande cantore dell’amore, in questi anni che hanno visto celebrare l’amore in quasi ogni canzone di Sanremo, se c’è uno che ha dato all’amore le parole più essenziali, e insieme più inedite, è l’insospettabile gigante dell’Appennino dalla erre arrotata, Francesco Guccini.
“Vorrei con te da solo sempre viaggiare, scoprire quello che intorno c’è da scoprire, vorrei tornare nei posti dove son stato, spiegarti di quanto tutto sia poi diverso, e farmi da te spiegare cos’è cambiato, e quale sapore nuovo abbia l’universo...”. Ecco che cos’è trovare l’amore. È trovare chi ci racconta il sapore dell’universo, quello che noi non riusciamo più ad assaporare.
"Samantha”
E c’è Samantha. Nell’album “Parnassius Guccinii” del 1993. Samantha è una ragazza di periferia milanese, ricorda la Anna di “Anna e Marco” di Lucio Dalla. E anche questa volta lo sguardo di Guccini è acuto, odora il fremito dell’adolescenza e la partita della vita quasi già perduta: “Samantha scende le scale di un policentro attrezzato comunale, trent’anni e poi l’appartamento sarà suo, o meglio dei suoi genitori che ogni mese devono strappare il mutuo”. Samantha bella senza saperlo, “non sa d’avere lunghe gambe da cervo, non sa di avere un destino da modella e corre allegra lungo i graffiti osceni delle scale”.
Fuori una Milano di periferia, piena di smog, con un cielo “viola carico”. Samantha va a incontrare un ragazzo, che però non sa che dirle, non sa come dirlo. “A Samantha batte il cuore da morire mentre Andrea rimane muto”. La storia di un non incontro, di un non amore. Di due destini che si separano, presto andranno lontano l’uno dall’altra. Guccini ancora una volta fotografa un momento minuscolo, quasi banale che diventa essenziale a due destini. “Milano sembra che sia lì ad abbracciarsi quei due che non sapranno più parlarsi”. Un momento qualunque che diventa finale. “Lei ritornerà con le Ms per suo padre steso davanti a qualche canale”. Lo stesso padre, cinquant’anni dopo, che la domenica voleva stare a guardar la tv, e di sua figlia e della sua festa di compleanno non gli poteva importare di meno.
"Canzone per Silvia”
In “Parnassius Guccinii” non c’è solo il ritratto di Samantha. C’è anche una canzone dedicata a Silvia Baraldini, l’attivista politica italiana condannata negli Stati Uniti a una pesante pena detentiva, oltre 40 anni di prigione di cui molti in isolamento. Sei anni dopo la canzone, Silvia Baraldini ha ottenuto l’estradizione in Italia nel 1999, e ha terminato la pena nel 2006. Ma in quel 1993 Baraldini era in carcere, e le era stato diagnosticato un tumore maligno alla mammella. Guccini prende posizione, e scrive “Canzone per Silvia”: “Di questa piccola italiana ora l’America ha paura. Paura del diverso e del contrario, di chi lotta per cambiare, paura delle idee di gente libera, che soffre, sbaglia e spera”. “Nazione di bigotti, ora vi chiedo di lasciarla ritornare”, canta Guccini.
Beh, non c'era solo "L'avvelenata". Ci sono straordinari, densi, nitidissimi ritratti di donna. Che Guccini non idealizza quasi mai come angelo o come oggetto erotico. La racconta come individuo, con la sua storia. In decenni di canzoni, non ha quasi mai trasformato le donne in oggetti del desiderio o figure decorative. Le ha raccontate come persone. Con le loro paure, le loro sconfitte, le loro battaglie e la loro libertà.
Ultimo aggiornamento: Lunedì 17 agosto 2026, 09:47



