Oltre l’inspiration porn: le Paralimpiadi e lo sport raccontato senza retorica
Finiti i Giochi di Milano-Cortina 2026 resta aperta una domanda sul modo in cui raccontiamo lo sport paralimpico. Meno retorica eroica, più attenzione al gesto atletico: un cambio di linguaggio che però impone di ripensare visibilità e narrazione, evitando di creare due racconti separati dello stesso sport

Ci sono eventi che non finiscono davvero quando si spegne l’ultima telecamera o quando l’ultima medaglia trova posto nel medagliere. Alcuni continuano a vivere nelle domande che lasciano dietro di sé. I Giochi Paralimpici Invernali Milano-Cortina 2026, appena conclusi, appartengono probabilmente a questa categoria.
Sul piano sportivo il bilancio è stato positivo. Gli atleti italiani hanno portato a casa risultati importanti, confermando la solidità di un movimento che negli ultimi anni è cresciuto in modo evidente. Tra gli altri, i nomi di Giacomo Bertagnolli, Chiara Mazzel ed Emanuel Perathoner raccontano storie di talento, allenamento e precisione tecnica sulle piste.
Eppure, accanto ai risultati, si è fatto strada un dibattito più ampio.
Il problema dell’inspiration porn
Molti osservatori hanno avuto la sensazione di un racconto mediatico meno enfatico rispetto a quello che accompagna le Olimpiadi tradizionali. Meno spazio sui giornali, meno coinvolgimento degli sponsor, meno narrazione diffusa. Una percezione che qualcuno ha definito – forse con una formula un po’ sbrigativa – “sottotono”.

La spiegazione, però, non è soltanto quantitativa. Non riguarda solo il numero di servizi televisivi o di articoli pubblicati. Negli ultimi anni, il movimento paralimpico internazionale, guidato dal International Paralympic Committee, ha scelto consapevolmente di cambiare linguaggio. Per molto tempo lo sport paralimpico è stato raccontato attraverso una retorica precisa: quella dell’eroe che supera il limite, dell’atleta che diventa simbolo morale.
Una narrazione potente, ma anche problematica, spesso criticata per trasformare la disabilità in uno strumento emotivo per il pubblico. Nel dibattito contemporaneo questo approccio ha persino un nome: inspiration porn.
La richiesta degli atleti paralimpici: non raccontateci come eroi
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Molti atleti paralimpici italiani hanno chiesto esplicitamente ai media di abbandonare questo schema. Di essere raccontati non come esempi edificanti, ma come sportivi.
In altre parole: parlare della gara, della tecnica, del tempo cronometrico, della linea perfetta su una pista. È un passaggio culturale importante e probabilmente necessario. Ma porta con sé anche una conseguenza inattesa. Se si elimina la retorica eroica senza costruire un racconto sportivo altrettanto forte e diffuso, il risultato può sembrare semplicemente una diminuzione di visibilità.

Il silenzio, più che la normalizzazione
In questo senso Milano-Cortina ha mostrato una tensione ancora irrisolta. Da una parte la volontà di raccontare lo sport paralimpico con maggiore rispetto e meno spettacolarizzazione. Dall’altra la difficoltà del sistema mediatico - televisione, giornali, sponsor - di trovare un linguaggio nuovo. Forse il problema, più che nel tono del racconto, sta nella sua struttura.
Finché Olimpiadi e Paralimpiadi continueranno a essere raccontate come due eventi separati – con calendari, coperture e narrazioni diverse – continueranno inevitabilmente a produrre due universi sportivi paralleli. Uno centrale e uno periferico. E invece il gesto sportivo, in fondo, è lo stesso. Stessa preparazione, stessa tensione agonistica, stessa precisione tecnica. Cambiano le categorie, cambiano gli adattamenti, ma non cambia la sostanza della competizione.
Le Paralimpiadi appena concluse lasciano proprio questa domanda aperta: se davvero vogliamo riconoscere pienamente il valore dello sport paralimpico, forse il passo successivo non riguarda solo il modo in cui lo raccontiamo. Riguarda il luogo in cui lo mettiamo dentro il racconto dello sport.
Ultimo aggiornamento: Domenica 15 marzo 2026, 19:38


