Donato Ala: “Il golf come la vita: non serve non sbagliare mai, ma avere sempre la forza di giocare bene il colpo successivo”
Intervista al decano dei giornalisti specializzati nell’attività golfistica. “Sport solo per certi ambienti? Non più. Ma il vero problema è che la percezione del golf è cambiata più lentamente del golf stesso, che adesso è forse uno degli sport più inclusivi in assoluto”

Golf e Donato Ala: un binomio divenuto imprescindibile. Giornalista specializzato in turismo golfistico internazionale, è fondatore e direttore di Golfitaliano, piattaforma di settore legata a molti ambiti dell’attività golfistica italiana e straniera. Ideatore di un cospicuo numero di iniziative che lo vedono impegnato sui più prestigiosi campi da golf, Ala ha dato vita agli Italian Golf Awards, mentre con la sua trentennale attività professionale ha visitato e recensito oltre 550 golf club e golf resort.
Attualmente è conduttore della seguitissima trasmissione radiofonica Storie di Golf in cui racconti esistenziali di personaggi famosi si intrecciano con la loro passione per quello sport.
Donato, lei parla spesso di un golf inclusivo e alla portata di tutti. Non era uno sport elitario per ricchi signori? Quando e come ha cambiato pelle?
“Questa è l’immagine stereotipata che il golf si porta dietro da moltissimo tempo e che fa in qualche misura parte del nostro immaginario collettivo. Per decenni il golf è stato percepito come sport elitario, legato a circoli esclusivi, quote di partecipazione consistenti e ambienti sociali molto selezionati. Oggi la realtà è profondamente cambiata: esistono formule di ingresso accessibili, campi promozionali, strutture pubbliche o commerciali e iniziative per avvicinare nuovi giocatori. Il vero problema, secondo me, è che la percezione del golf è cambiata più lentamente del golf stesso, che adesso è forse uno degli sport più inclusivi in assoluto. Dobbiamo ancora lavorare molto per far capire alle persone che si può entrare in un circolo, prendere un maestro, provare e scoprire questo sport senza necessariamente appartenere a una determinata classe sociale”.
In che modo una donna può accostarsi al golf?
“Esattamente nello stesso modo di un uomo: entrando in un circolo e provando. È uno degli aspetti più belli del golf. Non servono particolari caratteristiche fisiche e si può iniziare praticamente a qualsiasi età. Anzi, credo che il golf abbia caratteristiche particolarmente interessanti per le donne perché unisce sport, tecnica, concentrazione, socialità, vita all’aria aperta ed esperienze di condivisione. E grazie al sistema dell’handicap, persone con livelli di gioco differenti possono competere insieme senza alcuna forma di preconcetto”.
Ci sono ancora preclusioni o pregiudizi?
“Preclusioni vere e proprie sempre meno. Qualche pregiudizio culturale probabilmente rimane, soprattutto in ambienti più tradizionali. Ma il golf moderno deve andare nella direzione opposta. Una donna non deve sentirsi ‘ospite’ di un mondo maschile: deve esserne protagonista. Il movimento femminile internazionale lo dimostra ormai da anni, con giocatrici straordinarie e un livello tecnico altissimo”.
Esistono già realtà sportive in Italia gestite interamente dalle donne?
“Certamente le donne sono oggi sempre più presenti nella gestione dei circoli, nei consigli direttivi, nelle segreterie, nell’organizzazione delle gare e nell’insegnamento. Credo però che il punto non debba essere necessariamente quello di arrivare a strutture ‘solo femminili’, rischiando nuovi elitarismi. Il risultato più importante sarà considerare assolutamente normale trovare una donna alla presidenza o alla direzione di un golf club, esattamente come un uomo. La competenza non può essere mai una questione di genere".
Crede che per l’universo femminile appartenere a un determinato club possa essere ancora oggi motivo di esibizione di una privilegiata estrazione sociale ?
“In alcuni circoli particolarmente prestigiosi può ancora esistere una componente di status, ma sarebbe sbagliato identificare tutto il golf con quella realtà. Vale un po’ come per altri ambienti dove esistono club esclusivi ma anche realtà estremamente accessibili. Personalmente vorrei che sempre meno persone dicessero “faccio parte di quel club” per definire il proprio status sociale , affermando semplicemente: ‘gioco a golf perché mi piace’”.
Esistono nei regolamenti golfistici limiti specifici, come ad esempio nel caso di disabilità?
“Il golf, al contrario di quanto si pensa, è uno sport che meglio si adatta alle diverse abilità. Esiste un movimento internazionale molto importante dedicato al golf per persone con disabilità e le regole prevedono adattamenti specifici allo scopo di consentire di giocare pur mantenendo l’integrità della competizione. Naturalmente bisogna distinguere tra le diverse condizioni individuali, ma il principio è sempre quello dell’inclusione e mai dell’esclusione".
Può una persona dalle capacità motorie limitate aspettarsi di avere successo in quell’ambito?
“Assolutamente sì. E ci sono esempi magnifici di giocatori con disabilità in grado di raggiungere livelli sportivi importanti. A tale proposito mi vengono in mente i nomi di due figure di spicco come Luisa Ceola e Tommaso Perrino, entrambi campioni di questa attività sportiva. È bene sapere che il golf possiede una caratteristica quasi unica: non esiste un solo modo di costruire uno swing efficace. Per questo motivo, tecnica, attrezzatura e adattamenti possono permettere a persone con limitazioni motorie di giocare e competere. Poi, naturalmente, come in qualsiasi altro sport, il livello raggiungibile dipende dalla condizione individuale, dall’allenamento e dalle capacità personali”.
Per gli anziani è un’attività sportiva raccomandabile?
“Direi che è probabilmente uno degli sport più adatti a essere praticati anche in età avanzata, naturalmente compatibilmente con le proprie condizioni fisiche, avvalorate dal parere del medico quando necessario. Una partita significa trascorrere diverse ore all’aperto, camminare per chilometri, mantenere coordinazione, equilibrio e concentrazione e, cosa che considero altrettanto importante, continuare ad avere relazioni sociali. Il golf allena il corpo ma tiene molto attiva anche la mente".
Lei ha due giovani figli, un maschio e una femmina. Raccomanda loro di seguire il suo stesso percorso?
“Matteo pur lavorando con me e contribuendo al successo di Golfitaliano.it e anche del mio podcast ‘Storie di Golf’, gioca poco purtroppo. Invece Virginia magari un giorno inizierà! Credo che un genitore debba offrire opportunità, non costruire copie di se stesso. Se ameranno il golf sarò felicissimo ma se troveranno la loro passione in un altro sport lo sarò altrettanto. Quello che mi piacerebbe trasmettere loro attraverso il golf sono soprattutto alcuni valori che considero fondamentali nella vita".
Può essere il golf formativo, un modello ideale di vita?
“Sì, credo fermamente che il golf possa essere una straordinaria scuola di vita. Nel golf sei spesso tu il primo arbitro di te stesso. Devi rispettare le regole anche quando nessuno ti sta guardando. Devi imparare ad accettare un brutto colpo senza poter dare la colpa a un compagno o a un avversario. Devi concentrarti sul colpo successivo perché quello precedente non puoi più cambiarlo. E questa è una lezione meravigliosa anche fuori dal campo. Il golf ti insegna il rispetto, l’onestà, la pazienza, la concentrazione e soprattutto la capacità di convivere con l’errore. Ti insegna che puoi giocare una buca malissimo e quella successiva magnificamente. Il golf è maestro di vita nel farti capire il senso della responsabilità, di chi sei in molte circostanze e specialmente ti mette costantemente in relazione con il mondo. Perciò nella vita, come nel golf, non conta non sbagliare mai. Conta invece avere sempre la forza e la lucidità di giocare bene il colpo successivo, con costanza, spirito di sacrificio e resilienza".
Ultimo aggiornamento: Mercoledì 26 agosto 2026, 18:29

