Fatima Haidari: “Il calcio mi ha dato la libertà. Ora voglio essere la voce delle donne afghane”
Capitana della nazionale afghana delle rifugiate ed ex punta di riferimento del Centro Storico Lebowski di Firenze, è arrivata a Tegoleto per vestire la maglia biancorossa in un progetto che punta a valorizzare il settore femminile. “Il mio Paese non sono solo i Talebani”

Ha gli occhi che si accendono come brace quando parla dei suoi obiettivi, e si sciolgono come neve sole al tramonto quando nomina i fratellini rimasti a Herat. Fatima Haidari, 25 anni, è arrivata nei giorni scorsi a Tegoleto, piccolo paesino della Valdichiana che l'ha voluta nella sua nuova squadra femminile, ambizioso progetto sportivo della società biancorossa. Un nome, il suo, che pesa: capitana della nazionale afghana rifugiate, l’Afghan Women United, per anni bandiera del calcio femminile di Herat prima che tutto crollasse.
Fuggita dall'Afghanistan con il ritorno dei talebani, ha trovato a Firenze la sua nuova casa, vestendo la maglia del Centro Storico Lebowski, la squadra del quartiere di San Frediano diventata un simbolo di accoglienza e integrazione attraverso lo sport. A Tegoleto ha trovato la stessa aria di casa: un abbraccio caloroso, la curiosità genuina di chi le ha stretto la mano, la sensazione – dice lei stessa – di essere arrivata in un posto serio, organizzato, capace di crescere insieme a lei.
Non è una scelta al ribasso, per una calciatrice che porta sulle spalle la fascia di capitano della propria nazionale: è la scelta di ripartire dall'eccellenza, in un progetto che vuole formare le più giovani e che in lei ha trovato non solo una punta di valore, ma un esempio da toccare con mano. Ha il sorriso pronto e la schiena dritta di chi ha imparato a trasformare la paura in determinazione. Ma basta una domanda sulla sua famiglia, sui fratelli più piccoli rimasti in Afghanistan, perché la voce si incrini e lo sguardo si perda per un istante altrove.
Fatima, con che storia arriva qui all’USD Tegoleto?
"Non conoscevo direttamente Domenico, il direttore sportivo. Ma quando ho visto la squadra giocare contro la mia, nella partita di ritorno, mi sono immaginata in questo gruppo: ho visto organizzazione, ho visto ragazze serie. Mi è piaciuto subito. Sono entrata negli ultimi dieci minuti e in quei dieci minuti ho capito che sarei stata bene con le mie nuove compagne, e l'accoglienza che ho ricevuto arrivando qui me lo ha confermato”.
Lei è anche capitana della nazionale afghana delle ragazze rifugiate. Sente una responsabilità anche verso le ragazze più giovani?
"Assolutamente sì, è una responsabilità grande. Per noi poter tornare a giocare nella nazionale afghana, dopo quattro anni da rifugiate in Paesi diversi, è stata l'occasione di ricordare i momenti belli vissuti insieme, la crescita della squadra, quello che abbiamo fatto per l'Afghanistan. Quando ci siamo ritrovate abbiamo pianto, perché sentirsi di nuovo una nazionale è pesante ma bellissimo. Cerco di rappresentare sia la nazionale sia tutte quelle donne che in Afghanistan oggi non possono più giocare, né studiare, né fare nulla. È una responsabilità che sento non solo per me, ma per tutte le mie compagne”.
Quanto conta per lei poter giocare a calcio e vivere in un Paese che le dà questa possibilità?
"Prima di tutto sono grata a tutte le persone che ho incontrato in questo percorso. Quella che per gli altri è normalità, per me è libertà: la libertà che non avevo nel mio paese e che sono andata a cercare fuori dalla mia homeland. Ho lasciato tutto per questa libertà, quindi me la faccio valere: mi vale tantissimo”.
Cosa rappresenta per lei il pallone? Cosa sente in campo?
"Il calcio è sempre stata la mia passione, il mio amore. Attraverso il calcio ho potuto mostrare al mondo la forza delle donne, in un contesto che sembra assurdo, l'Afghanistan. Ma siamo state noi, le ragazze della mia città, a fondare il calcio femminile a Herat. È una cosa straordinaria, ed è bellissimo poter rappresentare le donne afghane anche fuori dal mio paese”.
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Cosa le manca di più dell'Afghanistan?
“Il cibo! Scherzo, il cibo italiano mi piace tantissimo, soprattutto a Firenze, che assomiglia molto a Herat: l'ambiente, la gente, la cultura. Non lascerei mai Firenze, ormai è casa mia”.
Cosa non conosciamo dell'Afghanistan, cosa non vediamo da qui, condizionati dalle immagini che ci arrivano?
“Vi hanno sempre fatto vedere le macerie, i talebani, la parte brutta. Ma non è tutta la verità. Io sono una testimonianza delle donne afghane. C'è tutta una generazione, la mia, che ha dovuto lasciare il Paese ma che sognava un futuro migliore per l'Afghanistan. L'Afghanistan è bello, dovete venire. Io stessa vorrei tornarci: la cultura, la gente, sono come se la conoscessi da sempre anche quando la incontro per la prima volta. Mi manca e basta”.
Chi era Fatima a Herat e chi è Fatima oggi in Italia?
“Non ci avevo mai pensato... Quella Fatima era una ragazza ambiziosa, che voleva portare cambiamento attraverso lo sport, sapendo che era una strada più difficile per una donna: si poteva studiare, ma giocare a calcio no, non tutte le famiglie erano d'accordo. La mia famiglia, mio padre, a cui sono sempre grata, mi portò lui stesso in federazione. La Fatima di oggi ha conosciuto altre culture, è cresciuta, ha capito che casa non è da dove vieni, ma dove ti senti bene”.
Non sarà sola: con lei ci sarà anche Susan Khojasta. È felice di aver portato anche lei in questa nuova avventura?
"Mi fa molto piacere, ma non l'ho portata io: il merito è suo. È brava, vicecapitana della nazionale. Io attaccante, lei difensore: ci allenavamo sempre una contro l'altra. È stata una crescita fatta anche di amicizia, ed è bellissimo averla ancora al mio fianco”.
Qual è l'obiettivo che si pone in campo? E come donna?
"Intanto dico subito che il mio role model è Messi. In campo voglio vincere il campionato con il Tegoleto, fare gol, contribuire alla squadra, stringere nuove amicizie. Come donna, voglio essere la voce di quelle che oggi non possono rappresentare né il loro Paese né sé stesse, in Afghanistan, ma non solo. Voglio dire al mondo che le donne possono fare tutto quello che vogliono, anche quando tutto sembra remare contro”.
Chi l'aspetta in Afghanistan?
Qui la voce si fa più sottile, gli occhi si velano. "La mia famiglia, i genitori, i fratelli. Li chiamo ogni giorno, video, WhatsApp... ma non basta vederli da uno schermo. Ho bisogno di abbracciarli. Cerco di insegnare tutto quello che posso a mio fratello e mia sorella più piccoli, anche a distanza – anche per lo studio, perché adesso mia sorella non può più andare a scuola, e non vorrei che restasse così”.
E con la nazionale, quali ambizioni ci sono?
"Per ora la notizia più bella è aver fatto riconoscere l'Afghanistan come nazionale vera, potendo giocare partite ufficiali sotto lo sguardo della FIFA. Per il futuro non sappiamo ancora tutto con certezza, ma appena ci saranno novità sarò felicissima di condividerle."
Grazie Fatima.
Ultimo aggiornamento: Mercoledì 19 agosto 2026, 16:52


