Carlo Monni, gigante gentile. Benigni: “Un contadino toscano che stava tutto il giorno con i maiali e citava Shakespeare”
Alla Festa del cinema di Roma il documentario “Come un grillo nell’uragano” sull’attore fiorentino. Nel film i ricordi di Roberto Benigni, Alessandro Benvenuti, Vauro, Lucia Poli e Alessandro Haber. “Monni una leggenda, ci vorrebbe una serie come il Trono di spade”

È il ritratto di un gigante gentile, di un artista impetuoso, selvaggio, mai riconciliato con le buone maniere e con il potere. È il ritratto di un’anima libera. Un uomo che sapeva dare del tu alla vita e alla morte, al desiderio e alla rabbia, alla dolcezza e alla malinconia.
È il ritratto di un uomo che non ha mai cercato la fama, e neanche il denaro. Che ha scelto di vivere una vita autentica, in provincia. E che, a un guadagno facile in un film popolare, preferiva una serata su un palco povero, a declamare le poesie di Dino Campana, o i versi rabbiosi di Cecco Angiolieri.

È stato molte cose Carlo Monni: e cerca di catturarle tutte il documentario “Come un grillo nell’uragano”, che Valentino Conte ha realizzato portando a termine un progetto iniziato dal padre, Romeo Conte, scomparso durante il montaggio del film. “Come un grillo nell’uragano” verrà presentato alla Festa del cinema di Roma, il 16 ottobre alle 17:15, alla Casa del cinema.
Nel film di Valentino Conte, sono molti i personaggi che raccontano il “loro” Carlo Monni. Primo fra tutti, Roberto Benigni: “Carlo Monni è una leggenda, più grande della vita. Un documentario non basta: ci vorrebbe una serie, come il Trono di spade”. Benigni ha vissuto insieme a Monni gli inizi, quelli dei teatrini off off di Roma, i viaggi con una Renault 4 scassata.
Benigni ricorda la loro prima trasmissione televisiva, che doveva chiamarsi “Tele vacca”, titolo che la Rai censurò. Divenne “Onda libera”, ma fu ugualmente un terremoto nel panorama televisivo italiano. Una trasmissione tutta girata in una stalla, con mucche che si aggiravano fra le telecamere, e la paglia come pavimento.
Il racconto procede, con molte testimonianze dello stesso Carlo Monni. Che nasce in campagna, ma capisce presto di essere differente dagli altri: “Me ne stavo a guardare il cielo, mio padre era preoccupato”, confessa. “Voleva che mi sistemassi…”.

Sono tanti a ricordarlo. Il vignettista Vauro: “Aveva la forza per strappare alla vita la forza, e l’allegria. “Era un uomo che franava, si autodistruggeva”, ricorda l’amico Luigi Delli. Perché Monni aveva anche un lato oscuro, inquietudini, fragilità, debolezze. E anche queste vengono esplorate nel film.
Era un uomo che franava, si autodistruggeva
Monni il guardiano dei maiali nella campagna di Campi Bisenzio, Monni che va in giro con il carretto e con i maiali, Monni che guarda le ragazze in chiesa, mettendosi in un angolo, come in una scena di “Non ci resta che piangere”.
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“Il Medioevo da noi è finito negli anni Sessanta, con la Seicento Fiat”, dice Carlo Monni nel film. “Prima della Seicento era ancora Medioevo, e le donne andavamo a cercarle alla Messa, come nel film ‘Non ci resta che piangere’…”.
E ancora, ecco Monni raccontato da Lucia Poli, da Alessandro Haber, da Marco Messeri.
È anche l’occasione, questo film, per consegnare allo spettatore dei piccoli gioielli di poesia. Come quando Lucia Poli racconta con humour e ironia i due tipi che le vengono presentati, Benigni e Monni: “Due amici trovati in qualche festa dell’Unità, fra l’odore delle salsicce, i fumi di vino rosso, brandelli di poesie, strappi di chitarra…”. Sono quadri fatti di parole. Tutto il film è composto di quadri fatti di parole. Quel tempo, quell’energia non la possiamo più ritrovare. Ma, in qualche modo, grazie a questo film possiamo sentirne il sapore, l’odore, l’atmosfera.

“Denti luminosi e splendenti, voce tonante, ma anche occhio glauco, sognante, vivo di sogni e di speranze vane”, dice Lucia Poli citando Cardarelli, il poeta amato da Monni, un verso del quale dà il titolo al film.
“Come un grillo nell’uragano” è un tuffo dentro l’arte più vera e ruvida, più sincera e più scabra che ci abbia lasciato il Novecento. Monni: un personaggio anomalo, con i sandali e a piedi nudi anche nelle feste alla Mostra del cinema di Venezia.
Voce tonante, ma anche occhio glauco, sognante, vivo di sogni e di speranze vane
Si scopre la sua filmografia, che inizia con Rossellini – “L’età di Cosimo de Medici” e “Cartesius” – ma anche con uno scombinato spaghetti western, “Più forte sorelle”, e prosegue con “Il saprofita”. Ma l’esplosione è con Roberto Benigni e “Berlinguer ti voglio bene”. Il personaggio di Bozzone, scritto su misura per lui da Giuseppe Bertolucci e dallo stesso Benigni, è di quelli che non si dimenticano.
Poi arrivano i film con Marco Ferreri, Sergio Citti, Franco Brusati, Carlo Lizzani, Francesco Nuti, Mario Monicelli, Pupi Avati, Ruggero Deodato. E “Benvenuti in casa Gori” di Alessandro Benvenuti, un altro gioiello della comicità toscana amara e feroce. E c’è anche un Monni meno conosciuto: il musicista, che suonava il trombone con energia, rabbia, poesia.

Alla fine, la storia di Monni è la storia di un uomo dalla cultura frammentata e fiammeggiante. Di un uomo che può sembrare rozzo, ignorante, grave, e invece era leggerissimo, e raffinato. Conosceva poeti medievali, Folgore da San Gimignano, Cecco da Varlungo, citava Verlaine, Bukowski, Sandro Penna, Rimbaud. “Un contadino toscano che stava tutto il giorno con i maiali, e citava Shakespeare”. La definizione che ne dà Roberto Benigni è la più bella, e la più toccante. Un uomo struggente, fatto di desiderio, di tormento e di poesia.
Veniva dal buio della notte, ma aveva un’anima eterea
“Veniva dal buio della notte, ma aveva un’anima eterea”, dice Benigni. “Era sentimentale”, dice Lucia Poli. “Ascoltava, guardava, sorrideva, pensava. Le donne erano conquistate dalla sua attenzione”. Sarebbe bello che questo film fosse visto anche da chi non lo conosceva. Che potesse scoprire l’anima complessa e tumultuosa di un grande artista la cui grandezza è ancora, in parte, da rivelare.
Ultimo aggiornamento: Sabato 10 ottobre 2026, 21:12








