La Valle dell’Eden ha abolito il male: Cathy il “mostro” è stata sostituita da una donna traumatizzata dal passato (e dunque un po’ vittima)
La serie Netflix ispirata al capolavoro di John Steinbeck ha un problema: si allinea allo spirito del tempo che prescrive di non raccontare il male come abisso e mistero, ma solo come dinamica psico-sociale. E Cathy Ames, anima “malformata” e demoniaca, si ritrova piena di attenuanti

La serie “La Valle dell’Eden” è un magnifico adattamento in sette puntate del romanzo del 1952 che John Steinbeck considerava il suo vero capolavoro, un’epica familiare e multigenerazionale basata sull’eternamente attuale vicenda di Caino e Abele (per i più distratti: Caino uccide il fratello Abele, ma prima che il delitto si consumi Dio spiega all’aspirante fratricida che è in grado di dominare il peccato, se lo vuole; lui non lo vuole). La regista è Zoe Kazan, autorità in materia di temi femminili, e nel favoloso cast ci sono fra gli altri Florence Pugh e Christopher Abbott.

Come accade in tutti gli adattamenti, Kazan fa un legittimo lavoro di interpretazione e ricomposizione di un classico della letteratura. Facendolo, però, scivola su una questione non proprio secondaria – il male – e finisce per cedere alla banalità contemporanea del trauma e del disagio patologico come chiave per interpretare il cattivo. Spieghiamo meglio.
La regista dà un ruolo centrale (si vede già da quella che un tempo si chiamava locandina) al personaggio di Cathy Ames. Come sa chiunque abbia letto il romanzo, Steinbeck presenta da subito Cathy come un “mostro”, una “anima malformata”, una persona trascinata da tendenze malvagie irresistibili che si manifestano nei modi più turpi e bestiali, una persona che in un’altra epoca “si sarebbe detto che era posseduta dal demonio” e probabilmente sarebbe stata messa al rogo per stregoneria. Quando beve, il demonio che è in lei si fa vedere in faccia.

Per dire alcune delle oscenità che commette con freddezza calcolatrice senza il minimo segno di pentimento o ripensamento: uccide i suoi genitori dopo averli derubati, fa accusare due ragazzini innocenti di averla violentata, induce al suicidio il professore di latino, ammazza la padrona del bordello di cui prende il posto e gli averi, irretisce uomini, spara al marito, abbandona i figli che forse ha avuto dal cognato. A un certo punto morde, letteralmente.
Gli altri personaggi vivono il dramma della libertà umana, quello di Caino, sono tentati dal male ma hanno la possibilità di scegliere il bene. Cathy no. Il suo personaggio non ha alcuna evoluzione, è un disperato concentrato demoniaco. Steinbeck lo ha concepito così ed era consapevole che sarebbe stato difficile da sopportare per i lettori, perché è un mostro premoderno e infernale, un abisso umano dentro il quale si vede soltanto il nulla.
La Cathy della serie Netflix, invece, è un’altra cosa: è una persona traumatizzata e ferita dal suo passato, un’incompresa portata fuori strada da circostanze avverse. Una persona che si macchia di delitti orrendi, certo, ma ha le attenuanti di una famiglia disfunzionale e della mancanza di adeguata comprensione, oltre che di assistenti sociali e terapia. Così la regista modifica tutte le scene più devastanti che hanno al centro Cathy, piegandole alle esigenze della sua riscrittura psicologica.

La lieve punizione che il padre infligge controvoglia a Cathy diventa una violenta aggressione patriarcale che è giusto vendicare, i ragazzi puniti ingiustamente forse qualcosa le avevano fatto in quel capannone, il professore di latino era in realtà un pervertito aggressore di minorenni, la soffocante e moralista realtà alto-borghese in cui la ragazza è cresciuta merita una qualche forma di ribellione, ed è comprensibile che talvolta i buoni propositi possano sfuggire di mano. E allora “Nessuno tocchi Cathy” sarebbe stato un titolo più efficace per la versione italiana.
La regista mostra di essere perfettamente allineata allo spirito del tempo. La creatività contemporanea ha praticamente abolito i cattivi, sostituiti con soggetti fragili traumatizzati che la società non ha saputo capire e curare. La strega di “Maleficient” è aggredita dall’uomo violento che credeva di amare, Joker è una persona malata abbandonata anche dai servizi sociali, Elsa di “Frozen” è isolata dalla famiglia, il protagonista di “Black Panther” è orfano, perfino Cattivissimo Me è una storia di conflitto madre-figlio. Da “Encanto” all’ultima versione di “Cime Tempestose” è tutto un annacquare e cercare di comprendere il male nelle sue cause socio-sanitarie, senza colpevolizzare nessuno se non le forze genericamente oppressive che spingono gli eventi verso il disastro: il patriarcato, il capitalismo, la tecnologia, il perduto rapporto medico-paziente.
Il problema della “Valle dell’Eden” non è certo che il prodotto cinematografico tradisce il romanzo, ma che si allinea nel modo più ordinato e convenzionale possibile al dettato che prescrive di non raccontare il male come abisso e mistero senza fine, ma solo come dinamica psico-sociale.
Ultimo aggiornamento: Mercoledì 7 ottobre 2026, 17:46





