Quando la “Zustìssia“ ti ha rubato la vita
Il film con Riondino tratto dalla storia di Beniamino Zuncheddu, condannato all’ergastolo e dichiarato innocente dopo 33 anni di carcere

Da quella sera non ha mai più voluto vedere il Festival di Sanremo. Perché quella sera, era il 27 febbraio del 1991, mentre guardava i Tazenda che cantavano Spunta la luna dal monte, è stato strappato alla sua famiglia e alla sua vita e è piombato in un incubo. Beniamino Zuncheddu, pastore di Burcei, in provincia di Cagliari, è stato rinchiuso 33 anni in carcere da innocente, diventando il simbolo del più grave errore giudiziario italiano. Accusato di triplice omicidio, viene sbrigativamente condannato all’ergastolo, ma nel 2016 un giovane avvocato, Mauro Trogu, capisce che ci sono state molte leggerezze nelle indagini e chiede la revisione del processo. Finalmente il 26 gennaio 2024, la Corte d’Appello di Roma lo assolve con formula piena "per non avere commesso il fatto".
Il film Zustìssia ricostruisce questa drammatica vicenda in modo rigoroso e coinvolgente, con Michele Riondino nel ruolo dell’avvocato Trogu, Fabrizio Ferracane in quello di Beniamino e Geppi Cucciari in quello di una garante dei detenuti, attivista radicale, Irene Testa. Dal 15 ottobre nelle sale, regia di Francesco Piras, è tratto dal libro Io sono innocente firmato dallo stesso Zuncheddu e da Mauro Trogu, che ha curato anche la sceneggiatura insieme a Lisa Nur Sultan. Colpiscono la compostezza di Beniamino, oggi sessantaduenne, il suo garbo e la sua solidità, per come viene raccontato nel film e per come appare alla presentazione di Zustìssia. Un uomo che non impreca, e non ha mai imprecato, anche se ne avrebbe avuto ben donde. Dopo essersi già fatto vent’anni di galera, gli era stata offerta la possibilità di ottenere la libertà ma avrebbe dovuto confessare. Ma confessare cosa, se non aveva fatto nulla? E Beniamino non ci sta, e si fa altri quattordici anni di carcere.
Come si fa a resistere? "Mi sono un po’ aggrappato alla fede, pensavo alla famiglia, al paese – racconta Beniamino – che hanno sempre creduto in me e mi sono stati vicini. E poi mi dicevo, tanto un giorno uscirò da questo posto". I suoi familiari e i suoi compaesani non lo hanno mai abbandonato: per due volte, inutilmente, hanno fatto una raccolta di firme per farlo scarcerare, e hanno inondato il paese di lenzuoli bianchi, esposti ai balconi, come si faceva per solidarietà con i rapiti.
Nel 2016 l’incontro con l’avvocato Trogu: Beniamino è devoto a Santa Rita, la santa dei casi impossibili, delle cause disperate, e il legale è del 22 maggio, proprio il giorno in cui si festeggia questa santa. Insomma, un incontro del destino. "Quando stavo andando a incontrare per la prima volta Beniamino, pensavo che mi sarei trovato davanti una persona arrabbiata e sono rimasto spiazzato dalla sua gentilezza e compostezza", racconta Michele Riondino. E aggiunge: "Il colpevole è ancora a piede libero. Io sono andato in quei posti che lo ospitano, e si avverte la sua presenza. Questa è una storia ancora non conclusa".
A quale risarcimento ha diritto un uomo a cui è stata rubata la vita? Per ora Beniamino non ha ricevuto nulla. "Lui, uscito dal carcere, ha trovato la famiglia ad attenderlo e a sostenerlo. Ma chi la famiglia non ce l’ha e viene buttato fuori con in mano due buste della spesa, dove va?", sottolinea l’avvocato Trogu e spiega che i radicali hanno promosso una raccolta di firme per la “Legge Zuncheddu“, un assegno per chi è stato ingiustamente incarcerato e aspetta il risarcimento. Come lo aspetta Beniamino. Ma almeno qualcuno, in modo simbolico, a nome dello Stato, gli avrà chiesto scusa? Risponde Beniamino, senza scomporsi: "No, mai nessuno".
Ultimo aggiornamento: Giovedì 8 ottobre 2026, 05:16





