Edoardo Nesi, il romanzo della cura: "Dentro la malattia che ci spaventa"
“Sto come un re“: nel nuovo lavoro dello scrittore toscano la solitudine, le relazioni familiari e di assistenza .

Edoardo Nesi, perché ha scelto di incentrare il suo ultimo romanzo, Sto come un re, sul tema della cura? "L’idea nasce da una vicenda personale e da una considerazione. Se non ti accorgi di essere malato, come fai a convincerti di essere guarito?".
Ci parli della vicenda personale. "Ho avuto un piccolo problema cardiaco, senza sintomi. Faccio una Tac e mi ricoverano d’urgenza. Dopo due giorni mi applicano uno stent e mi dicono: sei guarito, tutto a posto. Ma come guarito? Mi avete appena detto che sono malato...".
Ha faticato a uscire dalla condizione di paziente? "E da quel momento ho cominciato a pensare che la mia vicenda potesse essere di ispirazione. Solo che io ho avuto un problema molto più lieve di quello di Luciano, il protagonista. Quindi dovevo elaborare una storia diversa. Mi ha aiutato un famoso neurologo di Prato. Ha avuto la pazienza di starmi dietro e assecondare quello che negli ultimi tempi era diventato un pensiero fisso. Affrontare l’irrealtà".
Lei che ha vinto il premio Strega con Storia della mia gente, un libro molto realistico. "E forse ho raccontato troppo della mia vita. Da ragazzo leggevo solo horror e fantascienza, ho sentito il bisogno di tornare a quella roba lì".
In che modo? "Grazie alla malattia del protagonista, ho scoperto le allucinazioni. Che non c’entrano nulla con i sogni: il cervello crede di riconoscere i sapori, avverte caldo e freddo, sente tutto. Per questo è difficile distinguerle dalla vita".
Le allucinazioni sono anche una condizione della nostra società? "L’altro giorno pensavo proprio a questo, mentre scorrevo i reel di Instagram. Quei reel erano una sequenza di allucinazioni, che gli algoritmi mi riversavano addosso".
Gli algoritmi spesso mettono a nudo le nostre nevrosi. "Proprio così. A me arrivano immagini di navi nell’oceano in mezzo alla tempesta, oppure camion che scivolano giù da una discesa. Sono messo male".
Tornando al romanzo, il tema della cura è incarnato dalla figura di Tamara, una badante. "C’è un elemento biografico. Mia madre ha sofferto per cinque anni di demenza senile. Abbiamo trovato questa donna, una signora georgiana, che le è stata accanto praticamente 24 ore su 24. Una fortuna incommensurabile".
Esiste persino un ddl sui caregiver. "La verità è che sono fantasmi anche agli occhi di chi paga per i loro servizi, perché l’istinto è prendere le distanze dalla malattia persino quando tocca un familiare. Ma se provi a parlarci, capisci quanto la cura dell’altro influisca sulle loro stesse vite. Con i suoi accenti sbagliati, Tamara è un misto di comicità, sofferenza e bontà".
La crisi del sistema sanitario è irreversibile? "Io partirei da una prospettiva diversa. Ancora oggi, e soprattutto oggi, mi chiedo come sia possibile che questo miracolo enorme della sanità pubblica gratuita resista in un mondo orribile. Da noi se c’è da operare un immigrato e, per dire, l’intervento costa centomila euro, lo operiamo senza chiedergli un euro. A differenza degli Stati Uniti. È il nucleo della nostra civiltà, di come l’abbiamo immaginata, sognata, una cosa così immensa e improbabile".
Nel libro il tema della cura viene declinato anche in un altro modo: la cura dei rapporti che il protagonista sembra aver trascurato. Il prezzo di questa noncuranza è la solitudine? "Luciano è stata una persona imperfetta. Ha perso prima la moglie, che se n’è andata. E poi il figlio, che decide di allontanarsi durante la malattia. Il comportamento del figlio ha molto a che vedere con la reazione delle persone di fronte a un familiare che si ammala. C’è chi si arrende. Mi ricordo un vecchio detto toscano: il malato mangia il sano. Ho lavorato mesi e mesi alla telefonata con cui il figlio comunica al padre che non ce la fa più ad assistere alla sua decadenza e lo abbandona. La volevo dura, tranciante".
Lei che rapporto ha con i suoi figli? "Purtroppo vivono tutti e due a Londra. Soffro che non ci siano, però questo Paese non è fatto per i ragazzi che hanno voglia di crescere. Intendiamoci: il fatto che chi ha talento vada all’estero per qualche anno non è un male: si laurea, impara la lingua, un mestiere. Il problema è che non vogliono tornare. Fuori dall’Italia le opportunità di lavoro sono incalcolabilmente più solide, il futuro più visibile".
E i salari più alti. "Ma certo. Quando decidi che i salari vanno contenuti, per restare competitivi con chi produce sfruttando il lavoro povero, porti tu stesso la povertà nel Paese. All’inizio non te ne accorgi, succede piano piano. L’impoverimento è un processo lento. È brutto dire che prima si stava meglio, però è così".
Prima non c’era l’Intelligenza artificiale. Stravolgerà anche l’editoria? "Ma che roba è farsi aiutare da una macchina? Io ho lavorato per tre anni a questo romanzo, togliendo tempo al resto, e non ho mai pensato che fosse tempo perso. Ho messo tutto l’impegno possibile anche nelle virgole e nei punti e virgola che non troverete".
Ultimo aggiornamento: Martedì 13 ottobre 2026, 05:18





