Orazione incivile per la nostra Milano
Silvia carissima, quante cose mi ha lasciato dentro questo tuo ultimo lavoro, “Orazione incivile per la città di Milano“ (Editori...

Silvia carissima, quante cose mi ha lasciato dentro questo tuo ultimo lavoro, “Orazione incivile per la città di Milano“ (Editori Laterza). Innanzitutto l’ammirazione per una scrittura magnifica. Non era semplice trattare un argomento così complesso e socialmente rilevante con un linguaggio letterario, pieno di grazia e ironia, che inchiodasse il lettore come un romanzo d’avventura.
Ogni volta in cui si parla di gentrificazione, questo continuo trasformarsi delle città attorno al perimetro disegnato dal denaro e il conseguente sfruttamento cementizio di ogni spazio cittadino e pubblico, viene fatto con le parole fredde e impersonali della burocrazia e dell’economia. Colonne di dati e numeri che poco raccontano della vita delle persone, soprattutto di chi non è nelle condizioni di partecipare a questa festa del mattone. Ogni tanto c’è qualche articoletto che ci informa delle difficoltà di studenti e lavoratori che non possono permettersi una stanza a una distanza ragionevole dal posto di lavoro; il tema viene affrontato per un po’ sui media o in qualche salotto televisivo, per arrivare alla conclusione che la responsabilità è principalmente di quei ragazzi e pendolari che sono un po’ troppo viziati, e non più disposti a fare i sacrifici di una volta.
Mi ricorda il monologo di apertura del brano di Jannacci, “El me indiriss“, in cui l’operaio in fila all’anagrafe non ha la penna per compilare i moduli e dice: Qui uno che lavora al tornio senza la biro è un pirla. Mi pare sia stata scritta a metà degli anni ’70. Ma Jannacci vedeva lungo, e già ci mostrava quello che saremmo stati cinquant’anni dopo. Non siamo stati furbi abbastanza da approfittare delle opportunità degli anni della “Milano da bere” e se adesso non possiamo permetterci una casa nel posto in cui siamo nati la responsabilità è solo nostra.
Quello che tu racconti di Milano è solo un aperitivo, un “apericena” se mi permetti la battuta, di ciò che già appare in molte città. Se chiudo gli occhi e penso a quel palazzo di cui racconti, costruito in un cortile che un piano regolatore ha trasformato in terreno edificabile, permettendo di infilarci un caseggiato che toglie spazio e luce a quelli che già c’erano, mi immagino le altre città a breve, perché Milano è sempre avanti, e quel che accade lì poi prende piede nel resto del paese. Un paese in cui, per la prima volta, abbiamo un’intera generazione di lavoratori poveri. La questione non è solo: dove andrò a vivere? ma più articolata. Dove ci sarà un giardino con una panchina per fare due chiacchiere, far giocare i bambini, passeggiare col cane, godere un poco d’ombra in queste città che cinque mesi all’anno sono forni? Boschi verticali e cementi orizzontali sono la soluzione? Quante domande, Silvia, nel tuo bellissimo libro. Qualcuno ci risponderà?
Simona Baldelli
Ultimo aggiornamento: Domenica 4 ottobre 2026, 05:22





