Patricia Gaborik e il teatro al tempo del fascismo: "Lo Stato lo salvò dalla crisi. Aveva un progetto culturale"
La storica corregge la vulgata del regime nemico delle arti: Mussolini non fu solo un guitto "L’intenzione di controllo totale per fortuna non si realizzò, ma ci furono innovazioni durature" .

Roma, 11 ottobre 2026 – Il fascismo ebbe una sua cultura oppure no? A ottant’anni dalla fine del regime, il dibattito è ancora aperto. Anche per questo può essere utile la lettura dell’ultimo saggio di Patricia Gaborik dal titolo ‘Il teatro di Mussolini’. Fascismo, arte, politica, pubblicato in Italia da Garzanti (480 pp., 26 euro, traduzione di Paolo Lucca) e vincitore del premio letterario The Bridge. Storica del teatro e docente all’Accademia Nazionale d’Arte “Silvio D’Amico”, Gaborik ha dimostrato di saper maneggiare con cura una materia che conosce molto bene. E, soprattutto, ha scelto di affrontare un tema per certi aspetti inedito: l’impatto del palcoscenico sulla gestione del potere durante il Ventennio. "Per farlo ho dovuto smontare l’immagine del Duce come semplice attore o guitto della propria farsa – spiega – per restituire quella di un Mussolini che, oltre che dittatore, sapeva essere anche spettatore, critico, impresario, censore e persino drammaturgo". Il suo passe-partout è stato il concetto di "estetismo strategico". In altre parole, sottolinea l’autrice, "Mussolini si propose di elevare il livello generale della cultura degli italiani attraverso un buon teatro, che però non doveva essere esplicitamente propagandistico, anche se al servizio della cosiddetta rivoluzione fascista, perché l’arte bella, buona, profonda aveva una sua importanza e un suo elemento di educazione culturale".
Professoressa Gaborik, è esistito un teatro fascista?
"C’è stato senza dubbio il tentativo ambizioso di costruire un teatro fascista, ma la sua realizzazione piena ed esclusiva non c’è stata. Per fortuna. Per realizzare questo progetto, il regime decise di ricorrere non tanto alla propaganda più rozza ed esplicita, ma di sostenere la grande arte e l’eccellenza scenica per educare gli italiani e forgiarne l’identità, accordando il primato al valore culturale dell’opera".
Ancora oggi ci si chiede se il fascismo abbia elaborato una cultura propria oppure no. Lei da che parte sta?
"Per molto tempo è prevalsa una tesi difensiva secondo cui la grande arte sarebbe fiorita soltanto nonostante il fascismo, riducendo quel periodo a una parentesi priva di interesse. Personalmente, da storica del teatro mi sono sempre chiesta: com’è possibile sostenere che non vi fosse cultura di fronte a figure del calibro di Luigi Pirandello o Massimo Bontempelli? Il teatro unisce letteratura, arti visive e architettura: analizzarlo permette di superare questa visione riduttiva e dimostrare che il regime elaborò un’organica politica culturale. Negare la complessità di quel progetto non ci aiuta a comprendere le logiche profonde del Ventennio e il consenso ottenuto".
Nel saggio lei analizza la figura di Mussolini nelle vesti di uomo di teatro. Che personaggio ne viene fuori?
"Mussolini è stato spesso liquidato come un comico o un guitto. Una tesi che servì soprattutto nel dopoguerra per assolvere in parte la società italiana. In realtà, Mussolini possedeva un notevole talento comunicativo e una passione viscerale per la scena. Fin da giovane fu uno spettatore attento e turbolento, scrisse recensioni, conosceva il valore pedagogico del teatro risorgimentale e finanziò sia le avanguardie sia lo spettacolo di massa. Fu anche un censore pignolo al fianco di Leopoldo Zurlo e coautore di tre drammi storici con Giovacchino Forzano. Per lui il palcoscenico non era una finzione, ma uno strumento pedagogico e un pilastro della politica".
In che modo il fascismo cambiò il teatro italiano?
"Prima del fascismo l’impegno statale verso il teatro era minimo. Il regime attuò una rivoluzione strutturale, introducendo finanziamenti pubblici diretti per salvare il settore dalla crisi. Inoltre, promosse la figura del regista — trasformando il teatro dal vecchio capocomicato al teatro di regia —, fondò la Regia Accademia d’arte drammatica diretta da Silvio d’Amico e garantì l’accesso alla cultura alle masse popolari e alle province con i Sabati Teatrali dell’Ond (Opera Nazionale Dopolavoro) e i Carri di Tespi".
A Mussolini sono legati personaggi chiave come D’Annunzio e Pirandello. Ma il loro rapporto col Duce fu molto complesso…
"Con D’Annunzio vi fu un’ammirazione reciproca e un’amicizia quasi interamente epistolare. Si incontrarono infatti pochissime volte; il definitivo ritiro del Vate a Gardone consentì ai due di mantenere ottimi rapporti senza sovrapporsi in politica. Con Pirandello vi fu un’alleanza d’interessi complessa: Pirandello chiese la tessera del Partito fascista e ottenne i fondi per il suo Teatro d’Arte, ma pretese sempre che la sua opera restasse autonoma e non piegata alla propaganda".
Per Mussolini il teatro era anche un biglietto da visita da giocarsi all’estero?
"Assolutamente sì. Mussolini era cosciente del fatto che il vero potere richiedesse autorità e prestigio culturale. Finanziare le compagnie all’estero serviva a mostrare il volto moderno e raffinato dell’Italia fascista. L’estetismo strategico puntava proprio su questo: la grande arte d’autore ed edificante era il miglior veicolo di proiezione internazionale del regime".
Qual è l’eredità più duratura che il teatro sotto il fascismo ha lasciato all’Italia repubblicana?
"Certamente l’impianto strutturale del sostegno pubblico allo spettacolo e la nascita del teatro di regia. La grande stagione della regia del dopoguerra — da Giorgio Strehler e Paolo Grassi con il Piccolo Teatro di Milano fino a Luchino Visconti e Luca Ronconi — è un risultato anche degli investimenti fatti durante il Ventennio".
Ultimo aggiornamento: Domenica 11 ottobre 2026, 09:37





