Premio Campiello a Fois. L’immensa soddisfazione. La dedica dello scrittore: "A te, bellissima Murgia"
Il vincitore sul palco ricorda Michela: affondo (in)diretto a Mari e allo Strega. Secondo per un soffio “Lo sbilico“ di Alcide Pierantozzi, partito in sordina . .

"Vivere è un’immensa distrazione dal morire": questo è il punto del suo romanzo. E nel momento della vittoria del Campiello Marcello Fois alla morte oppone il ricordo vivo di chi non c’è più: "Voglio ringraziare una persona che non c’è, ma per me c’è, che era una donna bellissima, tutt’altro che livorosa, molto resiliente. Si chiama Michela Murgia". Con questo pensiero l’autore, nato 66 anni fa a Nuoro, ha stretto ieri sera a Venezia la Vera da Pozzo della 64ª edizione del Premio Campiello, conquistata con L’immensa distrazione (Einaudi). Un libro che per Fois è anche "un bilancio di tutto", per "capire da che parte si sta, come si è messi" e ricordarsi che "scrivere è un mestiere difficilissimo, che c’è una differenza tra scrittori e gente che pubblica". "Più leggiamo, più saremo civili in questo Paese, più parole abbiamo e meno ci fregheranno le parole altrui", ha afggiunto.
Favorito della vigilia, Fois ha vinto per un soffio: 83 i voti della Giuria dei Trecento Lettori Anonimi, appena tre in più degli 80 raccolti da Alcide Pierantozzi con Lo sbilico (Einaudi), libro autobiografico che attraversa la malattia psichiatrica già in finale allo Strega. Un quasi ribaltamento della storia con cui Pierantozzi era giunto in finale: entrato nella cinquina soltanto al quinto turno, al ballottaggio, quattro mesi dopo si è fermato ad appena tre preferenze dal Campiello.
La proclamazione è arrivata nella Sala Grande del Palazzo del Cinema del Lido, che per la prima volta (senza la diretta tv Rai) ha ospitato la finale del premio davanti a oltre 900 ospiti, trasformandosi per una sera, nelle parole del conduttore Alessio Viola, nel "palazzo del libro". In prima fila, tra gli altri, anche il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco. Con Viola e Arianna Porcelli Safonov alla conduzione della serata, che Sky trasmetterà il 10 ottobre su Sky Documentaries e Sky Arte, sul palco si sono alternati anche Margherita Vicario per gli interventi musicali e Matteo Caccia con le letture dedicate ai cinque romanzi finalisti.
"Un gruppo straordinario con cinque libri bellissimi", aveva detto Fois nella conferenza stampa di ieri mattina. A spuntarla, fra quei cinque, è stato lui: una saga familiare che attraversa il Novecento a partire dall’ultimo istante di vita di Ettore Manfredini, novantacinquenne capostipite di una dinastia imprenditoriale emiliana. "Lo scrittore ogni volta rinasce e quindi ricomincia", ha raccontato Fois sul palco, spiegando la scelta di fare della fine l’inizio del romanzo. Nel tempo sospeso tra la morte e la definitiva perdita di coscienza, il protagonista ripercorre l’ascesa della famiglia, i rapporti tra genitori e figli e soprattutto una colpa originaria che affonda nelle leggi razziali e nell’espropriazione dei beni di una famiglia ebrea.
Bolognese d’adozione, "Sono sardissimo", ha rivendicato poi Fois, ricordando di essere nato a duecento metri dalla casa di Grazia Deledda, proprio nell’anno del centenario del Nobel per la Letteratura alla scrittrice nuorese. "Una donna meravigliosa e di cui noi avremmo bisogno", l’ha definita, lamentandone anche l’assenza dalle tracce della maturità.
Tutta un’altra atmosfera quella del Lido, insomma, rispetto a quella “stregata” di Roma. "A differenza del Premio Strega, che è un covo di serpenti, al Campiello si fanno piacevoli incontri e gli autori diventano anche amici", aveva punto ieri mattina Ermanno Cavazzoni, quinto con 32 voti per Storia di un’amicizia (Quodlibet), il racconto del sodalizio con Gianni Celati, scritto, come ha detto sul palco, "con l’inchiostro interiore". Una battuta arrivata a pochi mesi dalle polemiche che avevano accompagnato il tour dello Strega, dopo il caso esploso a Bisceglie tra Teresa Ciabatti e Michele Mari attorno alle parole attribuite allo scrittore su Michela Murgia (scrittrice che lui avrebbe definito intransigente perché brutta). Nel gruppo dei finalisti “veneti” il clima era ben diverso: "Perché non facciamo un pigiama party?", aveva proposto Valeria Parrella, quarta con 33 voti per La ragazzina (Feltrinelli), Giovanna d’Arco riletta nella sua forza adolescente e ribelle. Terza, con 54 voti, Elena Varvello con La vita sempre (Guanda), una storia d’amore segnata da fascismo e guerra, che ieri mattina aveva parlato di una "metamorfosi" dovuta agli altri compagni di cinquina.
Il Campiello alla carriera è andato invece a Domenico Starnone, 83 anni, che già ieri mattina aveva commentato con ironia il riconoscimento: "Vincere premi da giovane è corroborante, vincere premi da vecchi è confortante". Al Lido, dopo aver sentito ricordare i suoi "ben 30 romanzi", ha replicato: "Si vive troppo, evidentemente". Infine, i Premio Campiello Opera Prima è stato assegnato a Nadeesha Uyangoda per Acqua sporca (Einaudi), mentre Matteo Ghisleri, 22 anni, ha ricevuto il Campiello Giovani per Ricalcolo percorso.
Ultimo aggiornamento: Lunedì 5 ottobre 2026, 16:34





