Conoscere la vulvodinia. Quel dolore sordo che frena l’intimità. Il ginecologo spiega cosa fare
Una patologia ginecologica cronica spesso scambiata per altri disturbi. Ne parliamo con il professore Filippo Murina: “La terapia va personalizzate per ogni paziente”

Bruciore intimo, dolore durante i rapporti sessuali e persino quando ci si siede. Per molte donne questi sintomi fanno parte della quotidianità, eppure vengono spesso minimizzati o attribuiti allo stress. Parliamo della vulvodinia, un disturbo cronico che interessa la vulva e che, nonostante coinvolga milioni di pazienti nel mondo, resta ancora poco conosciuta, sottodiagnosticata e circondata da pregiudizi.
La campagna ‘Non è mica un segreto, è vulvodinia’, promossa dall’Associazione Italiana Vulvodinia con il supporto non condizionante di Zambon, intende fare luce su una realtà rimasta troppo a lungo invisibile. Ne illustra gli aspetti salienti Filippo Murina, ginecologo, responsabile del Servizio di Patologia del Tratto Genitale Inferiore dell’Ospedale V. Buzzi–Università degli Studi di Milano e presidente dell’Associazione Italiana Vulvodinia.

Professore, cos’è la vulvodinia e quali sono i sintomi?
"La vulvodinia è una sindrome caratterizzata da dolore persistente da almeno tre mesi ai genitali esterni femminili (regione vulvare) che si associa a bruciore, in assenza di alterazioni cliniche tali da giustificare la sintomatologia. In alcune donne il dolore compare solo quando la vulva viene toccata, ad esempio durante i rapporti sessuali, l’inserimento di un tampone o una visita ginecologica; in altre è presente anche spontaneamente, rendendo difficili attività quotidiane come stare sedute, camminare o indossare abiti aderenti. Purtroppo, è una condizione ancora poco conosciuta e spesso sottovalutata. Si stima che in Italia circa 5 milioni di donne convivano con la vulvodinia 1 , ma il suo riconoscimento è ancora oggi un percorso ad ostacoli. Secondo una recente indagine condotta da AstraRicerche per l’Associazione Italiana Vulvodinia, infatti, la vulvodinia viene ancora oggi frequentemente scambiata per altri disturbi, come un’infezione vaginale o con una cistite in un caso su 2, o addirittura ridotta ad un disturbo psicosomatico in uno su 4”.
Come viene diagnosticata?
"La diagnosi è essenzialmente clinica e si basa sull’esclusione di altre cause di dolore vulvare nel corso di una visita ginecologica. In questa fase è anche fondamentale raccogliere la storia clinica dettagliata della paziente e valutare se siano presenti infezioni, dermatosi come il lichen sclerosus, alterazioni ormonali o altre patologie ginecologiche. Solo dopo aver escluso altre condizioni si può formulare una diagnosi corretta. Un componente importante dell’esame obiettivo è il cosiddetto cotton swab test, eseguito toccando delicatamente alcuni punti della vulva con un cotton fioc, permettono di individuare le aree dolorose tipiche della vulvodinia. Una diagnosi precisa è fondamentale per poter agire in modo appropriato e tempestivo”.
Quali gli esami utili?
"Nella maggior parte dei casi non servono esami complessi. In questo senso, è fondamentale partire da una approfondita visita ginecologica specialistica, dopo la quale il ginecologo potrà valutare ulteriori indagini microbiologiche come tamponi vaginali per escludere infezioni, oltre a eventuali ulteriori esami mirati se si sospettano dermatosi o deficit ormonali. Non esistono invece esami del sangue, ecografie o risonanze magnetiche in grado di diagnosticare la vulvodinia: spesso vengono richiesti inutilmente, contribuendo ad allungare il percorso diagnostico senza offrire informazioni realmente utili. Ancora oggi, infatti, il riconoscimento della vulvodinia è un percorso ad ostacoli, con la diagnosi che in circa un caso su 4 arriva dopo oltre 5 anni e dopo aver consultato più di 10 medici".

La patologia può manifestarsi in modo diverso?
"La forma più frequente è la vulvodinia localizzata, spesso limitata al vestibolo vaginale, cioè l’area attorno all’ingresso della vagina, dove il dolore compare soprattutto al contatto. Più rara è la forma generalizzata, nella quale il dolore interessa un’area più estesa della vulva ed è spesso presente anche a riposo. Questa distinzione è importante perché orienta il trattamento: nelle forme localizzate si interviene soprattutto sulla sensibilizzazione della zona interessata e sull’ipertono muscolare del pavimento pelvico, mentre nelle forme generalizzate è spesso necessario affrontare anche i meccanismi di sensibilizzazione del sistema nervoso centrale”.
Quali sono le cause?
"Oggi la vulvodinia è considerata una patologia multifattoriale. Le evidenze suggeriscono possa esserci un’interazione tra alterazioni delle terminazioni nervose, infiammazione persistente, iperattività del pavimento pelvico e fenomeni di sensibilizzazione del sistema nervoso. Ci sono poi casi in cui la percezione di dolore persistente è scatenata da infezioni ricorrenti, traumi locali, interventi chirurgici, predisposizione genetica, alterazioni ormonali o fattori psicologici. È proprio questa complessità della vulvodinia che rende necessario un approccio personalizzato".
Può la vulvodinia essere annoverata tra le conseguenze della menopausa?
"La vulvodinia non è una conseguenza della menopausa, ma le donne con pregressa vulvodinia possono avere un'accentuazione dei sintomi in menopausa. Inoltre, alcuni disturbi della menopausa quali la secchezza ed il dolore ai rapporti sessuali possono avere connotazioni simili alla vestibolodinia (la forma più comune di vulvodinia ndr) pur riconoscendone una causa precisa correlata alla carenza ormonale”.
L'herpes genitalis è un'altra possibile causa?
"Sebbene l'herpes genitale coinvolga le terminazioni nervose, non esiste alcuna evidenza di correlazione con la vulvodinia”.
Quali trattamenti hanno dimostrato la maggiore efficacia?
"Attualmente sappiamo che non esiste una terapia valida per tutte le pazienti. Il trattamento viene costruito sulla base delle caratteristiche del dolore e dei fattori che lo alimentano. Possono essere utilizzati farmaci ad azione locale o sistemica per modulare il dolore neuropatico, ma le migliori evidenze scientifiche indicano che l’approccio più efficace è quello multimodale, che combina terapia farmacologica, fisioterapia del pavimento pelvico".
Che ruolo hanno la fisioterapia del pavimento pelvico, il biofeedback e il supporto psicologico nella gestione del disturbo?
"La riabilitazione della muscolatura del pavimento pelvico rappresenta uno dei trattamenti con le migliori evidenze, soprattutto quando è presente una contrattura muscolare associata. Tecniche manuali, esercizi e rilassamento muscolare possono contribuire a ridurre il dolore e a migliorare la funzionalità. Il biofeedback può essere utile per insegnare alla paziente a riconoscere e controllare la tensione muscolare. Il supporto psicologico o sessuologico è indicato quando il dolore cronico compromette la qualità della vita o la relazione di coppia o se genera ansia, paura del dolore e comportamenti di evitamento. Questo non perché la vulvodinia sia ’nella testa’ , ma perché il dolore persistente coinvolge inevitabilmente anche la sfera emotiva e relazionale".
Esistono strategie per migliorare la qualità della vita sessuale?
"Il dolore durante i rapporti è uno dei sintomi più frequenti e più invalidanti della vulvodinia: circa una donna su 2 (46%) ammette infatti come questa renda difficile i rapporti sessuali . È dunque importante evitare che questi diventino un’esperienza di dolore ripetuto. Durante il trattamento può essere utile sospendere temporaneamente i rapporti penetrativi, utilizzare lubrificanti adeguati e lavorare sul rilassamento del pavimento pelvico. Quando il dolore inizia a ridursi, la ripresa dell’attività sessuale deve essere graduale, senza forzature, coinvolgendo anche il partner nel percorso terapeutico".
Quali abitudini vanno modificate?
"Anche lo stile di vita può aiutare nella convivenza con la vulvodinia. È utile infatti seguire alcuni accorgimenti come prediligere abbigliamento comodo e di cotone, optare per detergenti intimi delicati per il pH vulvo- vaginale, non aggressivi, ed evitare attività che provocano compressione prolungata nella zona pelvica. Inoltre, pratiche di rilassamento come meditazione e mindfulness, una routine giornaliera regolare e una buona qualità del sonno possono aiutare a tenere sotto controllo lo stress e la tensione muscolare, con benefici anche sul benessere intimo”.
Come si valuta se una terapia sta funzionando o deve essere cambiata?
"Il miglioramento dei sintomi richiede generalmente tempo. Nella maggior parte delle pazienti i primi risultati si osservano nell’arco di alcuni mesi e il trattamento va adattato progressivamente in base alla risposta clinica. L’efficacia si valuta non solo attraverso la riduzione dell’intensità del dolore, ma anche considerando il recupero delle normali attività quotidiane e della sessualità. Se dopo un periodo di tempo adeguato non si osservano miglioramenti significativi, è opportuno rivalutare la situazione clinica e modificare la strategia terapeutica insieme con il ginecologo. La gestione multidisciplinare rappresenta oggi il modello di riferimento. Il fisioterapista è fondamentale quando è presente ipertono del pavimento pelvico; il terapista del dolore può essere coinvolto nei casi refrattari e in particolare quando il dolore vulvare persiste nonostante i trattamenti comportamentali, farmacologici e riabilitativi iniziali. Inoltre, quando coesistono sintomi urinari o sindromi dolorose pelviche può essere utile il coinvolgimento dell’urologo, così come quello di un sessuologo quando il dolore ha un impatto significativo sulla sfera emotiva, relazionale o sessuale. L’obiettivo, infatti, non è soltanto ridurre il dolore, ma restituire alla donna una buona qualità di vita”.
Ultimo aggiornamento: Venerdì 24 luglio 2026, 13:45
