Prodotti gluten free ultraprocessati. “Per i celiaci aumenta il rischio di sviluppare altre malattie”
Dopo la ricerca del Gemelli sull’infiammazione del microbiota intestinale, l’allarme di Mendola (Celiachiafacile): “Il cibo è una terapia per il celiaco. Bisogna lavorare sulla consapevolezza dei consumatori”

Dalla celiachia ai cibi ultraprocessati il passo è breve. Dalle farine senza glutine piene di additivi ai prodotti industriali già pronti che rendono la vita più facile, ma – come conferma la scienza – aumentano l’infiammazione del microbiota intestinale, alterando irrimediabilmente metabolismo, difese immunitarie e sistema nervoso. E le persone che soffrono di celiachia sono spesso le più esposte al rischio di peggiorare il proprio stato di salute proprio a causa degli alimenti ultra-processati.
A lanciare l’allarme è Michele Mendola, fondatore della community CeliachiaFacile e responsabile nazionale comunicazione Ainc Ets, l’ente del terzo settore che rappresenta le attività commerciali specializzate nella vendita di prodotti senza glutine in Italia. “Per i celiaci il cibo non è solo una scelta di consumo, ma è la terapia. Tuttavia, il celiaco troppo spesso sceglie prodotti ultraprocessati perché spinto da politiche industriali e commerciali poco lungimiranti e in questo modo, come dimostra la ricerca del Gemelli e dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, danneggia il proprio microbiota e mette a repentaglio la propria salute".
Mendola si riferisce allo studio pubblicato su Nature Reviews Gastroenterology & Hepatology – e rilanciato anche da QNSalus: qui l’articolo completo – che evidenzia come i cibi ultraprocessati e gli additivi industriali alterino il microbiota intestinale e anticipino, in alcuni casi addirittura di decenni, l'insorgere di patologie come diabete, infarti e tumori.
Il paradosso del ‘gluten free’ industriale
Il paradosso è che spesso i celiaci sono spinti dal marketing verso le marche più note che, a fronte di prezzi comunque costosi, immettono sul mercato prodotti senza industriali senza glutine. È il processo industriale a rendere questi cibi poco sani, pieni di additivi, coloranti e zuccheri in eccesso. E così alimenti che dovrebbero aiutare a proteggere la salute delle persone affette da celiachia – una reazione immunitaria cronica e permanente che produce anticorpi che vanno a distruggere il piccolo intestino – alla lunga possono creare altri disturbi a catena.
Nella trappola della grande distribuzione rischiano di imbattersi anche le persone intolleranti al glutine – che soffrono di sintomi da accumulo come che vanno dalla dissenteria al gonfiore addominale, mal di pancia, crampi, perdita di peso – o chi ha semplicemente reazioni allergiche, più contenute ma pur sempre fastidiose. Senza contare chi compra i prodotti per celiaci solo per moda o per tentare di dimagrire.
Questo meccanismo, però, assume una piega paradossale se si considera che i celiaci ricevono mensilmente un buono erogato dal Servizio Sanitario Nazionale che serve a coprire la differenza di prezzo tra i cibi gluten-free e quelli normali.

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“Il rischio è di sviluppare altre malattie croniche”
“Occorre sottolineare – spiega Mendola – che i celiaci sono solo lo 0,47% della popolazione, e che la grande distribuzione può offrire uno spazio limitato a una categoria così ristretta di consumatori. Di conseguenza, la scelta di prodotti gluten free in un supermercato è piuttosto ridotta, solitamente si riduce ai generi di più ampio consumo come la pasta e, appunto, ai cibi ultraprocessati”.
"Se il celiaco viene spinto ad acquistare una gamma ristretta di prodotti, la maggior parte dei quali sono cibi ultraprocessati, sarà sì in grado di tenere sotto controllo l'intolleranza al glutine, ma rischierà di sviluppare una serie di altre malattie croniche. Quegli alimenti però saranno stati erogati, almeno in parte, dal Servizio Sanitario Nazionale, perché sono appunto l'unica terapia per l'intolleranza”, sottolinea l'esperto.
Cosa fare per evitare problemi alla salute
“Per i celiaci vale, ancor più che per chiunque altro, il consiglio di seguire una dieta varia e di mangiare cibi di qualità – conclude Mendola –. La ricerca del Gemelli IRCCS e dell'Università Cattolica del Sacro Cuore serve anche a ribadire che è fondamentale lavorare sulla consapevolezza dei consumatori. Ma servono anche delle politiche per favorire quegli esercizi che sono in grado di offrire un assortimento più ampio di cibi di qualità”.
Microbiota, infiammazione e malattie croniche: cosa sappiamo
Una recente analisi di tre scienziati italiani – Antonio Gasbarrini, Gianluca Ianiro e Giovanni Gasbarrin – pubblicata su Nature Review Gastroanterlogy & Hepatogy, indica la strada per migliorare la salute di adulti e bambini: il microbiota intestinale non solo è associato a diverse patologie umane, ma ne è anche il principale fattore scatenante. Quindi è fondamentale studiare sempre meglio il rapporto tra alimentazione, microbiota, infiammazione e malattie croniche.
I fattori ambientali modificabili – come abitudini alimentari, infezioni, farmaci, attività fisica, sonno, contaminanti ambientali, stress psicosociale e avversità precoci – influenzano la composizione e le funzioni del microbiota intestinale. L'identificazione dei modificatori più dannosi per il microbioma intestinale è estremamente importante per promuovere azioni correttive. Gli alimenti ultra-formulati (UPF), formulazioni di sostanze alimentari e additivi assemblati attraverso processi industriali con un contenuto minimo di alimenti integrali, rappresentano ormai più del 50% dell'apporto calorico in molti paesi del mondo.
Ultimo aggiornamento: Venerdì 4 settembre 2026, 17:59



