“Sanità, tagli invisibili per 19 miliardi”. Il rapporto Gimbe: il 10% degli italiani rinuncia alle cure per tempi di attesa e costi
Il presidente Cartabellotta: “Il Ssn ha perso la capacità di erogare prestazioni in modo equo e tempestivo”. Pesano anche i tagli al personale sanitario: 1 medico su 4 sceglie il privato

Roma, 7 ottobre 2026 – “Il Ssn continua a garantire buoni esiti di salute, in particolare un'elevata aspettativa di vita e una bassa mortalità evitabile, ma ha perso la capacità di erogare prestazioni in modo equo e tempestivo”. A tracciare l’analisi del Ssn italiano è il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, che oggi ha presentato il ‘9° Rapporto sul Servizio Sanitario Nazionale’.
I dati parlano da soli. Nel 2024, oltre 5,8 milioni di italiani hanno dichiarato di aver rinunciato a una o più visite o esami: 4 milioni a causa dei lunghi tempi d'attesa, mentre 3,1 milioni per motivi economici. Ma non solo. Anche se nominalmente è cresciuto, dal 2023 al 2026 il Fondo sanitario ha perso quasi 19 miliardi di euro per effetto della contrazione della quota di finanziamento in rapporto al Pil. Tagli che pesano sulle liste di attesa, i ticket e la riduzione di personale sanitario negli ospedali e non solo.
“Il sottofinanziamento strutturale, le diseguaglianze territoriali e sociali e la profonda crisi del personale – prosegue Cartabellotta – stanno progressivamente erodendo i princìpi di universalità, uguaglianza ed equità. Queste criticità non cancellano il diritto alla tutela della salute, ma ne compromettono l'effettiva esigibilità, sempre più condizionata dal Cap di residenza e dalle condizioni economiche: oggi chi può paga, chi non può pagare aspetta o rinuncia a visite ed esami”.
5,8 milioni di italiani rinunciano a visite ed esami
Nel 2024, oltre 5,8 milioni di persone, pari al 9,9% della popolazione, hanno dichiarato di aver rinunciato a una o più visite o esami, rispetto al 7,6% del 2023: circa 4 milioni hanno rinunciato per i lunghi tempi d'attesa e 3,1 milioni per motivi economici, potendo indicare entrambe le cause. È quanto emerge dal ‘9° Rapporto Gimbe sul Servizio Sanitario Nazionale’, presentato oggi alla Camera dei Deputati.
“Quando tempi d'attesa, disponibilità economiche e luogo di residenza condizionano l'accesso alle prestazioni sanitarie – afferma Cartabellotta – è in gioco la tenuta del patto sociale. Una prestazione garantita sulla carta, ma inaccessibile nella realtà, lascia il cittadino da solo di fronte al proprio bisogno di salute".
La spesa out-of-pocket (cioè a carico dei cittadini) non è un indicatore affidabile delle mancate tutele pubbliche. Da un lato, non intercetta le prestazioni a cui le persone rinunciano per indisponibilità economica; dall'altro, include spese per prestazioni extra-LEA e per beni e servizi a basso valore. “In questo contesto – sottolinea Cartabellotta – il Ssn deve garantire cure accessibili e proteggere le famiglie dalle conseguenze economiche della malattia. Le rinunce a visite ed esami restano fuori dal conto della spesa, ma alimentano bisogni di salute insoddisfatti: è un 'debito sanitario' che genera 'interessi' di salute, economici e sociali”.
Fondo sanitario: 19 miliardi di euro in meno
Anche se nominalmente è cresciuto, dal 2023 al 2026 il Fondo sanitario ha perso quasi 19 miliardi di euro per effetto della contrazione della quota di finanziamento in rapporto al Pil. Per il futuro le cose non sembrano cambiare e si prevede che per il prossimo triennio saranno necessari 32 miliardi aggiuntivi per finanziare la sanità senza gravare sui cittadini.
Nel periodo 2023-2026, illustra il rapporto, il Fondo sanitario nazionale è aumentato di 17,5 miliardi di euro, passando da 125,4 miliardi del 2022 a 142,9 miliardi nel 2026. Se però il finanziamento è rapportato alla ricchezza prodotta dal Paese lo scenario cambia: nel 2022 il Fondo sanitario rappresentava il 6,27% del Pil; negli anni successivi la quota si è mantenuta intorno al 6%, con l'eccezione del 6,14% del 2026. Questo calo ha prodotto una perdita 'virtuale' per la sanità di 18,8 miliardi.
“Il finanziamento nominale è certamente aumentato, ma si è ridotta la quota di ricchezza nazionale destinata al Ssn”, sottolinea il presidente Gimbe, Nino Cartabellotta. “È il fenomeno dei 'tagli invisibili': non tagli nominali, ma risorse inferiori rispetto a quelle che il Ssn avrebbe ricevuto mantenendo invariato il rapporto Fsn/Pil del 2022".
A rosicchiare ulteriormente le risorse per la sanità, inoltre, è intervenuta l'inflazione, che ha praticamente annullato la crescita nominale di 37,5 miliardi del Fondo sanitario tra il 2010 e il 2026. Per il futuro, secondo Gimbe, le cose non sembrano cambiare.
Cosa succede alla spesa sanitaria nei prossimi anni
Nel Documento Programmatico di Finanza Pubblica, approvato il 2 ottobre, si prevede per il prossimo triennio una spesa sanitaria in aumento in termini nominali, ma in calo o stabile in rapporto al Pil col risultato che il fabbisogno sanitario potrebbe superare di 32,3 miliardi le risorse destinate al Fondo Sanitario dice Gimbe.
"Poiché spetta allo Stato garantire il finanziamento dei Lea il nodo è capire con quali risorse verrà colmato questo divario”, commenta Cartabellotta. “In assenza di ulteriori stanziamenti, ricadrà interamente sui bilanci delle Regioni, che per mantenere i conti in ordine – conclude – avranno due sole possibilità: aumentare le imposte o tagliare i servizi. In entrambi i casi, il costo ricadrà ancora una volta sui cittadini”.
Ssn sempre meno attrattivo: 1 medico su 4 non lavora nel pubblico
Tra il 2012 e il 2025, la spesa per il personale sanitario in Italia ha visto una contrazione di 36,8 miliardi, di cui 23,9 miliardi nel periodo 2020-2025. Secondo l'analisi contenuta nel Rapporto Gimbe, nel 2025 la spesa per il personale dipendente del servizio sanitario e convenzionato ammonta a 52,2 miliardi, tuttavia la sua incidenza sulla spesa sanitaria pubblica nel tempo è progressivamente scesa, passando dal 39,7% del 2012 al 36,9% del 2025. Se questa quota negli anni fosse rimasta invariata, nel periodo 2012-2025 sarebbero stati destinati al personale 36,8 miliardi in più.
"Il capitale umano è indispensabile per trasformare le risorse in assistenza, ma il servizio sanitario nazionale ha perso attrattività”, dice il presidente Nino Cartabellotta. “I professionisti non si trattengono con gli appelli. Servono retribuzioni competitive, condizioni di lavoro compatibili con la vita privata e prospettive di carriera”.
Resta, inoltre, il nodo della carenza di personale sanitario. In Italia, ribadisce il rapporto Gimbe, i medici non mancano. Con 5,8 camici bianchi per 1.000 abitanti l'Italia è al secondo posto tra i Paesi Ocse. Tuttavia, degli oltre 339mila medici censiti, almeno 88mila (26,1%) non lavorano nel Ssn né frequentano percorsi formativi post-laurea.
"Se oltre 1 medico su 4 non lavora nel Ssn né è inserito in percorsi formativi post-laurea, è evidente che il servizio pubblico fatica sempre più ad attrarre e trattenere i medici”, aggiunge Cartabellotta. Le carenze si concentrano in alcune specializzazioni e nell'assistenza primaria: a gennaio 2025, per esempio, si stimava un deficit di 5.716 medici di medicina generale.
Per gli infermieri, invece, il problema è innanzitutto quantitativo: l'Italia ne conta 6,9 ogni 1.000 abitanti, contro 9,7 della media Ocse. Inoltre, quasi 80mila dei 407 mila infermieri censiti non lavorano nel Ssn. “Alla grave carenza di personale infermieristico si aggiunge il fatto che 1 infermiere su 5 non lavora nel Ssn: un ulteriore segnale delle difficoltà del servizio pubblico ad attrarre e trattenere questi professionisti", conclude Cartabellotta.
Ultimo aggiornamento: Mercoledì 7 ottobre 2026, 16:48

