Il nodulo al polmone di Papa Leone XIV, l’ultima diagnosi: salute e malattia dei pontefici da Pio XI a Wojtyła, Ratzinger e Bergoglio
Prevost ha annunciato di soffrire di un nodulo polmonare. Da Petacci (papà di Claretta), medico di Pio XI, alle foto scandalose del successore; il tumore allo stomaco di Roncalli e il Parkinson di Giovanni Paolo II, l’ictus e la rinuncia di Benedetto XVI, fino alle patologie di Francesco

Città del Vaticano, 11 ottobre 2026 – Il fatto che un Pontefice scelga di comunicare personalmente una notizia sanitaria, come ha fatto Papa Leone XIV durante l'Angelus, annunciando di avere un nodulo al polmone, offre lo spunto per ripercorrere una storia molto più lunga di quella dei moderni bollettini medici. Per secoli, la salute del vescovo di Roma è stata una materia riservata, custodita negli appartamenti pontifici e affidata a una cerchia ristretta di medici. Le diagnosi venivano spesso taciute e le informazioni sulle condizioni del Papa diffuse con cautela, soprattutto quando la malattia poteva compromettere la sua capacità di governo.
La salute del Pontefice, infatti, non è mai stata soltanto una questione privata. Le sue condizioni fisiche possono incidere sull'attività diplomatica della Santa Sede, sulle udienze, sui viaggi apostolici e sulla gestione quotidiana della Chiesa. Nei momenti più delicati si pone anche un problema istituzionale: fino a che punto un Papa debilitato può continuare a esercitare il proprio ministero e quali informazioni è opportuno rendere pubbliche?

Nel corso del Novecento il rapporto tra medicina pontificia e comunicazione ha conosciuto una trasformazione profonda. La morte di Pio XII, nel 1958, mise in luce i rischi di una gestione inadeguata della fase terminale della vita; Giovanni XXIII ruppe almeno in parte il tradizionale riserbo; Paolo VI affrontò un intervento chirurgico all'interno del Vaticano; l'attentato a Giovanni Paolo II, il 13 maggio 1981, portò la malattia del Papa sotto gli occhi del mondo. Con Karol Wojtyła, il Policlinico Gemelli divenne il luogo simbolo di una nuova medicina pontificia. Francesco, infine, fece della comunicazione delle proprie fragilità fisiche un elemento riconoscibile del suo rapporto con i fedeli.
L'annuncio di Leone XIV, che ha riferito personalmente di un nodulo polmonare circoscritto, individuato in una fase iniziale e per il quale è stato programmato un intervento, si inserisce in questa evoluzione. La notizia richiama una storia nella quale il corpo del Papa è stato, contemporaneamente, realtà biologica, simbolo religioso e questione di interesse pubblico.
Un tema ricostruito dal giornalista e medico argentino Nelson Castro in "La salute dei papi. Medicina, complotti e fede da Leone XIII a Francesco" (Piemme, 2021), un'inchiesta che ripercorre le malattie dei Pontefici tra riservatezza, vicende di corte e progressiva apertura all'informazione pubblica. A una prospettiva storica più ampia rimanda anche "Il corpo del papa" dello storico Agostino Paravicini Bagliani, pubblicato da Einaudi nel 1994, che indaga il significato fisico e simbolico del corpo pontificio e il rapporto tra la fragilità umana del Papa e la sacralità della sua funzione.
Due prospettive diverse, ma complementari, per comprendere come la salute del Pontefice sia passata dall'essere una questione custodita nelle stanze vaticane a un tema di interesse internazionale. La storia della medicina pontificia è anzitutto la storia dei limiti della medicina. Per secoli, i Pontefici hanno potuto contare su medici personali, speziali e assistenti, ma le conoscenze disponibili non consentivano di diagnosticare con precisione molte patologie.
Febbri, infezioni intestinali, polmoniti e malattie cardiovascolari potevano evolvere rapidamente, mentre l'assenza di antibiotici e le limitate possibilità chirurgiche rendevano pericolosi disturbi oggi spesso curabili.
La gotta, frequentemente associata nell'immaginario storico alle abitudini alimentari delle classi privilegiate, ricorre nelle cronache relative ai personaggi di alto rango. Anche la malaria rappresentò a lungo una minaccia concreta nei territori della penisola italiana, comprese diverse aree dell'Agro romano.
In un'epoca in cui la diagnosi si fondava soprattutto sull'osservazione dei sintomi, distinguere una malattia da un'altra poteva essere difficile e le terapie erano spesso empiriche. Il privilegio di vivere in una corte non equivaleva dunque alla disponibilità di una medicina realmente superiore. Il Papa poteva ricevere assistenza continuativa e disporre di risorse difficilmente accessibili alla maggioranza della popolazione, ma non poteva sottrarsi ai limiti delle conoscenze scientifiche del proprio tempo.
La svolta maturò progressivamente tra Ottocento e Novecento, grazie allo sviluppo della microbiologia, dell'anestesia, dell'asepsi chirurgica e delle tecniche diagnostiche. La diffusione degli antibiotici modificò poi il trattamento delle infezioni, riducendo il rischio di complicazioni che per generazioni erano state spesso fatali. Anche la medicina pontificia seguì questa trasformazione. Cambiarono gli strumenti diagnostici, le possibilità terapeutiche e il rapporto tra medico e paziente. Cambiò, soprattutto, il modo di considerare la malattia: non più soltanto una condizione da gestire nella riservatezza della corte, ma un evento clinico sul quale potevano essere fornite informazioni verificabili. Prima di questa svolta, tuttavia, la malattia del Papa rimaneva spesso avvolta nell'incertezza.
La scarsità di informazioni alimentava interpretazioni, indiscrezioni e sospetti. Quando il Pontefice moriva dopo un periodo di sofferenza, la difficoltà di conoscere la diagnosi effettiva lasciava spazio a ricostruzioni talvolta incompatibili tra loro. La morte di Pio XI, avvenuta il 10 febbraio 1939, è un esempio di come la malattia di un Pontefice possa diventare oggetto di interpretazioni politiche. Negli ultimi anni di vita, Achille Ratti si era trovato in una situazione particolarmente delicata anche sul piano internazionale.

I rapporti con il fascismo si erano deteriorati, soprattutto per le conseguenze delle politiche razziali del regime e per l'avvicinamento dell'Italia alla Germania nazista. La presenza, tra i medici che avevano assistito il Papa, di Francesco Petacci, padre di Claretta Petacci, legata sentimentalmente a Benito Mussolini, contribuì ad alimentare sospetti. Da qui nacquero ipotesi secondo le quali Pio XI sarebbe stato avvelenato per ordine del Duce.
Queste ricostruzioni, riprese nel tempo in diverse pubblicazioni, non costituiscono però una prova di omicidio. La loro fortuna testimonia soprattutto quanto fosse difficile, in assenza di informazioni cliniche complete e accessibili, separare i fatti documentati dalle congetture. Il contesto politico rendeva ogni dubbio particolarmente sensibile: la morte di un Papa, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, non poteva essere considerata un avvenimento esclusivamente religioso.
Il caso di Pio XII, morto a Castel Gandolfo il 9 ottobre 1958, è invece legato a un episodio concreto e controverso della storia della medicina pontificia. Eugenio Pacelli aveva affidato la propria assistenza al medico Riccardo Galeazzi-Lisi, archiatra pontificio, cioè responsabile della salute del Pontefice. Durante l'agonia del Papa, Galeazzi-Lisi realizzò e vendette ai giornali fotografie del malato, scattate nella riservatezza della sua camera. Il comportamento provocò scandalo e contribuì a compromettere la reputazione del medico.

Le polemiche non riguardarono soltanto le immagini. Galeazzi-Lisi applicò alla salma un metodo di conservazione controverso, basato su un trattamento che si rivelò inadeguato. La decomposizione del corpo procedette rapidamente, rendendo necessarie ulteriori operazioni e provocando un episodio che suscitò imbarazzo in Vaticano. La vicenda mostrò due problemi distinti ma strettamente collegati.
Da un lato, la necessità di tutelare la dignità di un paziente, anche quando si tratta del capo della Chiesa cattolica. Dall'altro, il rischio che la riservatezza, in assenza di regole trasparenti e di un controllo adeguato, finisca per favorire comportamenti poco professionali anziché proteggere il malato. Nel caso di Pio XII, il segreto non impedì la diffusione di informazioni: ne rese piuttosto più difficile la gestione. Le fotografie dell'agonia, proprio perché ottenute violando la riservatezza del Pontefice, trasformarono una vicenda clinica in uno scandalo internazionale.
Con Giovanni XXIII il rapporto tra il Pontefice e la comunicazione della malattia cominciò a cambiare. Angelo Giuseppe Roncalli, eletto nel 1958, era un uomo di temperamento comunicativo, abituato a un rapporto diretto con i fedeli. La sua personalità contribuì a rendere meno rigido il tradizionale riserbo che circondava la salute del Papa. Il problema più grave emerse nel 1962, quando le sue condizioni cominciarono a destare preoccupazione. Roncalli era affetto da un tumore allo stomaco, diagnosticato in una fase avanzata. La malattia provocava episodi di sofferenza e un progressivo indebolimento, ma la sua natura non venne inizialmente comunicata con chiarezza all'opinione pubblica.

La diagnosi aveva incontrato valutazioni differenti tra i medici. Alcuni avevano considerato la possibilità di ulcerazioni gastriche, mentre altri ritenevano che si trattasse di una patologia tumorale. Un consulto chirurgico contribuì a chiarire la gravità del quadro. Secondo il racconto del segretario personale, monsignore Loris Capovilla, il Papa chiese ai medici di parlargli con franchezza, senza nascondere la verità sulle sue condizioni. La decisione di non procedere a un intervento chirurgico fu legata alla situazione clinica e ai rischi che l'operazione avrebbe comportato. La malattia continuò a progredire e Giovanni XXIII morì il 3 giugno 1963, in pieno Concilio Vaticano II.
Un elemento significativo della vicenda fu la scelta del Pontefice di parlare pubblicamente del proprio stato di salute. Nel dicembre 1962, durante una riflessione rivolta ai fedeli, fece riferimento alla salute che sembrava allontanarsi e poi tornare. Non si trattava ancora di una comunicazione clinica nel senso moderno del termine, ma il gesto rappresentava una discontinuità rispetto alla consuetudine di mantenere il corpo del Papa lontano dall'attenzione pubblica. La comunicazione restava prudente e non comprendeva una spiegazione dettagliata della diagnosi. Eppure, attraverso parole semplici e personali, Roncalli mostrò che parlare della malattia non significava necessariamente indebolire l'autorità del Pontefice.
Il suo caso mise inoltre in evidenza un problema destinato a ripresentarsi nei decenni successivi: la differenza tra ciò che il Papa conosce delle proprie condizioni, ciò che i medici ritengono opportuno comunicare e ciò che la struttura istituzionale decide di rendere pubblico. Il successore di Giovanni XXIII, Paolo VI, affrontò un problema di salute che richiese un intervento chirurgico. Il 4 novembre 1967, durante il suo pontificato, fu sottoposto a un'operazione per ipertrofia prostatica. L'intervento venne eseguito in Vaticano, dove era stata predisposta una sala operatoria negli appartamenti pontifici. La scelta rispondeva alla volontà di evitare il trasferimento del Papa in una struttura ospedaliera esterna e di mantenere la gestione della sua salute all'interno del contesto istituzionale.
La comunicazione, tuttavia, risultò più articolata rispetto a quella di epoche precedenti. La Sala Stampa vaticana diffuse aggiornamenti sul decorso dell'operazione e sulle condizioni postoperatorie. I bollettini medici contribuirono a informare giornalisti e fedeli senza rendere pubblici tutti i dettagli della cartella clinica. Il linguaggio rimaneva formale e misurato. Le comunicazioni sottolineavano la stabilità del paziente e il buon esito dell'intervento, mentre la diagnosi veniva presentata in termini essenziali. La salute del Papa non era più completamente sottratta alla comunicazione pubblica, ma continuava a essere trattata secondo una logica di selezione delle informazioni.
Negli anni successivi, Paolo VI dovette inoltre fare i conti con i limiti imposti dall'età e dalle condizioni fisiche. Nel 1976 rinunciò a un viaggio negli Stati Uniti per il Congresso eucaristico internazionale di Filadelfia dopo il parere contrario del medico personale. Anche questo episodio mostra come la salute di un Pontefice possa incidere direttamente sull'attività della Santa Sede. Un viaggio apostolico non è soltanto uno spostamento: comporta celebrazioni, incontri istituzionali, appuntamenti diplomatici e un'organizzazione complessa. La decisione di rinunciare a un impegno internazionale, pertanto, non riguarda esclusivamente il paziente, ma coinvolge l'intera struttura pontificia. Paolo VI rappresentò una fase intermedia nella storia della comunicazione sanitaria vaticana.
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Il Papa poteva essere sottoposto a interventi chirurgici moderni e la Sala Stampa poteva diffondere informazioni regolari, ma la gestione della malattia rimaneva in larga misura concentrata all'interno delle mura vaticane.
Il pontificato di Giovanni Paolo I durò appena trentatré giorni. Albino Luciani fu eletto il 26 agosto 1978 e morì improvvisamente nella notte tra il 28 e il 29 settembre dello stesso anno. La brevità del pontificato, la rapidità della morte e le modalità con cui venne diffusa la notizia contribuirono a creare un terreno favorevole alle illazioni. La comunicazione iniziale, caratterizzata da incertezze su chi avesse trovato il corpo e sulle circostanze del ritrovamento, alimentò interrogativi che continuarono a circolare per anni.

La causa della morte venne generalmente attribuita a un infarto miocardico, ma l'assenza di un'autopsia e la scarsità di informazioni cliniche dettagliate contribuirono a mantenere aperto il dibattito pubblico. Nel tempo furono avanzate ipotesi alternative, tra cui quella di un'embolia, mentre altre ricostruzioni arrivarono a sostenere scenari criminali.
Il caso di Giovanni Paolo I divenne così un punto di riferimento nel dibattito sulla trasparenza delle informazioni vaticane. La gestione della notizia non riuscì a contenere le domande; contribuì, al contrario, a renderle più persistenti. La svolta decisiva arrivò con Giovanni Paolo II. Il 13 maggio 1981, mentre attraversava piazza San Pietro durante l'udienza generale, Karol Wojtyła venne colpito dai proiettili sparati da Mehmet Ali Agca. Il Papa fu soccorso e trasferito al Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma, dove venne sottoposto a un intervento chirurgico d'urgenza.

Per la prima volta nella storia contemporanea, le condizioni di un Pontefice entrarono in modo così evidente nella routine di un grande ospedale moderno, con équipe specializzate, diagnostica avanzata e assistenza intensiva. L'attentato trasformò radicalmente il rapporto tra il Papa e la medicina. La necessità di intervenire rapidamente rese inevitabile il ricorso a una struttura ospedaliera esterna al Vaticano. La gravità dell'evento e la sua dimensione internazionale resero inoltre impossibile mantenere la vicenda nella sola sfera della riservatezza.
Il Policlinico Gemelli divenne il luogo in cui la salute del Pontefice veniva seguita e comunicata attraverso bollettini medici. Le informazioni sulle operazioni, sul decorso postoperatorio e sulle complicazioni furono diffuse con una regolarità che segnò una discontinuità rispetto al passato. Il ricovero del 1981 non fu l'unico. Giovanni Paolo II tornò al Gemelli in numerose occasioni, affrontando problemi di salute diversi. Nel 1992 venne operato per la rimozione di un tumore benigno al colon e di calcoli alla cistifellea. Nel 1994 subì un intervento dopo una frattura del femore, conseguenza di una caduta. Nel 1996 fu operato per un'appendicite acuta.
Negli anni successivi, il Parkinson e le altre complicazioni legate all'età resero sempre più difficile la sua mobilità. Il Papa appariva progressivamente più debilitato, ma continuò a mantenere una presenza pubblica significativa, cercando di rispettare gli impegni compatibili con le proprie condizioni. La sua malattia divenne una vicenda osservata quotidianamente dai mezzi d'informazione. Le immagini del Pontefice sofferente, della voce affaticata e dei movimenti rallentati contribuirono a modificare la rappresentazione pubblica del papato.
Il corpo non era più soltanto un elemento da proteggere dalla curiosità esterna: diventava anche una testimonianza visibile della fragilità umana. Il legame tra Giovanni Paolo II e il Policlinico Gemelli fu così intenso da entrare nel linguaggio stesso del pontificato. Il Papa definì l'ospedale "Vaticano numero tre", accostandolo simbolicamente a piazza San Pietro, il primo Vaticano, e a Castel Gandolfo, il secondo. L'espressione venne pronunciata il 13 ottobre 1996, quando Wojtyła si affacciò dalla finestra della sua stanza per salutare i fedeli. Era un modo ironico e affettuoso di riconoscere il ruolo assunto dall'ospedale nella sua vita.
Tra il 1981 e il 2005, il rapporto con il Gemelli comprese dieci ricoveri e diverse visite alla struttura e all'Università Cattolica. Nel 1984 Giovanni Paolo II celebrò una Messa sul piazzale antistante il Policlinico, in occasione del venticinquesimo anniversario della morte di padre Agostino Gemelli e del ventesimo della fondazione dell'ospedale. Nel 1988 benedisse il nuovo reparto di terapia intensiva cardiologica. Nel 2000 partecipò all'inaugurazione dell'anno accademico dell'Università Cattolica. Il rapporto tra il Papa e il Policlinico non si esauriva dunque nell'assistenza medica. Gli ultimi anni di Giovanni Paolo II rappresentarono uno dei passaggi più significativi nella storia della comunicazione sanitaria vaticana.
Il Parkinson, diagnosticato negli anni precedenti, e le altre patologie legate all'età limitarono progressivamente la capacità di parlare, camminare e svolgere alcune attività. Il Papa non nascose le proprie difficoltà. La sua sofferenza era visibile nelle apparizioni pubbliche, nelle celebrazioni e negli incontri con i fedeli.
La malattia non venne più trattata come un elemento da sottrarre completamente allo sguardo dell'opinione pubblica. Questo non significa che ogni dettaglio clinico fosse reso pubblico. Le decisioni terapeutiche, le valutazioni dei medici e gli aspetti più intimi della fase terminale rimasero in parte riservati. Ma la condizione fisica del Pontefice era ormai una componente evidente della cronaca quotidiana. Nel febbraio 2005, un peggioramento respiratorio rese necessario un nuovo ricovero al Gemelli.
Dopo il rientro in Vaticano, le condizioni continuarono ad aggravarsi. Il 24 febbraio il Papa fu nuovamente ricoverato per problemi respiratori e venne sottoposto a una tracheotomia per facilitare la respirazione. Il 31 marzo comparvero ulteriori complicazioni, tra cui un'infezione delle vie urinarie e un quadro generale sempre più critico. Giovanni Paolo II morì il 2 aprile 2005, all'età di 84 anni. La fase finale della sua vita suscitò un dibattito anche sul significato delle cure e sul limite tra assistenza medica e accanimento terapeutico. Si discusse della scelta di continuare a nutrirlo e idratarlo, nonché della sua volontà di rimanere al proprio posto nonostante la sofferenza. L'elezione di Joseph Ratzinger nel 2005 avvenne in un contesto nel quale la comunicazione medica era ormai profondamente cambiata.
La stampa internazionale seguiva con attenzione le condizioni fisiche del nuovo Pontefice Benedetto XVI, ma il suo pontificato non fu caratterizzato dalla stessa successione di ricoveri ospedalieri che aveva segnato quello di Giovanni Paolo II. Prima dell'elezione, Ratzinger aveva avuto un ictus nel 1991, dal quale gli era rimasta una riduzione della vista all'occhio sinistro. Aveva inoltre un pacemaker, circostanza resa nota pubblicamente. Questi elementi, tuttavia, non impedirono il suo ministero e non devono essere interpretati, da soli, come indicatori di una grave incapacità funzionale.

Il fatto più importante nella storia della salute pontificia legata a Benedetto XVI arrivò nel 2013, quando annunciò la rinuncia al ministero petrino. L'11 febbraio dichiarò che, a causa dell'età avanzata, le sue forze non erano più adeguate a esercitare nel modo richiesto il ministero affidatogli. Ratzinger non presentò la decisione come conseguenza di una singola patologia, né rese pubblica una diagnosi che spiegasse da sola la rinuncia. Il riferimento era alla progressiva diminuzione delle energie fisiche e mentali necessarie per affrontare un incarico complesso. La scelta ebbe un significato istituzionale senza precedenti nell'epoca contemporanea.
Dopo la rinuncia, Benedetto XVI divenne Papa emerito, inaugurando una situazione che richiese una nuova riflessione sul rapporto tra persona, ufficio pontificio e durata del ministero. La salute, in questo caso, non fu soltanto materia di bollettini medici. Entrò direttamente nella decisione di lasciare il governo della Chiesa. La vicenda mostrò che riconoscere i propri limiti fisici può diventare una scelta di responsabilità istituzionale, anziché essere necessariamente interpretato come una sconfitta personale.

Con Jorge Mario Bergoglio, eletto il 13 marzo 2013, la comunicazione sanitaria del Papa argentino assunse caratteristiche ancora più dirette. Francesco parlò più volte delle proprie condizioni fisiche, delle limitazioni imposte dall'età e delle difficoltà che interferivano con il suo programma di lavoro. Una parte importante della sua storia clinica risale alla giovinezza. Nel 1957, quando aveva 21 anni, Bergoglio fu colpito da una grave polmonite e venne sottoposto all'asportazione del lobo superiore del polmone destro, interessato da cisti.
L'intervento fu eseguito in un periodo nel quale le possibilità di trattamento delle infezioni polmonari erano più limitate rispetto a quelle odierne. Un altro problema ricorrente fu la sciatalgia, che provocava dolori e difficoltà nella deambulazione. Gli episodi più intensi lo costrinsero talvolta a rinunciare a celebrazioni pubbliche o a modificare il programma delle attività. A questi disturbi si aggiunsero, con l'avanzare dell'età, problemi alle ginocchia, che lo portarono a utilizzare una sedia a rotelle o un bastone.
Nel 2019 Francesco si sottopose a un intervento di cataratta alla Clinica Pio XI di Roma. Anche in questo caso, la notizia fu gestita senza trasformare una procedura relativamente comune in un evento eccezionale. Il Pontefice aveva peraltro accennato in precedenza alla necessità di intervenire per migliorare la vista. La comunicazione della sua salute non fu sempre priva di indiscrezioni.
Nel 2015 circolarono voci su un presunto tumore benigno al cervello, dopo la pubblicazione di notizie relative a una visita in Vaticano del neurochirurgo giapponese Takanori Fukushima. La Sala Stampa della Santa Sede e lo stesso medico smentirono l'esistenza della patologia descritta. L'episodio mostrò come, nell'era della comunicazione immediata, il segreto possa essere sostituito da una circolazione incontrollata di notizie non verificate. La diffusione di indiscrezioni non rappresenta necessariamente una forma di trasparenza: può generare confusione, alimentare allarmi e trasformare un controllo medico in un caso politico.
Il 4 luglio 2021 Francesco si recò al Policlinico Gemelli per un intervento programmato a causa di una stenosi diverticolare sintomatica del colon. La patologia consisteva in un restringimento intestinale associato a diverticoli infiammati e alterazioni della parete del colon. L'operazione, eseguita dal professor Sergio Alfieri, direttore dell'unità di Chirurgia digestiva del Gemelli, richiese l'asportazione di un tratto del colon sinistro. La procedura venne effettuata in anestesia generale e, durante l'intervento, fu necessario passare dalla tecnica laparoscopica inizialmente prevista alla chirurgia a cielo aperto.
Gli esami istologici sul tessuto asportato esclusero la presenza di neoplasie. Il decorso postoperatorio fu regolare e Francesco lasciò l'ospedale dopo circa dieci giorni. Durante la degenza, il Papa si affacciò dalla finestra del decimo piano per recitare l'Angelus. Ringraziò il personale sanitario e i fedeli che gli avevano manifestato vicinanza, richiamando l'attenzione sull'importanza del servizio sanitario pubblico.

Il 29 marzo 2023 Francesco venne ricoverato al Gemelli per una bronchite infettiva. Dopo alcuni giorni di trattamento, lasciò l'ospedale il 1° aprile. Prima di rientrare in Vaticano rassicurò i giornalisti sulle proprie condizioni, con una battuta divenuta emblematica del suo modo di affrontare la malattia. Il 7 giugno dello stesso anno fu nuovamente ricoverato per un intervento di laparotomia e plastica della parete addominale con protesi. L'operazione si rese necessaria per un laparocele incarcerato, che provocava episodi subocclusivi ricorrenti e dolorosi. Anche in questa occasione, la Sala Stampa diffuse aggiornamenti sulle condizioni del Pontefice, sul decorso postoperatorio e sulle prospettive di recupero.
Ultimo aggiornamento: Domenica 11 ottobre 2026, 15:58








